Gli occhi della guerra: gli occhi di Fausto Biloslavo

Quando era all’istituto nautico e “portava ancora i calzoni corti” iniziò il suo viaggio per raccontare con i propri occhi le brutture delle guerre umane. Un viaggio che dura da oltre trent’anni ma che ha sempre la stessa meta finale: Trieste, la città dov’è nato e il suo porto sicuro. Mi accoglie nella sua casa, immersa nel verde, che regala un’immagine mozzafiato di Trieste dall’alto e del suo mare azzurro. E subito mi pervade un senso di pace e tranquillità, ben lontano dai rumori degli spari e dagli orrori della guerra cui Fausto è avvezzo.

Com’ è nata la tua passione per il giornalismo di guerra?
Mi piaceva scrivere, amavo l’avventura e volevo girare il mondo. Così, mi sono “inventato” di fare il free lance, che all’epoca era una figura completamente sconosciuta. Poi, insieme a due amici e colleghi (Micalessin e Grilz) abbiamo fondato una piccola agenzia, l’Albatross Press Agency, e siamo partiti all’avventura, nel vero senso della parola. Infatti, nel 1983, durante l’invasione sovietica, siamo entrati in Afghanistan con i mujaheddin, travestendoci come loro. Mi piaceva particolarmente fotografare, poi sono passato anche alla scrittura e al lavoro di reporter vero e proprio.

Cosa significa essere un giornalista embedded?
Essere embedded è una necessità e bisogna fare di necessità virtù. Soprattutto perché, dopo l’11 settembre, è diventato sempre più pericoloso e difficile fare reportage con le parti avverse al potere come i Talebani in Afghanistan, con cui sono stato un mese prima del 2001, o gli insorti in Iraq. Il giornalista con il passaporto occidentale e di un Paese membro della NATO è ormai considerato un nemico e un infedele. Quindi, essere embedded con gli eserciti occidentali o quelli regolari, che erano direttamente coinvolti, è diventato una necessità per via delle maggiori condizioni di sicurezza. Infatti, recentemente sono stato embedded con le Forze Armate afghane per vedere come reagiranno all’urto dei Talebani con il graduale ritiro delle forze occidentali. Certo, è una pratica più formalizzata e hai meno possibilità di manovra. Non puoi decidere da solo di prendere un taxi e andartene. In passato, invece, come mi è capitato nei Balcani, potevi andare prima con una fazione e poi stare dall’altra parte della barricata.

Affiancare una delle parti in conflitto non condiziona la propria prospettiva? 
L’obiettività al cento per cento non esiste perché ognuno ha la sua visione e le sue idee. Bisogna però cercare di fare il cronista riportando ciò che si vede. D’altro canto, è ovvio che quando ti trovi sotto il fuoco nemico insieme al soldato americano ventenne in Iraq, che dall’UMV ti chiede di passargli le munizioni, non ti tiri indietro. Mors tua, vita mea. Ti trovi coinvolto in una sorta di band of brothers. Ma, nella mia esperienza, non ho mai subito censure od obblighi di alcun tipo, tranne nel divulgare dettagli tecnici militari. Però non siamo delle spie, ma dei giornalisti.

Insieme a Gian Micalessin e Toni Capuozzo hai dato vita a “Gli occhi della Guerra”, prima iniziativa di crowdfunding in Italia. Com’è nata?
Per necessità, anche in questo caso. La crisi ha colpito l’editoria, e non solo, e i tagli maggiori hanno riguardato gli esteri e i reportage di guerra perché troppo costosi. Quindi, abbiamo creato una raccolta fondi di massa, che all’estero esisteva già, su un progetto di reportage dalle zone di guerra che mirano a dare la massima qualità attraverso la multimedialità, che è il futuro del giornalismo. Non bastano più l’articolo e la foto, bisogna realizzare anche video o audio con dei semplici cellulari di nuova generazione, accompagnati da immagini caricate in tempo reale sul sito e dall’invio di breaking news.

Di chi sono gli occhi della guerra?
Sono gli occhi del bambino soldato con le orbite rossastre che ho fotografato in Uganda, lo sguardo dei profughi che fuggono sotto le bombe o quello dei prigionieri terrorizzati. Ma gli occhi siamo anche noi giornalisti che raccontiamo questi conflitti e queste tragedie.

Un’iniziativa ammirevole e una finestra sul mondo che sta avendo un importante seguito.
In maniera inaspettata, abbiamo avuto un riscontro incredibile perché i nostri lettori sono diventati i nostri sostenitori. Quest’anno, grazie a loro, siamo riusciti ad andare in Ucraina, Libia, Afghanistan e in giro per l’Europa presso le comunità fondamentaliste musulmane. Adesso, abbiamo iniziato la raccolta fondi sui cristiani perseguitati che ha addirittura superato le nostre aspettative tale è stato il trasporto dei nostri lettori per questo tema. Il tetto di venticinquemila euro che ci eravamo posti è già arrivato a trentaseimila. Gian ora è in Siria e io partirò presto per l’Iraq. Poi andremo in Pakistan e in Nigeria e se resteranno fondi, li utilizzeremo per altri reportage. Infatti, la caratteristica principale di questa iniziativa è che i soldi raccolti non finanziano il giornale o i giornalisti ma servono semplicemente per coprire le spese dei reportage.