Generazioni di passaggio..di Fabio de Visintini.

Esercizio: come si chiamavano i miei bisnonni?

Domanda un po’idiota, che tuttavia ci pone dei dubbi sulla nostra capacità di incidere nella “storia” come oggi giorno sembrano fare calciatori o politici. Gran parte delle persone non sono in grado di ricomporre gli otto nomi, con ciò dimostrando che già all’interno della famiglia, a distanza di 50 anni, non restano nemmeno le tracce elementari, come l’identità rappresentata da un semplice nome.

Siamo una “generazione di passaggio” dice il Presidente dell’Autorità portuale a Trieste, lanciando un messaggio a chi ritiene di poter incidere sul destino proprio e degli altri attraverso azioni “che cambiano la storia” o che sperano di essere ricordati al pari di faraoni per le piramidi che ci lasceranno. Trieste è la città dell’immobilismo, dove memori di un passato ricco, qualcuno ha pensato di fermare il tempo rattoppando il vecchio maglione di cachemire, senza accorgersi che nel tempo è diventato un cencio.
Siamo “generazione di passaggio” e in nostri nipoti non ricorderanno il nostro nome, nè come avremo agito in vita, a meno che non riusciremo a lasciare qualche epitaffio per le brutte azioni o per le mancate azioni che non avranno permesso loro di costruirsi il futuro che avranno scelto.
Oggi il presente non esiste e comunque pochi hanno il dono di saperlo/poterlo vivere, quindi, ormai annoiati delle storie di un fulgido passato, non abbiamo altra scelta che generare basi positive su cui altri, domani, stabiliranno il loro destino e quello della collettività.

Stringe il cuore immaginare come al Porto vecchio di Trieste le attività potessero scorrere frenetiche nel tempo andato (ovviamente frenetico è terminologia moderna..), fa male al cuore vedere come il tempo si è palesemente fermato, interrotto soltanto da qualche poco poetica asfaltatura, genera speranza pensare che qualcuno ha deciso di togliere il tappo dell’immobilismo Cialis per liberare l’energia che dopo decenni di coma potrebbe risultare definitivamente estinta. La “generazione di passaggio” ha imparato a smettere di sperare perchè gli interessi di pochi avevano deciso per tutti, ma ora è giusto provare ancora ad illuderci che un giorno si potrà rinascere e camminare con le proprie gambe, anche se a farlo sarà la generazione successiva, quella a cui dobbiamo lasciare ordegni per lavorare e non ragnatele da schivare.

Per anni chi è venuto da “fuori”  ha visto la meraviglia della Città, ha deciso di restare e magari investire, ma è rimasto inascoltato se non è stato cacciato, quasi potenzialmente potesse disturbare il letargo della futura morta. Trieste aveva 290.000 abitanti alcuni decenni fa, oggi conta 204.000 animi e il record italiano degli anziani: non male e complimenti a chi ci ha conservato! Oggi però molti sembrano crederci e ad Autostar che viene da fuori abbiamo steso il tappeto rosso che merita, il Porto ha aperto la.. porta, un’audace Mini appesa nel vuoto ha mostrato la possenza di Ursus, gru in ferro che non arrugginisce di cent’anni fa. Queste sono cose che si possono fare solo a Milano, Londra,   New York.. hanno pensato in molti. Eppure se si vuole si può.

Grazie per averlo detto Presidente: a lavorare per il futuro serve concordia nel condividere progetti e competenza nello scrivere strategie future. La buona volontà è la condizione prima e indispensabile ma l’improvvisazione, di cui la Politica ci ha mostrato copioso esempio nell’epoca recente, non è certo sufficiente a generare valore nelle attività produttive: oggi per competere bisogna conoscere. Da noi le competenze certamente non mancano, è sufficiente bussare e chiedere loro di partecipare restando e non di far fortuna partendo per l’estero, dove queste cose le hanno capite da un bel po’
Si può fare 🙂