Feff 17: storica tripletta sudcoreana

Dopo dieci giorni di proiezioni e incontri al Teatro Nuovo “Giovanni da Udine”, e di coloratissime incursioni nel centro cittadino (un centinaio, quest’anno, gli appuntamenti connessi al Festival), è tempo di bilanci per l’edizione 2015 del Far East Film Festival.

Un’edizione che ha visto crescere del 20% le entrate dirette (165 mila euro d’incasso tra accrediti, biglietti e merchandising), totalizzando circa sessantamila spettatori. Un pubblico fedelissimo, quello dei fareasters, europeo e internazionale, composto da giornalisti, critici, studenti, esperti, addetti ai lavori e, soprattutto, da persone che amano il cinema d’Oriente.

Oltre quaranta le guest stars da ben undici paesi asiatici, a testimonianza di quale sia la grande reputazione che il festival di Udine ha saputo conquistare negli anni nel lontano Oriente.

E proprio i fareasters, che dal 1999 sono i soli giudici dei titoli in concorso, hanno premiato in questa diciassettesima edizione la Corea del Sud con una storica tripletta: il commovente Ode to My Father di Jk Youn si è portato a casa il Gelso d’Oro 2015, seguito da The Royal Tailor di Lee Won-suk (già vincitore del Gelso d’Oro 2013) e da My Brilliant Life di E J-yong.

Tre film stupendi, ciascuno a modo suo. A partire da Ode to my father del regista JK Youn, un film epico capace di raccontare la storia di un’intera generazione, di coloro i quali erano bambini durante la guerra di Corea, tra il 1950 e il 1953, e sono diventati adulti mentre la Corea del Sud lottava per uscire dalla povertà. È la stessa generazione del padre del regista Youn al quale egli tributa un omaggio. Il protagonista di Ode to my father, Duk-soo (interpretato dal versatile Hwang Jung-min di New World e You Are My Sunshine) è un uomo che ha accantonato i propri sogni per il bene della famiglia. Eppure, quando lo vediamo anziano e circondato da figli e nipoti, la famiglia non gli è particolarmente affezionata. La sua storia è un po’ melodramma, un po’ Forrest Gump, un po’ black comedy e un po’ incredibilmente seria. E gli sforzi, di Duk-soo e del suo migliore amico Dalgu (interpretato da Oh Dal-soo), per uscire dalla miseria finiscono per portarli nelle miniere di carbone in Germania e più tardi nella guerra del Vietnam, fra momenti di inaspettata umanità che catturano l’assurdità di fondo della vita e la sofferenza che la storia porta con sé.

The Royal Tailor, secondo premio della giuria del pubblico, è invece una favola vibrante con echi di Amadeus che celebra l’origine e gli archetipi della moda coreana, attraverso i suoi spettacolari abiti tradizionali, chiamati hanbok. Il film, diretto da Lee Won-suk, racconta la storia di due stilisti di hanbok che vivono all’epoca della dinastia Joseon. Il navigato attore Han Seok-kyu interpreta Cho Dol-suk, un uomo che ha diretto la sartoria di ben tre sovrani, modellando gli abiti tradizionali di re e regine. A lui si contrappone l’ultimo arrivato Lee Kong-jin (il popolare divo Ko Soo), un genio i cui disegni non convenzionali iniziano a catturare l’attenzione non solo a corte. Le gelosie ben presto si accendono quando Lee Kong-jin inizia a disegnare gli abiti per la regina, interpretata con grazia regale da Park Shin-hye. Il film The Royal Tailor ha ricevuto anche il premio dei web-giurati di MYmovies.it.

Al terzo posto per la giuria del pubblico: My Brilliant Life di E J-yong. Una storia drammatica, eppure trattata con dolcezza e giusta distanza. Areum è, infatti, un ragazzo particolare. È nato con la progeria, una patologia genetica rarissima che provoca un invecchiamento precoce: anagraficamente ha solo diciassette anni ma il suo corpo è quello di un ottantenne. “Come ci si sente ad essere giovani?” chiede un giorno ai suoi genitori con estrema serietà. I suoi genitori hanno dato alla luce Areum quando avevano solo diciassette anni, e ora che ne hanno poco più di trenta, il loro figlio ha raggiunto la vecchiaia. Tra loro c’è una dinamica curiosa: i genitori a volte si comportano da bambini e, spesso, Areum sembra il più saggio e navigato dei tre. Ma quando le sue condizioni si aggravano, comincia a comportarsi più come un bambino spaventato e i suoi genitori sono obbligati a crescere. Il film è tratto da un romanzo del 2011 di Kim Ae-ran, diventato un best seller per la sua storia lacerante.

Per finire, gli accreditati Black Dragon hanno votato come miglior film The Last Reel, il primo titolo cambogiano nella storia del Feff. Il film è un’opera prima e una premiere europea della regista Sotho Kulikar, ospite della kermesse udinese. È un melodramma tra il familiare e lo storico su una giovane donna della Cambogia di oggi e sull’affannosa ricerca della bobina mancante di un vecchio film in cui la ragazza ha riconosciuto nella protagonista la madre. L’ultimo rullo non venne girato a causa degli scontri con i Khmer Rossi; la ragazza, che di nome fa Veasna, decide così di finire il film per permettere alla madre di elaborare il lutto.

The Last Reel rende omaggio alla Golden Age del cinema cambogiano e ai suoi trecento film realizzati tra il 1965 e il 1975, di cui soltanto il trenta per cento è stato salvato. Un debutto ambizioso, quello di Sotho Kulikar, che si concentra sul conflitto intergenerazionale per denunciare il silenzio che ancora oggi avvolge il passato difficile e scomodo della Cambogia. Il film segna anche la rinascita del cinema cambogiano che, seppure con l’aiuto produttivo dell’Australia, da cui provengono lo sceneggiatore-produttore, il direttore della fotografia, il montatore, il compositore, è riuscito a far emergere un nuovo talento, tutto al femminile, che siamo certi rivedremo nelle prossime edizioni del Feff.

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