Fausto Biloslavo: “Gli occhi della guerra”.

In foto: Fausto Biloslavo

Genius incontra Fausto Biloslavo, uno tra i più esperti inviati di guerra italiani. Una carriera lunga trenta anni, vissuta attraverso la testimonianza di quasi tutti i conflitti scoppiati a cavallo tra Novecento e nuovo millennio, una persona che ha seguito la sua passione affrontando rischi enormi, come la prigionia ed un tremendo attentato. Grazie al nostro direttore Francesco La Bella ho avuto l’occasione di porre qualche domanda a questo grande professionista del giornalismo italiano, collaboratore di grandi testate giornalistiche e televisive come Il Foglio, Il Giornale, Panorama, SKY TG24 e Tg1.

L’informazione ha occupato una posizione sempre più centrale nello svolgimento di ogni conflitto, oggi ci arriva a casa addirittura in real time, con tutte le qualità del reale, dura, istantanea. Sono cambiati i modi e le tecnologie di cui si serve il giornalismo. Cosa significa essere un reporter oggi, e cos’è cambiato nel tempo? 

Avendo iniziato la mia carriera quasi trent’anni fa posso dire di aver vissuto la rivoluzione copernicana del giornalismo di guerra: negli anni ottanta giravo il mondo tra l’Angola e le montagne afgane con l’Olivetti 32 ed una macchina fotografica reflex, per cui potevo vedere le fotografie solo a distanza di mesi dagli scatti; poi nel 2003, durante l’invasione dell’Iraq al seguito delle truppe americane,  mi sono ritrovato nel deserto, sul tetto della mia piccola jeep con un pc portatile per scaricare le immagini della macchina fotografica digitale ed inviare il pezzo e le foto della storia che avevo raccolto durante il giorno. Questa è stata una grande rivoluzione, che spero continui, non dobbiamo avere paura delle nuove tecnologie o dei social network applicati al giornalismo. Da un altro punto di vista l’arco dei 30 anni della mia carriera è stato profondamente condizionato dall’11 settembre, data che ha segnato un cambiamento in negativo per i reportage di guerra, mi spiego: la situazione antecedente era molto favorevole, si potevano produrre dei reportage “perfetti”, si passavano le linee delle fazioni opposte, come ad esempio in Ruanda durante il genocidio ho assistito al massacro della minoranza Tutsi, ho visto le fosse comuni con gambe e braccia che spuntavano dalla terra perché i corpi non erano stati seppelliti bene, e poi sono stato testimone della vendetta operata a danni degli Hutu la volta in cui i Tutsi avevano preso il potere.  Nei Balcani ho potuto testimoniare la guerra tra le diverse fazioni così come in Afghanistan ho incontrato i Talebani. Purtroppo l’11 settembre ha cambiato tutto, molti miei colleghi si sono ‘messi l’elmetto’ cadendo nella trappola dello scontro di civiltà, inoltre le nuove tecnologie hanno fornito strumenti dall’utilizzo così immediato che noi giornalisti non siamo più utili alla causa, vedi il filmato del linciaggio di Gheddafi. Dopo l’11/9 le parti in lotta ti giudicano dal passaporto, non siamo più dei testimoni ma veniamo considerati come dei nemici o infedeli, quindi il giornalismo di guerra si è trasformato in un giornalismo da ‘kamikaze’, sei visto come carne da ostaggio per soldi o peggio come strumento di propaganda venendo sgozzato davanti ad una telecamera. Questa situazione ti costringe ad andare ‘embedded’ cioè aggregato con le truppe occidentali, sputi sangue e sudore con l’unità che sta in prima linea ma di certo il tuo angolo di percezione ne risente: è sempre interessante perché da una piccola vicenda puoi raccontare la grande storia del conflitto, però la visuale della situazione non è più a 360 gradi. Infine dopo l’11/9 i grandi media come la CNN sono stati sostituiti da grandi media arabi come Al Jazeera, questi colossi non sono solo dedicati all’informazioni ma fanno anche propaganda: ad esempio Al Jazeera, dopo aver tenuto una linea chiaramente contraria alle invasioni militari dell’ Iraq o dell’ Afghanistan, si è schierata apertamente a favore dell’intervento in Libia giocando un ruolo essenziale per l’Occidente. Bisogna stare molto attenti alla deriva del post 11/9, oggi la guerra vera si combatte con la guerra della disinformazione e della propaganda.

