Giornata della Memoria: chi sa, non muove un dito

Quel 27 gennaio di settant’anni fa l’Armata Rossa entrava nel campo di concentramento di Auschwitz mostrando al mondo le atrocità commesse dal nazismo. La liberazione del luogo tristemente più famoso in Polonia avveniva ad opera di un esercito che qualche tempo dopo liberò Berlino e confiscò buona parte dell’Europa dell’est, facendone un impero coloniale da dove attingere ogni qualvolta ne avesse avuto bisogno.

Quel 27 gennaio di settant’anni fa veniva liberato Auschwitz. Qualche giorno prima, l’esercito tedesco aveva dato l’ordine di ritirata e, non pago delle sofferenze inflitte ai prigionieri del campo, decise di condurli in una marcia verso la Germania. Qualche giorno prima di quel 27 gennaio di settant’anni fa furono moltissimi a morire di stenti prima che l’Armata Rossa fosse in grado in raggiungere il campo.

Quel 27 gennaio di settant’anni fa il mondo intero scopriva per la prima volta il dramma della Shoah e ne cominciava a contare i morti. All’interno dei campi di concentramento e sterminio le stelle gialle cadute si contarono a milioni. I rom, gli zingari, gli omosessuali, gli oppositori politici, i diversi, chi era contrario al sistema; tutti insieme perirono a causa della follia di un uomo che riuscì a convincere altri uomini a seguirlo.

Quel 27 gennaio di settant’anni fa l’Italia era spaccata in due. A nord i seguaci di uno di quegli uomini  – complici  della strage – che seguirono Adolf Hitler nello sterminio del popolo ebraico e dei “diversi”, a sud gli Alleati sbarcati nel luglio del 1943 i quali lentamente stavano risalendo la penisola.

Quel 27 gennaio di settant’anni fa gli Alleati  sapevano perfettamente cosa stava accadendo all’interno dei campi di concentramento e sterminio. Walter Laquer e più recentemente Robert Hanyok hanno lavorato alle fonti. Già nel 1941 sembra che i britannici sapessero delle atrocità. Non di quella che appena del 1942 diventerà la cosiddetta “soluzione finale”. Sul Corriera della Sera dieci anni fa Antonio Carioti scriveva che “[…] nel gennaio 1943 gli inglesi si ritrovarono tra le mani una macabra contabilità della morte dei campi di Lublino, Belzec, Sobibor e Treblinka […]”.

Quel 27 gennaio di settant’anni fa l’abbiamo parzialmente imparato sui libri di Storia. Ci siamo recati a Dachau, probabilmente alla Risiera di san Sabba a Trieste, forse a Mauthausen.  Ci siamo fatti raccontare cosa accadde, abbiamo strabuzzato gli occhi per tentare di capire. Non ci siamo riusciti. Una follia così grande non si può capire. Neanche con il silenzio.

Il 27 gennaio del 2015 sono settant’anni da quando quel campo è stato liberato. E non abbiamo capito niente. Siamo come gli Alleati. Carioti ribadisce come essi ebbero “una finestra di opportunità”, il che tradotto significa che probabilmente avrebbero potuto salvare molte più vite. Ebbene si, noi oggi siamo gli Alleati.

Perché si dà la caccia al diverso ogni giorno. Perché gli estremismi sono di casa praticamente dappertutto. Perché chiunque non la pensi come il sistema viene silenziosamente fatto fuori, alla berlina, deportato, prosciugato nel suo conto in banca, dissuaso dall’idea di potercela fare, considerato senza appelli, emarginato perché opposto, persuaso che in fondo l’allineamento rappresenti l’unica e possibile alternativa. Eppure non muoviamo un dito.

Oggi è il 27 gennaio. E di tutti quelli che riuscirono a sopravvivere dovremmo ricordarci ogni giorno dell’anno. Dovremmo ricordarci di chi venne ucciso, delle famiglie massacrate, di tutti indistantamente. Dovremmo ricordarci di chi non la pensava come la maggior parte di noi italiani, complici di quello sterminio. Perché è soprattutto grazie a chi si oppose, se oggi possiamo scrivere così.