Cruciani: ”via i paletti dai giornali”

Giuseppe Cruciani, la “Zanzara” punge anche a Trieste: ospite de “Il Quarto Potere – Giornalismo dalla guerra al gossip”, il giornalista di Radio24 si è prestato volentieri al dibattito legato al tema del giornalismo organizzato da Genius Off, offrendo spunti interessanti al pubblico presente. Una storia interessante, quella di Cruciani, che si è soffermato volentieri a parlare di comunicazione 2.0, crowdfunding e molto altro.

L’amicizia con Biloslavo, come nasce e come vi siete trovati? Ci siamo conosciuti tramite il suo ex compagno reporter di guerra, Gian Micalessin, il quale era amico di una mia fidanzata all’epoca: un percorso piuttosto tortuoso. Poi siamo rimasti in contatto e quando sono andato a Radio24 l’ho portato a fare delle cose anche in quel mondo. Parliamo di trent’anni fa per quanto riguarda il primo incontro, abbiamo riallacciato i rapporti da una quindicina. Ad ogni modo all’inizio è nato tutto per caso.

A “Il Quarto Potere – Giornalismo dalla guerra al gossip” abbiamo parlato di crowdfunding per quanto riguarda la campagna di Biloslavo, “Gli occhi della Guerra”. Qual è la sua opinione su questa tecnica di fundraising per tematiche così complesse e con un pubblico che, specialmente in Italia, è piuttosto ristretto? Io penso che sia una frontiera interessante e nuova, non a caso l’ho sostenuta. Rivolgendosi ai lettori, in maniera trasparente, gli si dice: “se voi volete sapere certe cose è necessario che ci diate la possibilità di farlo, visto che in questo momento gli editori sono interessati ad altre tematiche”. A dire il vero, il messaggio non è proprio così esplicito perché suonerebbe strano e un po’ brutto, ma la questione è proprio questa: l’editore non può o non vuole spendere per raccontare la guerra in Libia, sarà quindi il lettore a finanziare con il proprio denaro. Credo che sia un’opportunità interessante, anche se ovviamente non può essere legata ad una grande testata con una grande liquidità. Penso che per organi di stampa medio-piccoli possa essere una strada da percorrere.

Quindi lei pensa che la qualità possa sostenere la comunicazione 2.0, i cosiddetti “new media”, nel trattare tematiche così controverse anche a fronte di una fruizione che, soprattutto online, è particolarmente veloce e qualche volta anche superficiale? La qualità è un discorso particolare, può essere anche un frammento di verità, una fotografia significativa. Non trovo che la qualità significhi approfondimento o lunghezza del contenuto. La qualità è quello che serve all’editore in quel momento e che serve a far vendere le copie, qualcosa che gli altri non hanno.

Restando in tema di Quarto Potere, Augias ha recentemente affermato che: “proprio perché è anche un potere, il giornalismo può farsi controllore del potere o divenirne servo”, come commenterebbe questa frase? C’è senz’altro chi diventa servo, ma esiste la possibilità di diventare servi delle proprie idee, al di là dei propri rapporti con il potere. Poi bisognerebbe stabilire come valutare questa sudditanza; anche omettere qualche informazione perché riguarda il proprio editore può essere sintomo di sottomissione. Questo però significa porsi dei paletti ed un giornalista dovrebbe mirare ad eliminarne il maggior numero possibile. C’è un giornale in Italia che secondo me è quello che ha meno paletti di tutti e si chiama “il Fatto Quotidiano”. Credo che sia l’unica testata, forse assieme a “Libero”, che ha meno ostacoli da superare per garantire la massima libertà possibile. Questo anche grazie agli imprenditori che lo sostengono: questi fanno parte di una categoria particolare, meno legata agli ambiti del potere. Penso che possa dirsi il giornale più libero in Italia: questo non significa dire che nelle altre testate non ci siano giornalisti liberi, ma senz’altro anche i migliori editorialisti del Corriere della Sera hanno qualche difficoltà a raccontare qualcosa che riguardi il proprio azionariato di maggioranza. Il Fatto Quotidiano invece corre solo il rischio di essere schiavo dei propri lettori; trovo che questa sia una forma diversa di schiavitù.

