Genio e sport. Da Ali a Jordan, alla ricerca di storie

Viviamo in un’epoca in cui ogni cosa dev’essere definita e quindi etichettata, ogni azione e oggetto per “esistere” devono avere uno scopo, un’utilità prima di tutto economica. Lo sport in particolare vive ormai da anni di eccessi e isterismi, ridotto a un semplice prodotto di marketing, un oggetto da vendere e comprare. I recenti scandali che hanno travolto il calcio, e prima il ciclismo, ma non solo, non hanno fatto che confermare questa tendenza.

Per questi motivi diventa salutare e perfino necessario fare un passo indietro e riappropriarci della natura stessa del gioco, scavare la superficie e riportare alla luce ciò che ne ha da sempre costituito il motore e la magia: il talento, in altre parole il Genio. Ogni disciplina sportiva ha avuto i propri campioni e leggende, atleti che ne hanno scritto la storia e riscritto le regole, icone il cui nome ha trasceso il campo da gioco assumendo un proprio ruolo nella società, nel costume, nella Storia.

Vogliamo per questo raccontare lo sport da un punto di vista diverso, recuperarne storie e personaggi, restituirne quella componente mitica ormai sacrificata sull’altare del Dio denaro. Un argomento enorme e complesso, che abbiamo scelto di esemplificare concentrandoci su due sport in particolare, due sport profondamente diversi.

Il primo è la boxe, la nobile arte, uno sport antico e fisico, fatto di sacrificio e dolore, di rispetto e sopraffazione. Uno sport antico quanto l’uomo, ancestrale, una sfida di capacità e personalità tra due individui che si mettono in gioco e a nudo, uno di fronte all’altro.

E se accostiamo le parole pugilato e genio, il primo nome che ci viene in mente non può che essere quello della figura più conosciuta, controversa e universale di questo sport, quella di Muhamed Alì, già Cassius Clay.

Alì ha declinato il concetto di talento in ogni sua sfaccettatura, dimostrando nella propria carriera le doti fisiche, di intelligenza, personalità e carisma, che ne fanno il più grande di tutti, con la sua personalità dirompente che gli permetteva di battere i suoi avversari prima ancora di mettere piede sul tappeto grazie ad una predisposizione istintiva alla vittoria; con la sua straordinaria agilità di gambe, ineguagliabile ed ineguagliata per un peso massimo, tale da evocare l’immagine della farfalla che punge come un’ape; con la sua irrefrenabile parlantina sul ring e fuori, che ne fecero il primo ‘trash talker’ moderno.

Gesti caratteristici e momenti memorabili, come il “pugno fantasma” che stese Sonny Liston, immortalato in un celeberrimo scatto, o la “Rumble in the Jungle” di Kinshasha contro il favoritissimo Foreman, una macchina da pugni, sfiancato e sconfitto dalla tattica cerebrale di Alì e dal boato dei cori “Alì bomaye!” (Alì uccidilo) di un intera nazione, immortalato nell’epico documentario “Quando eravamo re”. Alì fu grande anche nella sconfitta, quando contro Frazier in quello che è stato soprannominato l’Incontro del secolo, cedette solo al 15° round di una maratona estenuante tra due leggende del quadrato. Si prese poi la rivincita nel Thrilla in Manila, quando l’allenatore di Frazier lanciò l’asciugamano all’ultima ripresa per salvare il proprio pugile, distrutto dal martellante jab del fu Clay.

Ma la leggenda di Alì non si ferma tra le corde del ring: cresciuto in un epoca burrascosa, marchiata nel sangue dalla lotta per i diritti civili e dalle tensioni razziali, usò la propria popolarità, anche a proprie spese, per lanciare un messaggio d’orgoglio e autodeterminazione della comunità nera attraverso conversione alla fede islamica e il cambio del nome, considerato un retaggio dell’epoca schiavista, fino al clamoroso rifiuto di combattere in Vietnam che di fatto lo allontanerà forzatamente dal ring negli anni migliori per la sua carriera di pugile.

Rimangono leggendarie le sue battaglie contro una società come quella americana ancora legata a un atteggiamento razzista, rimane il lancio nel fiume Ohio della medaglia olimpica, vinta a Roma nel 1960, che lo porterà a un passo dalla prigione, rimane la dichiarazione «Non ho niente contro i Vietcong, loro non mi hanno mai chiamato negro».

Un personaggio, come amano dire gli americani, “larger than life”, a cui nemmeno il tremendo destino del morbo di Parkinson, ha potuto strappare un orgoglio feroce e la voglia di vivere e vincere anche questa sfida che brillano anche ora nei suoi occhi.

Il pugilato ha visto altri grandi personaggi e personalità calcare il ring nel corso degli anni, storie memorabili e incontri leggendari, ma nessuno ha saputo più di Alì coniugare il talento cristallino con il carisma magnetico che hanno trasportato di peso la sua imponente figura nella Storia, quella con la “S” maiuscola, al fianco di grandi pugili come Frazier e Sugar Ray Robinson, ma anche di grandi pionieri dei diritti civili come Martin Luther King o Malcolm X.

