Gioco del rispetto: parla Benedetta Gargiulo

A pochi giorni di distanza dall’intervento su Genius del professor Stefano Fontana abbiamo sentito anche l’ideatrice del Gioco del rispetto, la dottoressa Benedetta Gargiulo, che è stata gentile ed esaustiva nel chiarire alcuni punti del progetto evidenziando molte linee guida del gioco tanto discusso sui media nazionali ed internazionali.

Dottoressa, se l’aspettava tutto questo polverone?
Non in questa misura. I contenuti del nostro progetto non sono per nulla rivoluzionari. La cosa che ci ha colpite è l’aver voluto a tutti i costi vederci un piano segreto: “Il progetto sembra buono, MA IN REALTÀ…” oppure “NASCONDE il chiaro intento di…”. Come dire: “Non ci abbiamo trovato nulla di male, ma siccome parlate di ‘genere’ allora qualcosa che non va ci deve essere per forza”. Il Gioco del rispetto è molto semplice e trasparente, ma la paura del cambiamento e le insicurezze di una certa parte cattolica e conservatrice (non tutta per fortuna) hanno giocato una parte importante nella diffusione di una certa psicosi.

L’aspetto pedagogico del progetto è chiaro. Mi spiega meglio come si articola la parte scientifica e sperimentale, dalla definizione e gestione delle variabili alla raccolta dei dati fino alla presentazione dei risultati?
In primo luogo, i presupposti scientifico-teorici del progetto sono garantiti da una rigorosa analisi preliminare della letteratura, sintetizzata nella bibliografia contenuta nelle Linee guida per l’insegnante. Gli incontri di formazione rivolti alle docenti hanno poi lo scopo di trasmettere conoscenze e competenze fornendo dati di ricerca e riferimenti teorici aggiornati.
In secondo luogo, pur consapevoli che in Italia non è ancora diffusa una cultura della valutazione degli interventi, abbiamo ritenuto che per noi la valutazione costituisse invece un aspetto essenziale e imprescindibile del progetto.
Il Gioco del rispetto si configura quindi come una ricerca azione, in cui costante è l’attenzione ai feedback delle insegnanti. Non abbiamo fatto ricorso a metodi quantitativi di ricerca ma abbiamo prediletto un approccio di ricerca qualitativo, con interviste ai bambini condotte dalle insegnanti prima di iniziare a giocare con il kit (“analisi del contesto”), materiale etnografico raccolto dalle maestre durante la fase di utilizzo del kit (monitoraggio) e focus group con le insegnanti al termine del periodo di prova.
I dati raccolti vengono quindi analizzati e riassunti in un documento divulgativo di sintesi. Alle insegnanti viene richiesto un consenso orale alla partecipazione.

I bambini che non partecipano al progetto non verranno utilizzati nemmeno nella fase di controllo?
Dato che, come detto, la valutazione non è stata realizzata con metodi quantitativi, non sono previsti gruppo sperimentale e gruppo di controllo.
La valutazione viene fatta a partire dalle insegnanti, raccogliendo le loro annotazioni e osservazioni in itinere e realizzando i focus group al termine del progetto.

Come mai il progetto è facoltativo? Se fosse stato inserito nel POF sarebbe stato obbligatorio?
Sulla questione dei POF e dell’adesione facoltativa non sono io la più competente a dare una risposta. Le procedure tecniche e i rapporti tra insegnanti, scuole e famiglie spettano all’Amministrazione. Personalmente non so dirle se un’attività in un POF è obbligatoria oppure no, questo dovrebbe chiederlo ai funzionari dei servizi per l’infanzia. So solo che Il gioco del rispetto è stato inserito fuori dal POF come attività sperimentale, nel pieno rispetto dell’autonomia scolastica.

Non teme che il fatto che certi genitori possano decidere di non far partecipare i figli al progetto possa avere delle ripercussioni sulle dinamiche della classe, con bambini esclusi da giochi che gli altri magari diranno di avere trovato molto divertenti?
Esistono già altri progetti didattici per i quali la partecipazione è facoltativa – insegnamento della religione cattolica incluso – è non ci è mai giunta voce di ripercussioni negative su chi partecipa o chi non partecipa.

