Ernesto Preatoni, ovvero di come uscire dalla gabbia dell’euro

Solo qualche anno fa gli davano del matto. Il percorso imboccato dall’euro è irreversibile, dicevano. L’euro ci ha salvati dal baratro nel 2011, proclamavano. E tutti ad osannare il Governo Monti e la politica del rigore, la stessa che oggi sempre più economisti, giornalisti e politici, oltre che una parte sempre più consistente di opinione pubblica, condannano come un diktat imposto dalla Germania al resto d’Europa. E Preatoni all’improvviso viene ascoltato. Lui che si vanta di non avere nemmeno un centesimo investito in Italia, lui che con i soldi ci sa fare, che piaccia o no; lui che, dopo aver visto, dove tutti vedevano solo il deserto, quella che sarebbe diventata Sharm El Sheikh, sta vendendo davanti all’Italia un nuovo deserto, quello di una recessione di portata generazionale.
C’è solo una possibilità: uscire dall’euro. Starà a noi decidere se farlo in maniera ordinata o disordinata, se pensare ad una exit strategy per gestire la transizione o se ritrovarci all’improvviso in Argentina.

Preatoni, la sua lettura della situazione non lascia scampo: uscire dall’euro subito ed in maniera ordinata, recuperando competitività attraverso una svalutazione della nuova lira affidata ai mercati, oppure essere costretti ad uscirne in modo disordinato, con un’inflazione fuori controllo, assalti ai bancomat e livelli di disoccupazione senza precedenti. Tertium datur, ed è lo scenario di gran lunga peggiore: non uscire dall’euro, sacrificando il futuro di un’intera generazione sull’altare del rigore. Stando alla sua interpretazione, lo scenario più probabile sembra essere quello dell’uscita disordinata e del caos. Da chi arriverà la spallata definitiva alla moneta unica?
Dunque, dobbiamo fare una premessa. Io andrò alla London School of Economics il 22 novembre. Mi hanno chiesto di intervenire e io spiegherò perché sia importante parlare con i media della situazione attuale. Perché vede, spesso si parla tra esperti, tra professori, ma visto che questo è un discorso che necessita di una volontà politica, l’unico modo per smuovere la situazione è stato ed è quello di avere un’opinione pubblica che è contraria all’euro. Berlusconi si era perfettamente reso conto che l’euro non funzionava ma perché non ha fatto niente, e oggi non può più fare niente perché è stato scavalcato dalla Lega? Perché lui governava con i sondaggi d’opinione che dicevano che gli italiani, che non è che siano proprio dei grandi esperti di economia, non erano interessati ad uscire dall’euro. Quindi il discorso che oggi è importante è quello di sensibilizzare l’opinione pubblica. Io stesso, alle volte, faccio una fatica incredibile ad andare a queste trasmissioni in cui tra le nozze gay e le quote rosa bisogna aspettare il momento serio per parlare dell’euro, anche perché gli interlocutori sono di qualità scadente, in generale. Ciononostante, secondo me, va fatto. Comunque per rispondere alla sua domanda, è semplicissimo: se l’opinione pubblica italiana si sensibilizza, come mi pare che stia avvenendo, è probabile che usciamo dall’euro in modo ordinato. Altrimenti arriverà qualcun altro, perché fra economie che viaggiano a velocità diverse, una moneta unica è un non senso. Mazzuca, con cui ho scritto il libro, ha intervistato Prodi e gli ha chiesto cosa pensava dell’euro. Mazzuca ha fatto un pezzo brevissimo perché è molto amico di Prodi, ma la risposta è stata: non abbiamo sbagliato noi, hanno sbagliato quelli che sono venuti dopo che non sono riusciti a fare quello che dovevano fare. Mi ha fatto morire dal ridere.

Per un’exit strategy che ci conduca fuori dalla moneta unica in maniera meno traumatica, in chi dobbiamo sperare? Lei ritiene che i partiti antieuro presenti oggi in Italia, come Movimento 5 Stelle e Lega, abbiano la forza per arrivare all’opinione pubblica e soprattutto la competenza per gestire questa transizione?
Quando lei vede Grillo che dice di voler uscire dall’euro con un referendum, al di là del fatto che la Costituzione non prevede referendum sui trattati internazionali, al di là di questo, non è fattibile uscire dall’euro in questo modo. Se la transizione non viene affrontata a mercati chiusi creeremmo un disastro che non finisce più. I referendum mi sembrano una pantomima politica.

Si parla in questi anni di crisi del capitalismo. Lei condivide questa visione? In fondo di soldi ce ne sono anche troppi, solo che sono fermi, come l’economia dei vari Paesi. A me sembra piuttosto che la crisi sia della politica, che dava al capitalismo una sostenibilità democratica. La politica tornerà? Sarà un ritorno traumatico?
La politica c’è anche adesso. Solo che la crisi economica fa prevalere le motivazioni di carattere economico a quelle di carattere politico. Però non ho ancora trovato un sistema che sia migliore del capitalismo. Chi dice che il capitalismo è finito deve darmi un’alternativa: se non ci sono alternative, il capitalismo continuerà. Magari un po’ zoppo, ma continuerà.