In una recente intervista a “Il Giorno” ha dichiarato di non riuscire più a stare a Roma, sua città d’origine, perché troppo caotica e legata al potere. Che impatto hanno avuto su di lei le rivelazioni di “Mafia Capitale”? E cosa ne pensa del fatto che tutti sembravano sapere sugli intrecci che sono poi emersi, ma nessuno ha detto nulla prima dell’arrivo del procuratore Pignatone? Io non so se la colpa sia dei magistrati che c’erano prima o dei giornalisti che non hanno saputo raccontare quello che accadeva. Effettivamente, colpisce il fatto che valentissimi giornalisti di cronaca nera e giudiziaria siano costretti a raccontare qualcosa solo sulla scorta di milleduecento pagine di ordinanza piuttosto che su loro inchieste. È vero che la capacità d’investigazione dei magistrati comprende le intercettazioni telefoniche eccetera, però si poteva andare a spulciare qualcosa sugli appalti. Magari non fino a scoprire la cupola di Carminati, ma è strano che non sia saltato fuori nulla. Sicuramente c’è una responsabilità sia da parte dei magistrati che hanno preceduto Pignatone, sia del mondo del giornalismo, ora compatto nel raccontare l’indignazione di tutto il paese.

Un evento di queste dimensioni può influire sulla credibilità del mondo dell’informazione? No anzi, adesso i mezzi d’informazione sono considerati quelli che stanno dalla parte di Pignatone. Bisogna però evidenziare il fatto che, se non fosse stato per lui, i giornalisti non avrebbero scoperto nemmeno una briciola di questa inchiesta, cosa che avrebbero potuto e dovuto fare. Qualche avvisaglia ci fu a dire la verità, ma nulla che riguardasse la grande stampa o la grande informazione.

Proviamo a passare a discorsi più leggeri, com’è stare al nord, anche dal punto di vista lavorativo? Dopo 15 anni mi sono acclimatato bene in città e devo dire che non tornerei a lavorare a Roma. Sto bene e scelgo di non tornare a nella Città Eterna, però immagino che dopo due o tre settimane riuscirei a rifarci l’abitudine.

Dal nord a Milano, cosa ne pensa dell’EXPO? Per me è inevitabile che in Italia, purtroppo, nelle grandi manifestazioni e nei grandi appalti si manifestino sempre corruzione, impreparazione, fretta, incapacità di gestione, mancanza di trasparenza. Perciò non sono molto stupito da quanto è successo. Mi sorprende che si tenti di realizzare strade solo perché c’è l’EXPO e trovo tutto questo completamente folle. Non so cosa succederà in quei sei mesi, quel che è certo è che ne mancano cinque e c’è ancora moltissimo lavoro da fare.

Anche Trieste, nel 2008, è stata candidata per l’EXPO, ma poi la vittoria andò a Saragozza. Geograficamente, Trieste è al centro dell’Europa ma sentimentalmente lontano da Roma: qual’è la sua opinione in merito? Per le piccole città può essere un qualche cosa di positivo. Se l’organizzazione fosse gestita con una mentalità più snella e trasparente si avrebbe senz’altro un impatto più forte di quello che si può riscontrare nelle grandi città. Non mi piace fare il “tuttologo”, quindi ammetto di non sapere molto del mondo che ruota attorno a Trieste in termini di progetti, iniziative, ecc. Per quello che mi riguarda, vedo una città viva ma senz’altro un po’ lontana dal resto d’Italia e leggermente in declino. Tuttavia, per me che ci passo tre week-end l’anno, l’aspetto della città di confine mi piace e mi affascina con i suoi toni misteriosi e decadenti, anche se immagino che per i ragazzi tra i venti ed i trent’anni ci vorrebbe una città più vitale.