Il vostro assunto di partenza, cioè il sacrosanto concetto che non ci devono essere discriminazioni tra uomo e donna, non rischia di rappresentare una forma di discriminazione per i bambini appartenenti a culture nelle quali il ruolo della donna è saldamente inserito in un contesto patriarcale tradizionale, soprattutto in una società sempre più multiculturale come la nostra?
Sicuramente il tema del confronto con le culture diverse dalla nostra è un tema importante e va affrontato con la massima attenzione da parte nostra e delle insegnanti che hanno adottato il kit didattico. Tuttavia, la discriminazione delle donne va combattuta proprio come segno di civiltà e di progresso, anche a tutela delle persone che si stanno integrando nel nostro paese.

Sul sito della rete civica del Comune di Trieste descrivete “il Gioco del rispetto [come] un inno alla tolleranza, al confronto e al dialogo” mentre sul vostro dite che “questa non può essere una questione di opinioni personali, perché si tratta di civiltà”. Al di là della falsità di certe accuse, c’è spazio o no per opinioni diverse?
Ci si confronta e si dialoga tra “diversi”, e quindi tra uomini e donne, tra destra e sinistra, tra culture e religioni, ma non ci può essere dialogo con chi sostiene che la discriminazione sia giusta o con chi ne ostacola l’abbattimento. Non può esserci nessuna tolleranza per il razzismo, la violenza e la prevaricazione. Restando nel nostro piccolo ambito, dialoghiamo volentieri con chi solleva dubbi sul legame tra stereotipi e società sessista e siamo sempre disponibili a spiegare il nostro impianto scientifico. Non c’è invece nessuno spazio per chi nega a priori che in Italia ci sia bisogno di azioni di prevenzione alla discriminazione, perché “Siamo nel 2015 e ormai c’è già la parità tra uomo e donna”. Nessuno spazio nemmeno per chi minimizza il problema, perché l’emarginazione delle donne è un problema sociale che riguarda tutti, economia compresa.

Questo progetto, secondo lei, fornisce al bambino degli strumenti culturali per difendersi da comportamenti sessisti in casa?
Presupporre che i bambini possano difendersi da soli è una questione molto delicata, ciò che si può onestamente fare è promuovere una visione positiva e rispettosa nel rapporto fra i generi che sia utile al loro divenire adulti rispettosi.
Per raggiungere questo obiettivo è sicuramente importante fornire degli strumenti culturali e agire in termini preventivi come previsto dalla Convenzione di Istanbul art.14, dove si legge che si intraprendono “le azioni necessarie per includere nei programmi scolastici di ogni ordine e grado dei materiali didattici su temi quali la parità tra i sessi, i ruoli di genere non stereotipati, il reciproco rispetto, la soluzione non violenta dei conflitti nei rapporti interpersonali, la violenza contro le donne basata sul genere e il diritto all’integrità personale”.
Se lei mi chiede se questo progetto riuscirà a fornire degli strumenti culturali utili a difendersi da comportamenti sessisti in casa, beh, sarebbe un bellissimo risultato ma nessuno ha questa presunzione.

Un bambino che partecipa al progetto, ma nella cui famiglia si verificano comunque polarizzazioni dei ruoli in senso tradizionale, non rischierà di rimanere vittima di un’incongruenza tra i modelli educativi scolastico e familiare, con la conseguenza di una confusione e di un disorientamento nel rapporto con il mondo degli adulti?
Questo progetto non intende proporre un modello né tantomeno un giudizio di valore su quelle che sono le divisioni di ruoli all’interno delle famiglie. La speranza è invece quella di fornire ai più piccoli/e la possibilità di sperimentarsi in attività il più possibile libere da condizionamenti già fortemente presenti nella nostra cultura e società (basti pensare ai ben poco liberi e già molto prescrittivi giochi “per bambine o per bambini” presenti in commercio).
In questo risulta evidente quanto sia preziosa la collaborazione tra scuola e famiglia (e di riflesso, tra realizzatrici del kit, insegnanti e genitori): è infatti solo a partire dal rispetto del pensiero e dei valori tra noi adulti che si può iniziare un reale percorso di rispetto anche per bambine e bambini, con le loro maestre e i loro papà e mamme.

