Giuseppe Cruciani: di icone, dopo Jordan e Ali, ne vedo poche

Giuseppe Cruciani, un personaggio eclettico che è diventato con il tempo un amico sempre presente, per Genius People Magazine: proprio questa sua capacità di essere poliedrico e di avere mille sfaccettature gli permette di trattare anche un argomento com’è quello dello sport. Un campo che spesso incrocia diversi valori e che può influenzare anche altre tematiche, come quelle politiche o razziali: atleti come Jordan o Ali hanno ispirato tantissimi giornalisti durante i loro anni di carriera ed anche oltre, dopo il loro ritiro.

In questo numero si parla di Michael Jordan e Muhammad Ali, due campioni assoluti e due icone della cultura popolare e della politica. C’è qualche sportivo oggi che abbia un impatto del genere sul costume o tutto si riduce alla crestina e ai vestiti alla moda?

Sinceramente, faccio un po’ fatica a individuare una figura del genere: rimanendo nel campo della pallacanestro, probabilmente direi che oggi LeBron James ha un impatto simile, oppure Tom Brady che però è un giocatore di football americano. Nel calcio, invece, direi che l’ultimo grande sportivo che ha avuto un impatto simile è stato Maradona: a livello di personalità, dopo di lui, ce ne sono stati veramente pochi a livello di personalità.

Alì ha fatto della lotta per l’emancipazione dei neri americani una delle sue ragioni di vita, al punto da rendere il pugilato e la fama strumentali alle sue battaglie. Alla luce degli episodi come quelli di Ferguson e di Baltimora, avrebbero ancora senso battaglie del genere negli Stati Uniti?

Certamente non avrebbero senso al giorno d’oggi; quelle erano altre epoche, si vivevano altre situazioni. Oggi, un Muhammad Ali non servirebbe, anche perché pensandoci bene il presidente degli Stati Uniti è una persona di colore. Da quel punto di vista, direi che il cerchio si è chiuso: non serve più una bandiera per questo tipo di discorsi. Se parliamo di cambiamenti, questi dovrebbero verificarsi a livello di cultura per alcune polizie locali americane.

E in Europa sta emergendo una questione razziale legata all’immigrazione? Chi sono le parti in gioco in quesito caso?

Non mi pare che, in questo momento, siamo in presenza di situazioni particolarmente allarmanti in Europa: certamente dove il tasso di immigrazione è molto alto, ci sono ovvi problemi di convivenza e movimenti anti-immigrazione, comunque non credo che in questo momento sia un qualche cosa di preoccupante.

Ali ha dato una forte connotazione politica alla propria conversione alla fede islamica nel 1964. Com’è cambiato l’Islam in questi decenni e come sarebbe presa oggi una decisione del genere da parte, per esempio, di un campione italiano?

Una decisione del genere che venisse presa da un campione italiano avrebbe un impatto decisamente molto forte, specialmente alla luce di quello che sta succedendo oggi nel mondo islamico. La conversione non passerebbe inosservata, verrebbe accolta come uno shock e sarebbe motivo di discussioni, polemiche e tutto quello che ne deriva. Esistono tanti italiani convertiti, ma quando una decisione del genere viene presa da una figura che ha un certo impatto mediatico, ovviamente fa molto rumore.

L’Italia è un Paese razzista? 

Nel complesso direi di no: esistono degli episodi isolati, ma come in tutte le altre parti del mondo.

Jordan è riuscito a fare del proprio corpo un brand, una macchina da soldi, inaugurando al figura del campione strapagato. Anche tu hai la sensazione che, rispetto a personaggi come lui, i campioni di oggi siano dei ragazzini viziati?

Non saprei rispondere, anche perché probabilmente i calciatori vengono considerati più viziati per alcuni motivi: comunicano di meno e parlano meno di politica; Jordan poteva certamente permettersi un certo tipo di rapporto con i media, è questione di personalità. Poi, ovviamente, il calcio è uno sport particolare, specialmente qui in Italia: ogni cosa viene enfatizzata in maniera maggiore rispetto agli altri sport, per cui è difficile valutare un personaggio come Jordan rispetto a un Messi o ad un Cristiano Ronaldo.

Parliamo del calcio italiano come fenomeno nazionalpopolare? È più metafora del peggio del nostro Paese o più occasione di sfogo legittimo e utile ad abbassare certi livelli di tensione sociale?

Non ho considerazioni negative del calcio, è un grande spettacolo. Certo è che purtroppo attira ancora allo stadio dei settori di delinquenti che si nascondono dietro al tifo e trovano nel calcio l’impunità, perché si nascondono nel “mucchio”. Il calcio fa gruppo, le responsabilità si annacquano e dunque anche questo è un aspetto problematico, ma non bisogna mai dimenticare che rappresenta anche una grande passione per moltissime persone, che lo vivono come un modo di occupare parte della propria giornata. Certamente nel calcio si riversano odi, tensioni e campanilismi (ad esempio fra città vicine) che vengono sfogate allo stadio.

Foto: Luca Tedeschi