Le motivazioni che ti hanno spinto a vivere questa professione rimangono valide nel presente oppure qualcosa è cambiato? 

Le motivazioni sono sempre le stesse, dopo aver fatto il Nautico a Trieste mi sono iscritto a scienze politiche, avevo tre pallini: scrivere (anche se ho dovuto iniziare come fotografo facendo di necessità virtù), girare il mondo e seguire un po’ d’avventura. Ricordo che nell’87 ai tempi della fondazione di Albatross Press Agency, fondata assieme a Gian Micalessin ed Almerigo Grilz – morto in Mozambico nel 1987 facendo questo lavoro – il nostro motto era la canzone “Vita spericolata” di Vasco Rossi, un grande successo di quegli anni.

report fotografico di Fausto Biloslavo

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Il tuo battesimo di fuoco è avvenuto nel 1982 durante l’invasione israeliana nel Libano, sei un testimone diretto di quella guerra ed inoltre hai visitato Gaza, cosa pensi della letteratura attraverso cui si descrive la questione israelo-palestinese sui media occidentali e orientali? E cosa pensi del recente avanzamento dello status quo palestinese nella comunità internazionale?

Purtroppo il conflitto arabo israeliano è un cancro che rovina il vicino Oriente da sempre, e prima o poi bisognerà risolverlo pacificamente perché non si può andare avanti così per l’eternità. Io penso che nell’informazione su questa tragedia ognuno tiri l’acqua al suo mulino, quindi è molto difficile essere obiettivi come è altresì difficile non essere tirati per la giacchetta da una parte o dall’altra: penso che le colpe siano spesso equamente divise. Noi occidentali talvolta ci innamoriamo delle cause dei popoli oppressi come può essere quello palestinese, e magari non vediamo le magagne delle loro organizzazioni politiche o terroristiche, dall’altra parte è anche vero che con uguale partigianeria ci schieriamo con Israele pensando che tutto quello che fa lo fa bene ed abbia ragione su tutto: bisogna vivere senza paraocchi per conoscere e capire bene le colpe, i diritti e le giuste cause di entrambe le parti. Per esempio io sono stato a Gaza, dove è indubbio che gli Israeliani con l’operazione “piombi fuso” hanno fatto un vero massacro, ma allo stesso tempo, ed in pochi se ne sono accorti, Hamas usava il suo popolo come scudo umano: questa è la piccola verità che dobbiamo raccontare, perché se no l’informazione è a senso unico da una parte o dall’altra, fermo restando che gli israeliani hanno fatto strage a Gaza, anche se lo hanno fatto perché avevano subito un attacco mediante razzi fu come rispondere con una bomba atomica ad uno che ti spara con la pistola ad acqua. Ho iniziato la mia carriera in Libano nell’82, durante l’invasione israeliana finalizzata a cacciare i palestinesi di Arafat, che a loro volta erano arrivati in Libano dalla Giordania perché avevano tentato una specie di colpo di stato, ed in Libano hanno provocato una guerra civile, insomma la storia del vicino Oriente deve essere compresa interamente. Io penso che i Palestinesi abbiano diritto ad avere uno Stato che però non preveda la cancellazione dello Stato israeliano, ma questo ‘sogno’ non può essere realizzato senza l’accordo tra le due parti. Anche se sono favorevole a qualche piccola forzatura questi accordi internazionali possono portare solamente ad un aumento della tensione: senza l’armonia delle parti non ci sarà pace in Medio Oriente.

