Fermi in un angolo del Mediterraneo?

Trieste 1914, la città e la guerra. Questo il titolo della mostra che la Provincia di Trieste assieme all’Istituto Regionale per la storia del Movimento di Liberazione e al contributo della Regione FVG e della Fondazione CRTrieste ha voluto allestire presso il Magazzino delle Idee. Le commemorazioni del Centenario dello scoppio della Grande Guerra sono partite da un po’ e così anche l’istituzione triestina che più di ogni altra sta vivendo un periodo complesso, ha voluto dare il suo aiuto.

La mostra come da comunicato stampa “racconta attraverso immagini, filmati, lettere, memorie, documetni d’archivio, la storia della città di Trieste tra gennaio 1914 e i primi mesi del 1915” ed ancora “una narrazione che si dipana seguendo lo scorrere dei mesi e intrecciando i grandi accadimenti con squarci di vita collettiva, storie personali e mutamenti sociali”. Che la mostra racconti non c’è dubbio. Che narri va bene. Che mostri qualcosa di consono alla memoria di questa città cercando di “valorizzare la storia di Trieste e del suo territorio” per citare la Presidente Bassa Poropat, forse, forse no. Allora ci siamo permessi di  impostare qualche riflessione in merito. Perché? Perché l’idea iniziale era quella di fare un museo diffuso in tutta la città, proprio per dare risalto all’anno di guerra che diversifica questa parte d’Italia dalla penisola. Ed invece, metter assieme tutti quanti i soggetti sembra non sia stato possibile. Un progetto europeo che non ha ottenuto la possibilità finanziaria ha fatto in modo che solamente la Provincia di Trieste, assieme ad altre importanti realtà locali, sia riuscita a stanziare un finanziamento per realizzare la mostra.

Partiamo proprio da qui: ci si è mossi in tempo per organizzare le commemorazioni? Forse. Forse no. “Avremmo dovuto muoverci tre anni prima. Il museo diffuso era un’idea fantastica, purtroppo non siamo riusciti a realizzarlo” così la Presidente dell’IRSML Anna Maria Vinci. “L’unico soggetto che ha appoggiato l’operato dell’Istituto è stata la Provincia”. Quindi un’istituzione che nel prossimo periodo scomparirà.  Siamo proprio sicuri che una mostra sul 1914 fino all’aprile 1915, che dura esattamente cinquanta giorni, sia il modo giusto per “valorizzare la storia di Trieste”? Forse. Forse no. Certamente moltissimi sono gli eventi in città riguardanti la memoria di quel conflitto. Tante persone che hanno lavorato alla mostra hanno dovuto contemporaneamente lavorare ad altri progetti e sembra che la “spending review” abbia imposto dei costi del lavoro minori di quello che avrebbero dovuto essere.

È la mostra, dal punto di vista storiografico realizzata bene? Forse. Forse, perché se il lavoro svolto è da lodare per impegno e volontà, alcuni addetti ai lavori hanno criticato l’impostazione mononazionale della mostra, senza dar risalto alla realtà triestina dell’epoca, intrisa di un multiculturalismo divenuto totem nella storia successiva della città e sbandierato ogni qualvolta si voglia ancorarsi al passato per non voler vedere il presente. Si possono attaccare le didascalie esplicative delle foto con il “blue-tack”? Forse, forse no. Perché se la “spending review” impone riduzione dei costi è anche vero che non è propriamente una bella immagine da offrire. Tuttavia sul “blue-tack” probabilmente possiamo anche soprassedere. Si può giustamente tradurre il tutto anche in sloveno e tedesco (non sui grandi pannelli perché di dimensioni troppo grandi, bensì su dei fogli A3 plastificati) e poi lasciarli su degli scaffali in disordine? Forse, forse no. La presidente Anna Maria Vinci ha detto di voler intervenire subito.

Il percorso, che si può fare anche guidati il sabato alle 17, parte proprio dall’estate del 1914. La presentazione è affidata ad alcuni pannelli esplicativi – italiano ed inglese – attaccati alle pareti. “Una violenta bufera”, “Tempo libero e socialità” ed anche “Sviluppo e povertà” introducono il visitatore nei giorni caldi pre conflitto. Si scorre tra immagini raccontate sulla base di testi di Benco, Rossi, Svevo e Slataper, appare il caffé Milano, ci si siede sui cubi – forse un po’ pochi – che permettono al visitatore di sedersi e di percepire la mostra attraverso una visione d’insieme. Ci sono le stampe dei giornali d’epoca plastificate, una cartina geografica con la dicitura Prissia orientale al posto di Prussia, una sala con circa ottanta posti a sedere dove poter ospitare conferenze.  Non sono delle critiche fine a sé stesse. Sono analisi che dovrebbero portare ad un miglioramento del mondo in cui viviamo. Perché se accettiamo la competizione globale dovremmo far in modo che professionisti giovani siano in grado di darci una mano. Non c’è niente di sbagliato nel chiedere aiuto. Mandiamo i giovani a fare l’Erasmus ma non a dover fare due esami in un anno. Stringiamo accordi con Musei d’eccellenza in giro per l’Europa, facciamoli lavorare negli archivi, nella conservazione, nelle pubbliche relazioni. Facciamo lo stesso noi per studenti stranieri. Facciamo in modo di riconoscere agli studenti di Economia un determinato numero di crediti per sei/otto mesi di lavoro (magari part time) di fundraising all’interno di un museo o di un’Istituzione come l’IRSML. Facciamo in modo che tutto questo stimoli una sana competizione anche tra facoltà universitarie. Applichiamo logiche diverse alla Cultura. Creiamo i presupposti per diventare magnete e non solamente di velisti per una settimana all’anno. Usiamo tutti gli strumenti che abbiamo a disposizione. Cerchiamo di interpretare meglio degli altri questa crisi e lavoriamo alle soluzioni. Riconosciamo loro il raggiungimento di un grado di professionalità spendibile, usiamo meglio i fondi europei, cerchiamo persone che siano eccellenti nella realizzazione e scritture dei progetti UE. Persone che parlino lingue diverse, che abbiano girato e visto il mondo. Perché altrimenti saremo sempre fermi qui, in questo magnifico angolo di Mediteranneo.

Cominciamo noi. Facciamolo presto.

Credits Foto: Francesco La Bella