Giornalismo da due centesimi a parola?

“Le chiediamo di scrivere il suo pezzo da 300 parole e di spedirlo a questo indirizzo mail. Una commissione valuterà poi la qualità del lavoro espresso e le comunicherà la possibilità di collaborare attivamente con la nostra redazione. Per il primo articolo non è previsto alcun pagamento. Per tutti gli altri, il pagamento verrà calcolato sulla base dei due centesimi a parola”. Si avete letto bene, due centesimi a parola: in questo istante avrei guadagnato un euro e mezzo. Sono sempre di più le redazioni online che postano annunci di lavoro per giovani giornalisti, pubblicisti, studenti in Scienze della Comunicazione che siano interessati a fare il famoso tesserino. A parte il fatto che, ci sono segnali ben precisi da tutta Europa a dirci che gli Ordini sono un modello vecchio, e che noi non vogliamo sentirne, queste sono vere e proprie trappole.

Partiamo da un presupposto: se si vuole scrivere lo si può fare, ma si deve pur guadagnar qualcosa per il lavoro svolto. La proliferazione della comunicazione ha creato un esercito di persone pronte a scrivere di qualsiasi cosa inventando, senza controllare le fonti, pubblicando grossolani errori grammaticali e via dicendo sulla scia di una corsa verso il baratro. Non ultimo, il fatto che la gloria di veder il proprio nome pubblicato viene barattata con il tuo lavoro.  “La possibilità di fare il tesserino”, ti dicono. E poi? Quali sono gli step successivi? Con quel tesserino, probabilmente, puoi fare altro; ad oggi, ci sono decine di migliaia di persone sulle barricate per scrivere. Soprattutto quelli che scrivono durante l’università o che, appena laureatisi, sbarcano sul mercato del lavoro. E poi? E poi ci sono pubblicisti che accettano pagamenti di due centesimi a parola (sarei a 5,68 euro in questo momento ) oppure un tariffario da un euro e cinquanta all’ora.

Quanto dovrei scrivere per fare in modo da avere una vita normale? Tanto, non c’è dubbio. Ma quante sono le possibilità per scrivere? Tante? Non crediate sia così. Se scrivessi, diciamo, tre articoli da 300 parole al giorno (cosa non impossibile, anzi) guadagnerei all’incirca 18 euro. Che moltiplicati per circa 28 giorni lavorativi (due li lasciamo per il riposo) darebbero la cifra di 504 euro.

Se su questi soldi ci mettete sopra anche l’Iscrizione all’Ordine di riferimento, che si aggira comunque non sotto i 100 euro all’anno e la famosa Inpgi, previdenza per i giornalisti che probabilmente non vedremo mai, il quadretto è servito. Perché abbiamo voluto scrivere di questo? Per lanciare un messaggio a tutti quelli che cominciano a scrivere: non accettate pagamenti bassi. La carta di Firenze sancisce il diritto per ogni giornalista ad aver pari dignità tra colleghi e a non venire sfruttato. Ebbene, questa carta ha i suoi limiti certamente, tuttavia spiega chiaramente che due centesimi a parola sono alla stregua di meccanismi protoindustriali ben dipinti da Dickens.

Accettare di vedere il proprio nome sul giornale senza venir pagati non ha più senso, probabilmente non l’ha mai avuto. Se proprio si vuole, dimenticando il fascino della carta stampata, si può decidere di fare lo stesso online, quantomeno non si è responsabili della distruzione ambientale.  La deriva che il giornalismo sta prendendo sta anche nella mancanza di correttezza e di coraggio. Ci sono giornalisti che, contemporaneamente, fanno attività da ufficio stampa: si chiama conflitto d’interesse, non c’è dubbio. La risposta sarebbe “si deve pur guadagnare qualcosa, no?”. Certamente. Ci sono giornalisti che non fanno più alcun tipo di inchiesta. Giornali che continuano a supportare parti politiche morte e sepolte da tempo, senza pensare che la gente non ne può più.

Avrei raggiunto i dodici euro, adesso.

 

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