Nell’introduzione del suo libro “On the State of Egypt” Alaa Al Aswany racconta come nel 2004 durante un seminario a New York un giovane americano gli avesse posto la seguente domanda “Voi Arabi fate sesso con le donne allo stesso modo degli occidentali?”. Tra le risate della sala il viso innocente del ragazzo era un esempio dell’enorme distanza tra Oriente ed Occidente. Che ruolo gioca l’incomprensione culturale nella politica estera dell’Occidente? 

Un ruolo enorme, nel senso che noi conosciamo questo mondo solo in maniera superficiale ed attraverso i suoi stereotipi, e questo è un grosso problema, che non riguarda solamente l’opinione pubblica ma che comprende anche i governi ed addirittura i servizi segreti. Penso che di fronte alla Primavera Araba siamo stati completamente impreparati in quanto non abbiamo una conoscenza approfondita né di queste realtà né dell’Islam politico che sta nascendo in questi giorni: non sappiamo se l’Islam potrà rappresentare un minaccia o meno e questa ignoranza potrà provocare danni ingenti. In Italia non abbiamo una politica estera sul Vicino Oriente, una visione che ci possa rendere protagonisti e ci dia un’idea dei nostri interessi nazionali e di come comportarci di fronte ai cambiamenti in atto. Oggi stiamo alla finestra, veniamo tirati in ballo a forza come nel caso del conflitto in Libia, non sappiamo bene cosa fare e viviamo alla giornata, cosa che secondo me è un errore enorme, ne consegue che sui giornali trovi analisi o commenti e posizioni tagliate un po’ con l’accetta e che in realtà non hanno nulla a che fare con il mondo reale.

A fine anni Novanta vieni inviato da Il Giornale alla ricerca di Osama Bin Laden e nel Kashmir hai intervistato alcuni dei suoi collaboratori: avendo assistito all’ascesa di Bin Laden  come giudichi la sua fine?

Io mi occupavo di Bin Laden ed dei Talebani quando quasi nessuno sapeva neanche chi o cosa fossero, mi ricordo che nel ‘96, quando i Talebani stavano arrivando a Kabul dissi in redazione “ma forse bisogna andare in Afghanistan, c Ativan Online’è questo fenomeno dei Talebani, studenti guerrieri che stanno conquistando tutto il paese” ed un caporedattore mi chiese “Tale…che?!?”. Non sapevamo neanche chi fossero questi Talebani, poi dopo l’11/9 le cose sono cambiate, centinaia di pagine sui giornali, libri e fiumi di parole. Nella mia professione sono stato un po’ ante litteram, mi sono occupato di questi fenomeni ed ho incontrato anche degli affiliati di Al Quaeda tra cui un giovane saudita che mi colpì molto quando mi spiegò il suo concetto di guerra santa, disse “noi ricerchiamo la morte in battaglia come voi amate la vita”, aveva spiegato tutto in una frase. Per quanto riguarda la fine di Bin Laden credo che sia stata inevitabile, l’America gliel’aveva giurata, in più si è dimostrato che la morte di Bin Laden sia stata frutto di un’ esecuzione, in quanto sarebbe stato ben più scomodo averlo in un processo mediatico a New York in cui avrebbe potuto raccontare un sacco di cose interessanti su come faceva a stare ad un chilometro da un’accademia militare pachistana da un po’ di tempo, ed inoltre avrebbe potuto diffondere notizie riguardo al suo passato nel quale combatteva negli anni ’80 contro l’Unione Sovietica, finanziato ed aiutato dalla CIA.

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A pochi giorni dalla fine del conflitto Libico e la conseguente morte di Gheddafi le ipotesi di un nuovo conflitto in Siria e poi in Iran diventano sempre più credibili, prospettando scenari sempre peggiori, in più pochi giorni fa è riesploso l’Egitto aumentando l’instabilità della macro zona che assedia Israele. Siamo già di fronte ad un conflitto inevitabile?

