Fausto Biloslavo – la sfida, la sopravvivenza

“E quando sentirete di guerre e di rumori di guerre, non allarmatevi; deve avvenire, ma non è ancora la fine. Si solleverà infatti nazione contro nazione e regno contro regno, vi saranno terremoti in diversi luoghi e vi saranno carestie: questo è l’inizio dei dolori”.

Marco, 13, 7-8

 

La guerra non è “igiene del mondo”, come in maniera proterva e capziosa ha dichiarato Filippo Tommaso Marinetti nel lontano 1909. La guerra non rassomiglia nemmeno lontanamente alla dissoluzione e macerazione fisica (e filosofica!) di cui si è fatto interprete Cioran. Ogni conflitto (sia questo generato dal confronto tra eserciti regolari, o si tratti di combattimenti asimmetrici, o di lotta rivoluzionaria, o sia ombreggiato sullo sfondo da motivi etnici o religiosi) è sempre morte, distruzione, dolore e lascia in eredità ferite e cicatrici che si trascinano per decenni. Alla fin fine è una voragine elastica di cui non si riesce a conoscere il fondo e la sua reale possibilità di dilatazione. E, come afferma papa Francesco, toglie il sorriso ai bambini per lasciare nelle loro mani le armi come simulacro di giocattoli.

La disillusione che segue la catastrofe, la caduta del velo tra il prima e il dopo, il senso di impotenza e di perdita che perseguita chi è sopravvissuto viene ben rappresentato dall’opera di Ernst Ludwig Kirchner (“Autoritratto da soldato” del 1915, dove l’autore si ritrae con la divisa del 75° reggimento di artiglieria, ma mutilato della mano destra): poco dopo lo scoppio della prima guerra mondiale l’agro e il cupo intridono tutta la sua tavolozza per parlarci sull’inutilità di quella disastrosa e inutile carneficina. Si dirà: anche Francisco Goya, Otto Dix, Picasso, Emilio Vedova e via dicendo, ma ciò vale a dire che la storia non ci ha insegnato nulla e che i conflitti semplicemente si sono spostati dal centro alla periferia: il dramma e l’orrore non sono scomparsi, si sono allontani dalla culla della civiltà europea per approdare in zone che talvolta, a occhi chiusi, nemmeno sapremmo trovare sulla carta geografica.

Il coscritto (quello che in anni recenti dagli USA fuggiva in Canada per eludere la guerra del Vietnam, o dalla Germania federale si trasferiva a Berlino ovest per ottenere agevolazioni di varia natura) in molte aree geografiche, ha lasciato il posto a un esercito di volontari, consapevoli dei rischi ma che confidano in un riscatto economico e sociale o sostengono la loro scelta con altre ragioni che si fa davvero difficoltà a comprendere. Lo scenario in definitiva non cambia: la morte rimane in agguato. Rimane in agguato del soldato volontario e nascosta nel ventre molle di civili inermi che spesso vengono usati come scudo per occultare armi o per confondere il volto di guerriglieri senza scrupoli, e in questo senso ben al di fuori di alcuna convenzione di Ginevra o di qualsivoglia senso di umanità. E la morte rimane ben presente anche per chi questi conflitti è chiamato a documentarli, sia questo un fotografo o un cineoperatore “embedded” o sia un giornalista che si muove con maggiore rischio della propria vita sulla linea di fuoco, se non addirittura all’interno di un territorio infido e non bonificato.

Lo sprezzo del pericolo, quel pizzico di follia, la polvere, il sudore, la sete e la fame, il sonno e la stanchezza e il crollo nervoso che possono cogliere un militare in servizio sulla linea del fuoco, facilmente possono trovare un contraltare nel reporter: anche il fotoreporter deve avere non solo spirito di adattamento e sopportazione, ma allo stesso tempo incarnarsi nel deuteroagonista che sfida il proiettile sparato per uccidere in maniera diretta e circoscritta o la deflagrazione del razzo di un drone lanciato per distruggere a largo raggio.

