Giornalisti sotto tiro: oltre Charlie Hebdo

#JeSuisCharlie è diventato l’hashtag del momento, certamente. Tuttavia, c’è qualcosa che non torna: non per le solite tesi complottistiche delle quali il Movimento Cinque Stelle sembra a volte ossessionato, bensì per le reazioni che la strage di Parigi abbia prodotto. Per quale motivo? Perché troppo spesso ci si dimentica di quanto la professione sia sotto attacco: la maggior parte dei media internazionali riporta la cifra di sessanta giornalisti uccisi nel 2014, citando la fonte Associated Press. Reporters Without Borders parla chiaramente di un “accanimento e di modalità sempre meno legate al reportage dal fronte” e di almeno sei reporters in più. Nel 2015, stando all’International Federation of Journalist, siamo già ad undici professionisti. La condanna arriva unanime da tutto il mondo istituzionale. Tuttavia ci dimentichiamo che ci sono migliaia di giornalisti su fronti di guerra che cercano di raccontare cosa accade in Iraq, Siria, Palestina, Egitto, Nigeria, e così via.

Charlie Hebdo è diverso per il fatto che l’attacco viene portato direttamente alla redazione, non si colpisce un giornalista singolo.

Charlie Hebdo è probabilmente diverso per il fatto che l’attacco viene portato direttamente alla redazione. Non si colpisce un giornalista singolo, non lo rende ostaggio di miliziani, c’è un diverso scenario di lotta: la reazione diversa tuttavia è proprio quella della marcia di Parigi. Proprio perché l’attacco terroristico è stato condotto in Francia, non nei luoghi dove di solito i giornalisti muoiono. Ed allora verrebbe da chiedersi: da che cosa dobbiamo difenderci? Qual è il ruolo del giornalismo nei confronti di questo periodo storico? Esiste ancora l’anglosassone watchdog dove il giornalismo ha responsabilità verso la società civile di riportare i fatti e di saper leggere il presente meglio di chiunque altro? Se la mobilitazione collettiva parte solo quando ci accorgiamo che una scheggia è arrivata fino a pochi metri da noi, cosa dobbiamo fare per tutti i sessantasei morti nel 2014, senza contare tutti quelli deceduti nei decenni passati?
La strage di Parigi porta con sé un bisogno di attenzione maggiore. Non tanto per l’invasione da parte degli immigrati clandestini della quale parlano la Lega Nord o Front National o l’United Kingdom Independent Party. No: gli attentatori erano francesi. C’è bisogno di approfondire di più, c’è bisogno di un coinvolgimento maggiore da parte dei media. Perché, se la redazione di Charlie Hebdo viene massacrata da terroristi tutti pronti a scendere in piazza e a marciare e quando invece sessantasei giornalisti spariscono in pochi se ne accorgono? Perché la foto del nuovo numero del giornale satirico francese viene retwittata fino allo sfinimento?

Perché, se la redazione di Charlie Hebdo viene massacrata da terroristi tutti pronti a scendere in piazza e a marciare e quando invece sessantasei giornalisti spariscono in pochi se ne accorgono?

Ed allora viene da dire che siamo noi giornalisti il problema, non il terrorismo. Sappiamo tutti che non lo si combatte con i droni o con l’uso della forza. La politica estera dell’occidente, dall’Afghanistan alla Libia si è rivelata fallimentare. Lo si combatte attraverso la consapevolezza e la capacità, sepolta chissà dove, di indignarci veramente di fronte ai massacri. E di agire. In qualsiasi parte del mondo accadano. C’è poi un ulteriore problema: questo giornalismo da redazione, anche se criticato pesantemente per la deriva che assume sempre di più nella ricerca del sangue, non ha ancora fatto il suo tempo. Sta agli stessi media cominciare da subito una riflessione strutturale su cosa fare. Perché lo stato delle cose, con o senza la marcia di Parigi, può essere ancora migliorato.

Verrebbe da dire: chiaro,  peggio di così?