Esistono terreni rispetto ai quali la scuola deve fermarsi, lasciando alle famiglie la sola competenza educativa?
Noi non vediamo la scuola come “alternativa” o “supplettiva” della famiglia. Scuola e famiglia insieme collaborano per la corretta crescita dei nostri figli e delle nostre figlie. È normale che a scuola si trattino temi legati anche alla morale e al rispetto. E lo si fa da sempre: se un bambino dà un pugno a un altro bambino, la scuola interviene, spiegandogli che “non si fa”. A scuola come a casa, impariamo che non si grida, non si dicono le parolacce, non si insultano i compagni, non si ruba la merenda e in generale quale comportamento si debba tenere tra le persone. C’è una voce in pagella che si chiama “comportamento” o “condotta” e questa va imparata a casa e a scuola insieme. Noi lavoriamo sulla condotta: bambini e bambine devono crescere avendo ben chiaro che hanno pari opportunità di realizzare i loro sogni. Bambini e bambine imparano che la discriminazione è sbagliata e speriamo che questo non sia un concetto così distante da quello che si vive in famiglia.

I ruoli di genere si sono strutturati per secoli all’interno di un sistema valoriale di tipo patriarcale e contro quest’impostazione ha combattuto per anni e ancora combatte, anche se con forme e mezzi diversi rispetto alle origini, il movimento femminista. Cosa non ha funzionato, secondo lei, in queste battaglie fatte in piazza come il Parlamento, se ci ritroviamo ancora a doverle combattere?
Il movimento femminista ha funzionato molto bene, portandoci un reale progresso fatto di leggi e di opportunità per le donne, che altrimenti sarebbero rimaste agli anni Cinquanta. L’analisi che faccio io, è che c’è stato un vuoto di trent’anni, in cui le donne hanno lavorato come gli uomini, emancipandosi dai loro ruoli tradizionali. In tutto questo però, le donne hanno anche continuato a occuparsi della casa e dei figli, mentre gli uomini hanno continuato la loro vita di sempre. Come dire che il femminismo è rimasto una questione solo delle donne, e quindi di una sola metà della società. E questo è stato il primo problema. Poi, non ha funzionato nemmeno l’illusione che poter fare la stessa vita che facevano gli uomini significasse una reale emancipazione. Oggi la riflessione sta maturando: le donne della mia generazione (nate negli anni Settanta), non hanno nessuna intenzione di fare la vita degli uomini. Vogliono semplicemente poter scegliere liberamente la propria realizzazione professionale e di vita senza dover rinunciare né alla femminilità né al lavoro. E per fare questo è necessaria la collaborazione del mondo maschile, che però manifesta delle serie resistenze a riguardo (mi ha colpito a questo proposito che la maggior parte dei commentatori contrari al progetto del Gioco del rispetto, fossero proprio uomini, nonostante ancora oggi, gli uomini che partecipano alla vita scolastica dei propri figli siano ancora molto pochi).

Una bambina o un bambino, giocando al Gioco del rispetto, potrebbero decidere di rifarsi ai ruoli di genere tradizionali, per esempio una bambina che decidesse di truccarsi, o verrebbero richiamati al senso del progetto, cioè il loro superamento?
Il Gioco del rispetto non prevede “ruoli di genere tradizionali”, per cui questa ipotesi non può verificarsi. Se la domanda invece tende a sollevare la questione di che cosa succede se un bambino o una bambina non hanno voglia di giocare, allora rispondo che, come succede con qualsiasi altra attività proposta in classe, sarà l’insegnante stessa a valutare il miglior modo di procedere, nel pieno rispetto del benessere del bambino o della bambina.