Le nuove spinte in senso regionalistico che arrivano da Paesi dalle tradizioni democratiche vecchie di secoli come vanno interpretate? Occorre una nuova politica? E l’economia come si adeguerà al nuovo assetto geopolitico?
Questo è l’effetto di un fatto. Che l’uomo non credendo più nell’altra vita, vuole tutto in questa. Da qui la convinzione di dare più di quello che si riceve e così si spiegano la Catalogna, i Paesi Baschi, la Scozia, l’Irlanda e tutti i movimenti separatisti e così manche la Padania.

Come mai la situazione non è ancora esplosa? Non abbiamo ancora toccato il fondo o esistono dei meccanismi di assorbimento delle tensioni che impediscono alla situazione di raggiungere il punto di ebollizione?
Lei conosce il detto che descrive bene gli italiani: o Francia o Spagna, basta che se magna? Gli italiani sono famosi in tutto il mondo per arrangiarsi e non sono di certo un popolo barricadiero.

È possibile che la Germania sia così ingenua da non capire che se è vero che la deflazione conviene al creditore è anche vero che il creditore non ha interesse a far morire di fame il debitore?
In Germania, l’opinione pubblica è convinta che il popolo tedesco sia più bravo e che loro non debbano aiutare gli altri. Ma anche in Germania i leader non esistono più e, anche da loro, i politici governano seguendo i sondaggi d’opinione e non è neanche lontanamente immaginabile che loro cambino idea.

Mi dice il nome di un politico che secondo Lei può essere all’altezza della situazione?
Era Berlusconi. E adesso dovrebbe essere Renzi che purtroppo non capisce di economia. Fubini, una delle migliori firme della Repubblica ha detto bene, cioè che è un peccato che Renzi non capisca niente di economia.

Parliamo di un nostro vecchio incubo, le riforme: con interventi strutturali adeguati, un Paese non esattamente calvinista come la Spagna ha ripreso a salire. A nord, economie fino a poco tempo fa in ginocchio come quella irlandese, si stanno risollevando. Non è che questo euro, che poteva insegnarci un po’ di mentalità nordica, sta diventando un alibi?
La Spagna non ha tutta questa crescita e comunque le riforme andavano fatte prima e non perché lo chiede l’Europa. Draghi ha detto che se l’economia non riparte la colpa è nostra che non facciamo le riforme.

Cosa mi dice invece della battaglia che si sta consumando sull’articolo 18?
Vede, quando sento parlare di queste cose, dell’articolo 18, della lettera dell’Unione Europea, della risposta di Renzi, mi innervosisco perché ho l’impressione che così contribuiamo a distogliere la gente dal vero problema, che è l’uscita dall’euro. Questo succede non solo a livello italiano, non solo a livello europeo, ma mondiale. Guardi che al mercato mondiale dei consumatori mancano cinquecento milioni di persone che erano tra quelle che consumavano di più e che sono gli europei. Questo incide parecchio.

Mettiamo che si delinei la migliore delle ipotesi: exit strategy, inflazione controllata, riforme intelligenti e lungimiranti, semplificazione burocratica, tassazione ragionevole per le imprese, costo del lavoro competitivo. In questo caso, ma senza una riforma culturale del popolo italiano e dalla sua classe politica, tornerebbe ad investire in Italia?
Gli italiani non hanno una mentalità così sballata. Voglio dire, l’Italia è un Paese che ha dato tanto agli investitori, il problema è che è in una gabbia come quella dell’euro. Pensi solo ai nostri governanti che avevano il debito pubblico in lire e l’hanno trasformato in euro. Si può essere più sprovveduti? Io credo che avere il debito pubblico in lire sia la premessa per ripartire in Italia.

Quali colpe ha la classe imprenditoriale del nord est che solo vent’anni fa navigava nell’oro e che oggi è stata spazzata via dalla crisi rivelando tutta la sua fragilità?
Secondo me non si può generalizzare. Ci sarà pure qualcuno che avrà fatto qualche sbaglio ma io non vedo gravi errori, anzi, sono stupefatto che la classe imprenditoriale italiana abbia tenuto così tanto.

L’apparente cinismo della sua decisione di non investire neanche un centesimo in Italia sembra smentito dal modo appassionato con cui ci sta mettendo in guardia sull’imminente disastro. Si tratta di una forma di orgoglio o del patriottismo dell’esule incompreso?
Io sono molto razionale. Io ho una responsabilità verso me stesso, verso i miei familiari, verso quelli che hanno avuto fiducia in me e che mi hanno dato i soldi da investire e verso i dipendenti che lavorano nell’azienda. Se poi questo coincide con l’interesse del Paese, io sono contento, ma se non coincide non è affar mio.

Ha mai pensato di entrare in politica?
Se io dicessi le cose che dico essendo entrato in politica, immediatamente non sarei più credibile.