Io penso che la questione iraniana sia un po’ diversa e separata anche se in Iran c’è una forte mobilitazione e quindi anche lì i nodi verranno al pettine, nonostante il regime iraniano sia molto forte, ma sicuramente la crisi è legata al programma nucleare iraniano, non hanno ancora la bomba ma sembra che possano produrla a breve, quindi temo che quando arriveremo al punto di non ritorno potrà scattare l’intervento israeliano che infiammerà tutto il Medio Oriente. La situazione è diversa rispetto a quello che sta accadendo in Tunisia o in Siria, prima di tutto perché nei singoli paesi la primavera araba si è sviluppata in modi diversi, anche se poi il risultato finale non cambia, come abbiamo visto anche in Egitto e come vedremo in Libia, questi sommovimenti hanno portato al crollo di regimi oligarchici che imponevano una forma di democrazia formale (dove si votava), tenendo per sé le ricchezze del paese che poi distribuivano con il contagocce alla popolazione. Questi regimi crollano e vengono sostituiti dall’Islam politico che non conosciamo, e non sappiamo se sarà un movimento estremista o meno. Ad esempio in Tunisia devono governare con i laici e questo non è che uno dei tanti esperimenti che potranno portare scosse telluriche anche molto forti, come in Egitto, dove è scoppiata di nuovo la violenza. In questo quadro Israele di certo ‘stava meglio quando si stava peggio’, soprattutto per la situazione del Sinai, che è ormai diventato un colabrodo, il gasdotto è stato attaccato più volte, cosa che prima sotto Mubarak non succedeva mai. In Libia bisogna aspettare la fine del conflitto tra fazioni di islamici e laici, che comunque sono tutti ex del regime di Geddafi, come lo stesso presidente del Consiglio di Transizione. In Siria invece secondo me la situazione è più pericolosa e grave, nel senso che siamo al bagno di sangue, la repressione è stata inizialmente feroce ed adesso la parte opposta si è armata ed ammazza, quindi siamo sull’orlo di una guerra civile. Credo che Israele sia molto preoccupato, sia dalla minaccia di lunga data dell’Iran e sia da questo nuovo schema del Medio Oriente a cui non è assolutamente abituato.

Il pericolo a volte è geograficamente vicino. In un recente rapporto di UBS Investment Research, dove si immaginano le conseguenze di una possibile frantumazione della zona euro, viene evidenziato come quasi nessuna unione monetaria sia giunta al termine senza attraversare qualche forma di governo autoritario o militare o una guerra civile. Considerando la tua esperienza durante i conflitti che hanno portato alla disgregazione della Jugoslavia, potresti immaginare uno scenario simile per un’ Europa divisa? 

Speriamo assolutamente di no, però ci sono due cose che posso dire: non si può fondare l’idea di un Europa nazione (di cui peraltro sono sempre stato un fan) solo sul soldo, è stato un errore pensare che l’euro sarebbe bastato, ed ora se ne stanno accorgendo, serve un’ unione di popoli, una politica comune ed una politica estera comune. L’altro aspetto che mi preoccupa è che secondo l’ultimo rapporto della Ebrd (banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo) in cui hanno condotto dei sondaggi approfonditi soprattutto nelle popolazioni dell’est Europa (che sono di fresca annessione all’Unione) ma anche nei paesi fondatori risulta che  in relazione alla crisi economica le popolazioni dell’est credono sempre meno nella democrazia. Addirittura secondo questo rapporto in Italia solo il 68% crede ancora nel sistema democratico, è la maggioranza assoluta ma mi sembra una percentuale veramente bassa, e questo è molto preoccupante. Questo significa che le batoste economiche si ripercuotono sulla democrazia, che deve essere in qualche modo riformata, assieme al sistema politico, ma allo stesso tempo credo che sia il sistema migliore che conosciamo, quindi la situazione è grave.

