“Face Your Phantoms” Letteratura+pittura+moda

Ci ritroviamo in occasione del lancio del nuovo libro di Andrea G. Pinketts, presso Le Trottoir di Milano, storico caffé artistico e letterario, che da anni continua a coniugare musica, letteratura, arte e tanto altro tra le sue mura. Non poteva esserci occasione e luogo migliore per incontrarsi e scambiare due chiacchiere con tre artisti e creativi, che stanno lavorando a un progetto davvero speciale, che unisce la letteratura, la pittura e la moda in un unicum interessantissimo: “Face Your Phantoms”.

Caro Freddy, iniziamo da te, ringraziandoti per l’invito e per aver reso possibile questo incontro. Cos’è “Face your Phantoms”?

FC: non è facile da spiegare in poche parole perché il tutto è nato senza un obiettivo ben preciso, e lo sviluppo creativo di tutto il processo è ricco di concetti, significato, numerologia, temi sociali, ecc… ma anche da una continua contaminazione vicendevole tra tre persone e campi d’azione artistici molto diversi tra loro. Possiamo sintetizzare il tutto, senza il rischio di banalizzare, come una serie di magliette M-Stash edizione limitata, molto particolari, arricchite dalle interpretazioni pittoriche di Alexia Solazzo e dalle frasi d’autore di Pinketts.

Facciamo qualche passo indietro. Venite da mondi e generazioni molto diverse… Come vi siete conosciuti voi tre? Da dove nasce tutto ciò?

AGP: Allora, tutto nasce in realtà a Milano Marittima l’estate scorsa, un luogo che ha già in sé nel nome il mare e Milano, quindi l’idea di qualcosa di vasto come il mare e di efficiente come Milano. Ci siamo incontrati ad un evento per la consegna di un premio che ci è stato conferito: a Freddy per l’imprenditorialità di M-Stash come brand innovativo e a me come migliore scrittore dell’anno. Ci piaciuti immediatamente e abbiamo capito che dovevamo fare qualcosa assieme, e che l’idea della moda e l’idea della letteratura potevano coniugarsi perfettamente.

Freddy era un mio grande lettore precoce e mi ha addirittura raccontato che la sua stanzetta da ragazzino era tappezzata di alcune frasi tratte dai miei libri. Abbiamo trovato molti punti di discussione in comune. I libri non sono mai tappezzeria, sono qualcosa che resta. L’intuizione successiva è stata di coniugare ulteriormente i nostri know-how con qualcosa di ancora più estremo che non la moda e la parola, ma con la pittura appunto. Quindi tre media, tre forme di espressione artistica coniugate su qualcosa che avevamo in comune io e Freddy e assolutamente condivisa dall’artista nel senso autentico e pittorico della questione, che è la terza comoda, non la terza incomoda, nel senso che Alexia Solazzo raccontava pittoricamente delle inquietudini che io avevo raccontato nei libri e che Freddy viveva come necessità di espressione e di espansione.

L’incontro è stato fulminante pur essendo nato tra me e Freddy in un contesto assolutamente…Come dire? Mondano. Ci siamo visti, piaciuti e abbiamo capito che si poteva cercare di far sì che tre linguaggi diversi arrivassero a una sorta di supremo tentativo di sintesi. Il tentativo è sempre supremo perché aspira all’alto. La moda attraverso le t-shirt, le parole attraverso me, e Alexia Solazzo attraverso le immagini.

Quindi potremmo definire tutto ciò quasi un découpage a tre dimensioni?

AGP: Il nostro progetto, io continuo a chiamarlo così anche se il termine non mi piace perché ha qualcosa di ingegneristico, anche se, in realtà, si tratta anche d’ingegneria, è l’ingegneria di un’alchimia tra linguaggi che si incontrano e che si scontrano perché hanno forse la necessità e il dovere di incontrarsi superando le barriere di linguaggio, superando le classificazioni banali. Quindi, una t-shirt è una t-shirt, un dipinto è un dipinto non è un quadro, un romanzo è un romanzo mentre tutte e tre sono in realtà un’opera d’arte diversa.

FC: Il bello di questo progetto è che le singole parti, la maglietta, i racconti e i quadri lavorano già bene di per sé nei nostri casi, e sono frutto di un punto di partenza comune, che nello srotolarsi nelle diverse direzioni aiuta a comprendere e rendere più forte il significato dell’opera completa. Sono certo che messe assieme questi tre elementi creino un qualcosa che è molto più strong rispetto alle tre cose prese singolarmente. Nulla sembra lasciato al caso.