L’altra disciplina di cui abbiano deciso di parlare è il basket, uno sport, specie negli Stati Uniti, ricco di mitologie, siano esse legate al mondo professionistico, che a quello di playground. Uno sport la cui storia prende le mosse da Springfield (Massachusetts) nel 1891, per mano di James Naismith insegnante di educazione fisica canadese.

Uno sport che nasce “bianco”, ma che diviene con gli anni patrimonio e parte integrante della cultura afroamericana e che nel corso della sua storia è stato anche usato come simbolo e arma, uno strumento per combattere razzismo e pregiudizi, affrontandoli letteralmente sul campo di gioco.

Memorabile in questo senso è la vittoria del titolo NCAA della piccola università di Texas El Paso nel 1966: fu la prima squadra con un quintetto interamente afroamericano a vincere il titolo, sconfiggendo in finale la superfavorita Kentucky, guidata dal leggendario (e dichiaratamente razzista), coach Adolph Rupp. Nel 2006 la Walt Disney trarrà dalla vicenda un evocativo film, dal titolo “Glory Road”.

Ma non si può raccontare il basket senza parlare del più grande di tutti, ‘His Airness’, il giocatore più forte di ogni tempo, Micheal Jeffrey Jordan. Dopo aver vinto un titolo NCAA da protagonista a North Carolina nel 1982, Jordan sbarca nell’NBA nel 1984, a Chicago, e per i primi anni viene visto solo come uno straordinario, spettacolare solista. È con l’arrivo del coach guru Phil Jackson, e del “secondo violino” Scottie Pippen, che Jordan troverà il modo di incanalare il proprio straripante talento in un contesto di squadra, vincendo 6 titoli tra il 1991 e il 1998, interrotti da un anno e mezzo di ritiro a causa della tragica morte del padre.

Di lui si ricordano i 63 punti in un primo turno dei playoff (perso) nel 1986 contro i leggendari Boston Celtics, record ogni tempo per la post season, che fecero dire al grande Larry Bird “Quello era Dio travestito da Micheal Jordan”, i canestri allo scadere, spesso decisivi per la vittoria in gare fondamentali per il campionato, il trionfo nella gara delle schiacciate dell’All Star Game del 1987 che mostrò al mondo le doti antigravitazionali di quella che per i distratti e i miopi era solo una giovane promessa, la stagione delle 72 vittorie in regular season (altro record ogni tempo), i 38 punti con la febbre a trentotto contro Utah nelle finali del 1998 e una sequenza infinita di highlights in cui sembra sfidare quelle leggi fisiche che valgono per noi esseri umani o del suo classico tiro in sospensione ‘fade away’, con la lingua a penzoloni, marchio di fabbrica di uno stile e di una fede incrollabile nella vittoria che, fino alla comparsa sulla Terra del prossimo prescelto, non verranno neanche lontanamente e pallidamente imitate.

Ma per ogni aneddoto su Jordan che viene ricordato, ce ne sono centinaia che si rischia di tralasciare. La sua figura, così spettacolare e insieme pragmatica, ha costituito l’idolo supremo e inarrivabile modello per tutte le generazioni venute dopo di lui. Kobe e Iverson, e quindi Lebron e Durant, ma anche Belinelli e Gallinari, Yao Ming e Nowitzki, tutti i ragazzini del mondo sono cresciuti con il mito del 23 dei Bulls, provando a imitarne le movenze, sui campetti di periferia di Milano, i playground di New York o i campi NBA, tutti con la lingua di fuori, tutti con la voglia di volare verso la grandezza e la vittoria contro i propri limiti fisici e mentali.

Jordan non è stato colui che ha vinto di più (Bill Russell), né quello che ha segnato più punti in carriera (Kareem Abdul Jabbar) o in una singola partita (Wilt Chamberlain, con 100 punti!), ma è stato il più fulgido esempio di vincente nella storia forse di ogni sport, un talento infinito supportato da un’abnegazione feroce e l’innata capacità di alzare ulteriormente il proprio livello, quando la situazione lo richiedeva.

Ma come per Alì, la leggenda di Jordan non si ferma sul campo. A metà anni Ottanta, quando fa la sua comparsa sui parquet dell’NBA, la lega sta vivendo un periodo di crisi economica, gli introiti sono in calo e i palazzetti non sono più pieni come un tempo. L’arrivo di Jordan è un crack: l’NBA capisce che il suo stile spettacolare è una miniera d’oro e ne fa il proprio ambasciatore, la Nike lo copre letteralmente di soldi, creando una linea di scarpe intitolata a suo nome, che diventerà “la scarpa” da basket per antonomasia. La lega americana entra in una nuova fase della propria storia, divenendo una multinazionale dell’intrattenimento che nel decennio successivo avrebbe colonizzato il mondo. Jordan diventa il riferimento per una categoria di atleti, non più solo superstar sul campo, ma uomini azienda che spostano gli equilibri economici. I vari Cristiano Ronaldo, Tiger Woods, Tom Brady e tutti gli altri, nascono in questo momento.

Alì e Jordan. Boxe e Basket. Due uomini, due sport, un punto in comune: il genio, quel talento che rappresenta l’essenza stessa del concetto di competizione. Questo genio può avere mille volti e ognuno di quei volti ci racconta una storia. Mettetevi comodi e gustatevi il viaggio.

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