Molte guerre non sono percepite dal grande pubblico perché troppo lontane e nell’indifferenza diventano delle ‘cause perse’, hai affrontato delle prove di vita incredibili a migliaia di chilometri da casa, giocando un ruolo complicato, scomodo e pericoloso: ti sei mai sentito perso?  

Si… a parte che sento ogni giorno mia moglie che dice che l’Afghanistan è la mia seconda patria, e mi chiede che cosa ci facciamo ancora là dopo 12 anni, ed io le spiego che purtroppo la guerra dura da 30 anni, perciò lo vedo direttamente a casa quanto la gente non ne possa più. Talvolta ho vissuto questi conflitti sulla mia pelle, come quando mi hanno catturato in Afghanistan, o quando hanno cercato di uccidermi a Kabul, quindi sono stato io stesso il soggetto di un reportage. Devo dire che queste sono state esperienze uniche, che non mi hanno formato solo come giornalista ma anche come uomo, ricorderò sempre quando ho capito quale era la mia strada davanti alle collinette di cadaveri in Uganda: una sacerdotessa pazza aveva convinto i suoi adepti che erano immortali spalmandoli addosso un olio di bacche, così, convinti della loro immortalità, avanzarono cantando verso le linee governative, furono falciati uno dopo l’altro, creando queste collinette di cadaveri. Di fronte a questa scena mi sono chiesto “ma cosa ci faccio qui ?”, non ho potuto dormire per due notti, ma capii che quella era la mia vita, la mia scelta. Penso che tutte queste guerre sono per definizione degli incubi orribili, però nella guerra trovi l’estremo del male ma anche l’estremo del bene, incontri i criminali di guerra come i civili che si sacrificano per difendere le loro famiglie. Credo che il bagaglio intimo, culturale ed umano che ho collezionato in questi trent’anni di lavoro non avrebbe fatto parte di me se avessi svolto un altro mestiere: questo non è un lavoro, è una passione.

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Per una persona che ha viaggiato così tanto il ritorno a casa deve essere sempre qualche cosa di emozionante. Che significato ha Trieste per te? 

Trieste è fondamentale, è la mia città ed io mi sento molto legato ad essa. Ci sono nato e cresciuto, ed ora ho avuto la fortuna di tornare a viverci con la mia famiglia. Ogni volta che torno da un reportage cerco di prendere il treno o l’automobile per poter percorrere la costiera, e mi si apre sempre il cuore vedendo le nostre bellezze naturali, per me Trieste è un porto sicuro.

Ti affascina la sua storia e come immagini il futuro di Trieste? 

Mi affascina molto perché è una Storia che ha coinvolto la storia della mia famiglia: mio padre fu un profugo istriano, abbiamo perso tutto. Ho trascorso il mio cinquantesimo compleanno in Istria, come per celebrare un ritorno alle origini: mio nonno da parte materna, di cui ho una foto sulla mia scrivania ma che non ho mai conosciuto, fu portato via dai partigiani titini perché era italiano, non aveva ammazzato nessuno ma era rimasto nella sua terra. Nonostante abbia vissuto le tragedie e le divisioni della città all’interno del mio nucleo familiare credo che Trieste debba farsi forte di questo passato e guardare al futuro per diventare una grande città di respiro internazionale attraverso il turismo e la cultura. Ci sarebbero tanti progetti per sfruttare il percorso della memoria che abbiamo dalla risiera alla foiba, il Museo della Guerra per la Pace in via Cumano, magari ingrandendo questo percorso portando nel Porto Vecchio l’incrociatore Vittorio Veneto in disarmo che potrebbe diventare la prima nave museo italiana. Trieste deve scrollarsi di dosso il ‘no se pol’ e creare un polo di attrazione storica, turistica e culturale che riesca ad agganciarsi alla storia della prima guerra mondiale. Trieste è una porta tra est ed ovest ed adesso siamo uniti nell’Unione Europea, deve solo sfruttare il suo bagaglio culturale.

sito consigliato: www.faustobiloslavo.eu

Report Fotografico di Fausto Biloslavo