Il lavoro del reporter di guerra corre sulla lama di un rasoio, in sintesi potremmo dire che per toccare il 2014 corre tra la morte di Robert Capa (autore di indiscussa statura) e quella di Andy Rocchelli (ucciso recentemente in Ucraina). Allora, il quesito che dobbiamo porci, là dove il testimone pone a rischio la sua vita per documentare la morte e il dolore degli altri, è questo: c’è la possibilità di estetizzare ciò che si sta registrando? Si può, quindi, come in un rito apotropaico, indicare a noi la morte per mezzo di un cumulo di cadaveri, dando un ordine al disordine, e assegnando un profilo alla distruzione, per salvare in qualche modo noi (piccoli borghesi privi di qualsiasi qualità) da questa tenebra? La storia dell’arte ci insegna che anche la morte può essere messa a distanza, può essere riconsegnata nei termini di una bellezza posseduta e controllata. Affiorano alcuni esempi: “Il Cristo” di Brera del Mantegna, “La morte di Marat” di Jacques-Louis David, “Il settimo sigillo” di Ingmar Bergman, la famosissima foto del “Chè” sul tavolo dell’obitorio sulla quale perfino Josè Saramago ricamò una breve meditazione, la sequenza degli obitori di Andres Serrano.

Con questo non si vuole dire che il reportage di guerra punta all’estetizzazione del conflitto che va a documentare (e in maniera indiretta alla eroicizzazione dei protagonisti, sebbene “Signal”, a fini di propaganda, abbia fatto proprio questo); si vuole piuttosto affermare che siccome l’estetizzazione è qualcosa di connaturato in chi guarda, nella scelta dell’immagine a uso divulgativo scatterà ovviamente un meccanismo che andrà a privilegiare non solo l’efficacia narrativa, ma anche la qualità dell’inquadratura e della luce, mentre talvolta la crudezza di certe immagini viene censurata.

Fausto Biloslavo, interprete di una vita convulsa, affascinante, irripetibile, dedicata a raccontare a un Occidente ingordo di immagini, anche truci e impietose, le asperità e la sofferenza di popoli martoriati, si è messo in gioco in tutti i conflitti di questi ultimi trent’anni (egli inizia la sua carriera giornalistica, poco più che ventenne, nel 1982, seguendo la guerra in Libano, come fotografo freelance, per collaborare poi con testate quali “Il Giornale”, “Il Foglio”, “Panorama”, “Sky”, “Tg24” e “TGcom24”), mettendo ripetutamente a repentaglio la sua vita, rimanendo ferito in modo grave, finendo perfino prigioniero in Afghanistan, ed esprimendo con queste sue testimonianze dirette opinioni anche audaci e considerate scomode dalla maggioranza dei benpensanti.

Eppure, in conclusione, questa mostra, che “Genius online” dedica all’opera di Fausto Biloslavo, va letta, per assurdo, non solo come un documento sulla morte, ma ci deve far riflettere per permetterci di salire a due ulteriori livelli. In prima istanza deve essere vista come un dialogo culturale sull’attualità in una città troppo passatista e troppo nostalgica, mentre in seconda battuta, bisogna andare in trasparenza, cercandovi i sentimenti della condivisione, della tolleranza e del perdono, in qualche modo vicini a una invocazione di pace e d’amore, e similmente a una sorta di preghiera per i caduti di tutte le guerre, siano essi dalla parte degli sconfitti o dei vittoriosi. E questo per ottemperare a due verità: in primis perché il furore di Achille sul corpo di Ettore (Omero docet) dopo quasi tremila anni fa difficoltà a entrare nell’immaginario collettivo dominato dai “new media”, in secundis perché la pietas classica nei confronti degli sconfitti è già stata tratteggiata egregiamente (in forma plastica) dagli autori ellenistici nei confronti dei Galati e poi dagli autori romani nei confronti dei barbari sottomessi.

E se le parole dell’epica, in origine, dilatate dal canto e dalla cetra, hanno potuto pesare come macigni per generazioni e generazioni, oggidì, le immagini (proprio quelle fotografiche e di crudo stampo narrativo) non debbono essere da meno. E come tali vanno tenute in debita considerazione, comprendendone il valore e la ricaduta che possono avere sulla nostra quotidianità.

foto di fausto biloslavo