AGP: Tutto ciò è “very very strong” come direbbe Freddy (che annuisce compiaciuto mentre Alexia scoppia in una risata, NdR). Perché in realtà il tema, il primo tema che abbiamo deciso di affrontare in questa opera multimediale è “Face Your Phantoms” che è nato dalle fobie, dalle paure ma anche dal sociale: una delle opere che rappresenteremo e che saranno rappresentate riguardano il femminicidio, poi c’è la paura del vuoto ad esempio, o la paura del tempo che passa. Esistono le paure, esiste la rappresentazione della paura attraverso il dipinto. Ribadisco, attraverso l’esposizione. Quindi indossare le proprie paure attraverso una t-shirt e attraverso il racconto che certifica da scripta manent in poi tutto ciò di cui noi abbiamo paura e che abbiamo deciso di affrontare, raccontare, far vedere e indossare.

Quindi Andrea, nella tua lunga esperienza da scrittore, affermata e di successo, è di sicuro stato uno stimolo in cui probabilmente non ti sei mai imbattuto prima. Nel senso che da scrittore, probabilmente, lavori quasi sempre sulla tua interiorità, ma qui ti sei dovuto confrontare con l’idea e il responso di altre parti. Quanto è stato questo una scintilla per creare un qualcosa che fino adesso nessuno ha mai creato o provato a farlo?

AGP: Beh, ma sai, una scintilla è nata dall’incontro con Freddy e un’altra scintilla è nata dall’incontro con Alexia. Tutte queste scintille hanno permesso di creare un fuoco e accendere un sigaro pieno di fuochi d’artificio, a dispetto di chi crede che le arti siano a compartimenti stagni. Noi siamo praticamente contro i generi, perché i generi confluiscono, vengono convogliati non controvoglia ma con voglia e con una sorta di decisionalismo, in qualcosa che rappresenta le stesse paure.

Questa sera hai presentato il tuo nuovo libro in cui è stato annunciato tra le righe e un po’ dalla tua prefazione che sembra quasi che sia il tuo ultimo racconto, però in realtà ci stai confermando che non stai smettendo di scrivere…
AGP: Il libro di cui stiamo parlando si chiama La Capanna dello Zio Rom ed è proprio un libro di contaminazione di genere. Come diceva Antonio D’Orrico, il critico del Corriere della Sera, una delle cose che apprezza maggiormente negli scrittori è la capacità di abbattere le barriere linguistiche e creative. Credo che questa sia una grandissima e irripetibile occasione per far sì che ci sia veramente un linguaggio accessibile e nello stesso tempo…

FC: …Accessorio. Scusate ma i doppi sensi sono per me una deformazione professionale oramai!

AGP: Accessorio sì, perché parliamo di gadget artistico in questo senso. Hai detto bene deve essere accessibile e accessorio. Deve essere un dono a pagamento come lo è esattamente la sopravvivenza stessa. La sopravvivenza è la testimonianza di ciò che siamo e di ciò di cui abbiamo paura. Se le paure vengono espresse forse ne abbiamo meno paura. Se gli orrori vengono raccontati con grazia e abilità danno il colpo di grazia all’orrore stesso. Lo condannano, lo ghigliottinano, riescono a enuclearlo, quindi riescono ad arrivare all’atomo delle cose di cui abbiamo paura e quando ci accorgiamo delle nostre paure forse possiamo superarle.

Avete accennato prima l’importanza di alcune coincidenze e della numerologia in questo progetto? Potete spiegarcelo meglio?

FC: In primis, non credo nelle coincidenze in quanto tali ma le leggo come avvicendamenti non casuali a cui dover dare un senso… They happen for a reason! La numerologia non è voluta, ma è diventata un fil rouge integrante di tutto il progetto. Lavorando con il tema delle paura, e dovendo gestire l’idea di “limited edition”, dovevamo per forza parlare di cose e di numeri… Saranno in toto 6 diverse M-Stashirts, ognuna in 111 ripetizioni, per un totale di 666 magliette uniche e numerate. Il numero 666, detto “the number of the Beast” è da sempre legato al maligno e alle paure dell’uomo, non poteva cadere meglio! Tutti questi numeri tornano nel numero delle pagine del catalogo, nelle date del lancio, della prima mostra il primo di Novembre (1/11), ecc… Ma non vogliamo svelare tutto in questo momento!

AS: Cominciando a ritrovarci questi numeri in mano, non potevamo che continuare a prestare attenzione agli eventi e alle coincidenze, unendole ai nostri sviluppi, o sviluppandole in parallelo alle nostre creazioni. Consci del fatto che – come dice Freddy – non potevano essere semplici coincidenze!

Ci sono davvero una miriade di contenuti nel vostro progetto, come pensate di comunicare il tutto in modo appropriato all’utenza finale? Gli utenti non compreranno una semplice maglietta… ma che cosa?

