Giorgia Würth: cinema, letteratura e impegno

L’attrice ci racconta com’è nato il suo ultimo libro che tratta di un tema delicato: sessualità e disabili.

Come sei arrivata alla scrittura?

In realtà è andata al contrario, ho iniziato a scrivere perché durante l’università ho lavorato come giornalista e pensavo di voler fare la giornalista nella mia vita. Quindi ho scritto sempre, scrivere ha sempre fatto parte di me. Poi però ho fatto l’accademia teatro ho iniziato a lavorare come attrice, allora ho smesso di scrivere su commissione e ho iniziato a scrivere quello che piaceva a me. E così poi è venuto fuori mio primo libro (Tutta da rifare, Roma, Fazi, 2010, ndr), e poi il secondo, ormai uscito un anno fa. La scrittura quindi mi ha sempre accompagnato, e penso mi accompagnerà sempre, a differenza del lavoro di attrice che non credo di fare tutta la vita.

Come ti sei avvicinata all’argomento trattato nel tuo ultimo libro, L’accarezzatrice?

Mi trovavo in svizzera circa cinque anni fa, quando lessi un articolo sulla figura dell’assistente sessuale per i diversamente abili, argomento che era un tabù all’epoca, in Italia non se ne avevo mai sentito parlare, mentre in altri paesi nord Europa esiste ed è regolamentata. È stato un clic, mi ha incuriosito molto e ho iniziato una ricerca molto lunga, tutta all’estero, perché ho sentito il bisogno di dare il mio contributo per cercare di far conoscere questo argomento. La mia posizione è molto chiara: non solo sono favorevolissima alla regolamentazione di questa figura, ma penso sia assolutamente necessaria.

Hai riscontrato resistenze ideologico-culturali dopo l’uscita del libro?

Sicuramente tanti pregiudizi. Ma poi quando c’è la disponibilità a mettersi in ascolto la gente quasi sempre cambia. Ho ricevuto censure da persone che all’ultimo si sono tirati indietro, perché non se la sono sentiti. Un po’ perché il tema è ostico, un po’ perché quando parli di handicap, in realtà pensi che a parte chi ha un caso molto vicino a sé, la disabilità non interessa a nessuno. Non è un tema abbastanza commerciale. Il che è sbagliatissimo si sottovaluta il pubblico, i lettori, la gente. Poi, per me, è diventata una missione di vita. Ho fatto un tour in tutta Italia per portare in giro questo argomento e ho trovato un’apertura mentale incredibile, soprattutto al sud. È un tema molto sentito, che appartiene a  un mondo sommerso, ma che c’è ed è molto radicato.

Quando tratti argomenti così, il tuo obiettivo è quello di sensibilizzazione il pubblico o prevale l’intento pedagogico?

Recentemente mi ha scritto un professore di pedagogia dell’università di Roma, dicendomi di aver inserito il mio libro nel suo piano studi. La prossima settimana terrò addirittura una lezione su questo argomento, il che per me è molto emozionante, io all’università sono sempre stata dall’altro lato. Il libro, anche se è una storia inventata, ha un contesto molto realistico, e leggendolo si capisce cos’è l’assistenza sessuale, perché tutto è profondamente documentato. Non ho la presunzione di dire che è pedagogico, ma tutti quelli che l’hanno letto lo hanno interpretato anche in quest’ottica.

Qual è il tuo rapporto con la religione?

Io non credo in dio, ma se esistesse firmerebbe la legge per l’assistenza sessuale! Se credessi in dio, crederei in un dio buono, che vuole il mio bene, il nostro bene. Qual è quel dio che ti mette al mondo e poi ti rende prigioniero del tuo stesso corpo e ti condanna ad esserlo tutta la vita? Mi sembra un ossimoro.

Foto Luca Tedeschi