Facebook: spazio “quasi” libero

Facebook sarà sempre dalla parte della libertà di espressione. Questo il messaggio che Zuckerberg, fin dall’inizio dell’avventura del social più usato in tutto il mondo, ha sostenuto. Alla luce degli ultimi avvenimenti legati alla strage di Charlie Hebdo, sembra che non sia proprio così. Cos’è successo? Veniamo ai fatti.
Qualche giorno dopo la strage, Facebook è stato costretto dal tribunale di Ankara in Turchia a ripulire la rete da alcuni passaggi ironici sul Profeta. In un articolo firmato da Massimo Gaggi sul Corriere della Sera vengono spiegate le ragioni. Il Tribunale della capitale turca ha infatti imposto al colosso americano di togliere qualsiasi immagini derisoria di Maometto. Niente di strano, ammettiamolo: ciò che fa sorridere è la contrapposizione tra le parole di Zuckerberg e i fatti.

Allora ci chiediamo: è giusto che si accettino limitazioni quando invece si vorrebbe essere lo spazio libero da censure per eccellenza?

Il fondatore, da sempre, sostiene la libertà espressiva della rete. Tranne per il fatto che quando governi intimano di cancellare Facebook esegue, chinando la testa. Allora ci chiediamo: è giusto che si accettino limitazioni quando invece si vorrebbe essere lo spazio libero da censure per eccellenza? Ed ancora, possiamo chiamarla censura oppure sono dei limiti che uno stato pone anche per cercare di arginare fenomeni estremisti? È giusto poter ironizzare oppure dovremo riflettere maggiormente prima di diffondere quella che noi chiamiamo libertà d’espressione?

Le differenze corrono sul filo di lana. Difendere quello che l’Occidente presuppone come un diritto non può ignorare ciò che altri considerano un’offesa. Se non si può ritrarre il Profeta, per quale motivo dovremmo poter disporre, anche in misura satiricamente offensiva, di quel diritto? Alcuni dicono perché la satira è anche elemento fondativo della nostra libertà d’espressione.
Il dibattito è certamente ampio. Non è sintetizzabile in poche righe. Non valgono neanche considerazioni che presuppongono diritti collettivi – la nostra società ha lottato tanto per arrivarci e quindi dovreste fare come noi. Chi decide quale modello di società sia più giusto? Non dobbiamo dimenticare che in fondo Facebook è la riproposizione di ciò che siamo. E di passi indietro, ne facciamo ogni giorno. A volte li chiamiamo compromessi.

Facebook ha accettato delle limitazioni. Delle regole. E ha cancellato tutto ciò che un tribunale ha deciso dovesse venir fatto sparire. Quieto vivere? Forse si. Forse la prossima volta Zuckerberg e soci farebbero meglio a non esprimersi troppo. Visto che qualcuno, in giro per il mondo, crede ancora nella libertà d’espressione.