Finis Austriae, l’inizio della modernità

L’Impero austroungarico sembrava non avere mai una fine: nulla sembrava impensierire l’eterno succedersi dei giorni felici sotto Franz Joseph.

Tutti riconoscevano con il massimo rispetto l’egemonia di Vienna per il suo illustre passato e per i musicisti che continuavano a cercarvi fortuna: essere accettati a Vienna significava entrare nel Parnaso ed essere in qualche modo accostati a Haydn, Mozart e Beethoven. Paragoni arditi e pericolosi. Al ritmo di
un sorridente ed instancabile valzer si era arrivati all’alba del nuovo secolo e si stava preparando qualcosa di inatteso. La musica colta, con il passare degli anni e delle mode, era diventata classica, romantica, post romantica e infine si stava ramificando cessando di essere un patrimonio esclusivo dell’Austria. La Francia impressionista, l’eroica Russia, l’esotismo spagnolo, il melodramma italiano, il sinfonismo tedesco erano tutti figli cresciuti che non avevano bisogno di chiedere al nobile Nonno il permesso di mostrare il loro abbacinante carico di novità espressive.

“La nostra passione era appunto scoprire e precedere l’ultima novità, quel che di più insolito e stravagante non era stato ancora volgarizzato da nessuno, non soprattutto dalla critica ufficiale dei nostri dignitosi quotidiani: una passione del resto alla quale io ho ceduto ancora per molti anni. Conoscere quel che era ancor sconosciuto, amare le cose meno accessibili, più audaci, più singolari e radicali, era la nostra smania […]”

Il giovane Stephan Zweig nel libro “Il mondo di ieri” così racconta la sua giovinezza a Vienna alla fine dell’Ottocento: e continua esaltato per una pacca sulla spalla ricevuta da Johannes Brahms, trionfante quando scorgeva Gustav Mahler per strada, primo tra i primi a reperire le introvabili prime edizioni delle poesie di Reiner Maria Rilke. Per non parlare delle altre personalità che erano “di casa” come gli architetti Adolf Loos ed Otto Wagner, la triade di pittori Klimt, Schiele e Kokoschka, il mordace scrittore di aforismi Karl Kraus, il poeta Peter Altenberg che ogni giorno della sua vita sedette allo stesso tavolo del Cafe Central. Ed ancora Freud, Werfel, Schitzler… Ribolliva uno spirito nuovo, diverso, necessario, e che rifletteva l’urgenza di cambiamento che gli artisti fiutano prima delle persone comuni. Giovani entusiasti vissero il periodo a cavallo dell’anno 1900 come un salto coraggioso dove la forza di osare vinse sulla serena inerzia che garantiva il vecchio rassicurante imperatore. Solitamente i periodi di incertezza e di cosiddetta decadenza presentano una ricchezza stilistica fuori dall’ordinario: così fu per l’ellenismo, la fine dell’impero romano ed il manierismo dopo il Rinascimento. In questo “Fin de siècle” tutte le Arti pulsarono di nuova linfa vitale: architettura, grafica, letteratura, poesia, scultura, pittura. E, naturalmente, il cambiamento per la musica non poté essere meno potente. Le sinfonie di Wagner, Mahler e Bruckner, in diverse maniere, erano tita- niche opere in cui si avvertivano i germi di un’imminente frattura.

A Vienna sotto il grido di Secessione l’Arte fu scossa nel profondo. Il compositore Arnold Schönberg dapprima seguì i grandi Maestri e dopo essersi accorto del vicolo cieco in cui la musica colta si era arenata – comportandosi anch’egli da grande e coraggioso rivoluzionario – decise per la soluzione più drastica ovvero l’atonalità. L’assenza del fondamento della musica classica fino a quel momento. Non per moda, non per stravaganza ma per urgenza espressiva al pari dei suoi colleghi nelle altre arti. E da questo brodo primordiale rimise in discussione tutto, dando alla luce una nuova tecnica compositiva chiamata serialismo e più precisamente dodecafonia; musica organizzata secondo rigide regole numeriche, senza contenere necessariamente una melodia orecchiabile e quindi “borghese”.

Un pensiero molto lungimirante che possiamo arditamente accomunare alla riforma organizzativa che Johann Sebastian Bach operò sulla musica dei tempi passati e che lo ha reso il padre della musica classica occidentale. Il serialismo e lo spirito di affrancamento dalle melensaggini post romantiche è stato ripreso rigidamente dai discepoli di Schönberg, sviluppato, trasfigurato in tutto il XX secolo. Le nuove composizioni, che non potevano piacere al gusto del grande pubblico ma gli intellettuali subito battezzarono come la nuova via, furono il punto d’inizio di infiniti processi di cui ancora oggi si avvertono le conseguenze: la frattura tra artista e pubblico, il bisogno impellente di evasione e sperimentazione dell’intellettuale, lo sgretolamento dell’aura attorno all’opera d’arte, l’irruzione violenta della razionalità in un campo sino ad allora dominato dal sentimento.

L’elogio della storia passata è inutile e sterile ma quanto mai necessario in periodi di cultura massificata e in cui il massimo della libertà di espressione è dare contro al pensiero comune. La riproposizione di un periodo di grandi stravolgimenti storici deve riportare all’ammirazione verso dei modelli dove le Arti erano al centro dell’attenzione e non un piacevole contorno spesso non retribuito – e quindi non riconosciuto – e considerato meno di una partita di calcio. Riflettere sull’attualità significa certamente pensare ma soprattutto agire.