Enrico Ianniello: che cos’hanno in comune l’attore e lo scrittore

Enrico Ianniello, casertano classe ’70, ha studiato presso l’accademia teatrale di Vittorio Gasamann. Molti i lavori per il teatro e per la televisione, tra cui la serie A un passo dal cielo e la miniserie Caruso, la voce dell’amore. Nel gennaio 2015 è all’esordio con il libro La vita prodigiosa di Isidoro Sifflotin edito da Feltrinelli.

Com’è diventato scrittore?

Intanto per una consuetudine alla frequentazione delle parole, fatta con il mestiere dell’attore. È il nostro campo di battaglia quotidiano, ma gli attori spesso si dimenticano che il loro campo di lavoro è questo ed è costituito dalle parole. Ci si fa confondere da tante altre cose: dall’aspetto fisico, dalla bellezze, dalla capacità di essere simpatici. Le parole sono quello su cui lavoriamo noi. E poi ho sempre letto tanto, ho tradotto e scritto per il teatro. Sono comunque dei mestieri che per imparare a farli, devi farli, quindi scrivendo.

Com’è nato il suo romanzo?

È nato da un’intuizione, dall’idea di scrivere una cosa e ritrovarsene un’altra tra le mani, e dal tempo che dedichi a questa creatura che si agita dentro di te, che segui, che ti presenta dei suoi amici, ti fa vedere delle persone che non pensavi di mettere nel romanzo e all’improvviso appaiono.

Qual è lo stato di salute del cinema italiano?

Sono domande a cui è difficile rispondere. Io faccio l’attore, mi chiamano per fare un certo numero di film e un certo numero di serie televisive: potrei dire che mi piacerebbe essere chiamato per farne altre, potrei dire che mi piacerebbe fare un altro tipo di film, ma il mio è un punto di vista molto limitato per poter dare una risposta generale.

Se le venisse offerto di fare una trasposizione cinematografica del suo romanzo come reagirebbe? Lascerebbe totale libertà al regista?

Mi immagino radicale. Nel senso che se accetto che lo faccia un altro, lo lascio a lui. Se ho dubbi sulla libertà da lasciare a un altro lo faccio io.

Che ruolo ha il cortometraggio oggi nel cinema?

Quelli che fanno cortometraggi dovrebbero leggere i racconti. Spesso il corto ha un ruolo fondamentale, proprio perché spesso il corto viene visto come surrogato di un film. Un racconto non è un surrogato di un romanzo, ha una forma chiusa in sé. Quando i corti sono fatti in questo modo sono molto belli, quando sono dei surrogati di quello che vorremmo fare, lasciano scoperta la loro fragilità. Hanno una bella funzione quando i loro autori sanno che stanno scrivendo un racconto  e non un romanzo o una prova di un romanzo.

Foto: Luca Tedeschi