FC: Come dicevamo prima si tratta di un gadget artistico, nel senso che portiamo forme d’arte, nel loro connubio, alla portata di tutti, letteralmente portabili! L’arte viene portata non solo da chi la indosserà, ma portata a chi la vedrà, grazie al compratore che diventa vettore fisico, e mezzo di comunicazione errante. L’arte contemporanea viene spesso presentata in forme esclusive, in senso non propriamente positivo, in quanto escludono. Rimane una distanza formale tra l’opera e il messaggio e chi lo recepisce, in quanto questi tendono a non avere la possibilità di incontrarsi nei luoghi comuni, ed è proprio qui che vogliamo inserirci: l’arte non deve essere necessariamente impersonale, da capire, e da vivere in una location statica e ben precisa; noi vogliamo “personalizzarla” rendendo chi le indossa il vettore che porta il messaggio, creando il potenziale, voluto o inaspettato, per interazioni e discussione sporadiche e spontanee, legate alla presenza fisica della persona e della forma d’arte sulla t-shirt in un luogo casuale, informale e pubblico!

Il progetto sarà lanciato in concomitanza della mostra delle opere prima di Alexia qui a Le Trottoir a novembre. Inoltre la t-shirt acquistabile sarà accompagnata da un minilibro, un ibrido tra il catalogo di una mostra e un lookbook di moda, dove i racconti inediti di Pinketts racconteranno le singole opere, le riproduzioni sulle maglie, l’interpretazione di esse e gli stati d’animo, attraverso il romanzo e la cronaca dei suoi paesaggi letterari… E le t-shirts reversibili riprodurrano l’opera da un lato, e degli estratti ad hoc dei racconti sull’altro lato. Un vero e proprio pezzo da collezione!

Parliamo della parte più estetica e pittorica del progetto, per quanto ho sentito e mi avete raccontato ci sono alcuni temi che sono difficilmente immaginabili dal punto di vista figurativo: quanto ha influito, nel prima o nel dopo, la scrittura o la moda rispetto al tuo lavoro? Sei riuscita a interpretare qualcosa in un modo che sentivi già tuo o è stato proprio la coniugazione di questa unione di scintille da mondi diversi che ti hanno permesso di realizzare, di trovare il modo per rappresentare quello che stai facendo?

AS: sicuramente rispetto a determinate tematiche era un mondo che sentivo già assolutamente mio. Molte delle paure affrontate nel progetto le riconosco come mie, fanno parte del mio io e quindi le ho sentite e le ho vissute personalmente e
sono uscite da ciò che più intimamente mi rappresenta e risiede in fondo me stessa, però questa coniugazione tra le diverse arti, appunto tra la moda e la letteratura, mi ha ispirato tantissimo e mi ha aiutato a sviluppare le tematiche in questione. Si tratta di un progetto che, dal punto di vista pittorico, non ho realizzato esclusivamente da sola ma è stata una cosa pensata a tre, in cui le tematiche sono state sviluppate a tre, è stata un’unione di idee, quindi con tre teste, tre cervelli e tre modi di interpretazione a volte assolutamente diversa, altre totalmente condivisa. Parliamo di paure, di fobie, alcune ci appartengono e altre le conosciamo meno, ma insieme si può imparare a conoscerle, a riconoscerle, affrontarle e superarle. Quindi è stato proprio un lavorare, lavorare insieme, su noi stessi innanzitutto.

Da quanto mi dite mi sembra di capire che vi conosciate da meno di un anno ma sembra un lavoro di persone che si conoscono da una vita. Come riuscite a spiegare questa cosa?

AGP: Mah, si chiama Ossitocina, è citato anche nel mio ultimo libro guarda caso, è l’ormone dell’amore e dell’empatia. È la coniugazione di paure diverse che insieme possono essere affrontate. È questo che è anche il senso dell’opera d’arte o della scrittura o dell’esporsi. L’esporre significa specchiarsi ma nello stesso tempo lo specchiarsi significa ammettere, riconoscere e superare.

Quindi per concludere, visto che parliamo di paure, in tutto ciò di cosa dobbiamo o dovreste aver paura alla fine di questo percorso?

AGP: Secondo me l’autentica paura che dovrebbe avere l’uomo è l’ impossibilità di comunicare e infatti questo credo che sia il progetto più comunicativo del quale faccio parte. Nel senso che non significa inaridirsi dietro alle parole o dietro all’immagine ma dentro l’immagine e quindi l’idea di mostrarsi e di mostrare delle cose mostruose rappresenta forse la summa di quello che è veramente il vestiario. Ossia, raccontando dei mostri, raccontando delle figure terribili e affascinanti che albergano in noi, possiamo imparare a conviverci se non ad abbatterle, se non a tenerle quando è il momento di riconoscerle senza il limite di averne paura.