Ecco a voi le sorelle siamesi più malvagie di Mercurdo

Nella tre giorni modenese di Mercurdo, la “Biennale dell’Assurdo”, Enjoy, performance di Francesca Martinelli e Chiara Verzegnassi, ha vinto il premio Godot, conferito dalla giuria e dal gradimento di pubblico che l’opera ha riscosso al festival.

La dialettica servo/padrone, di hegeliana memoria, viene esplorata in maniera raffinata, contorta e perversa da Francesca Martinelli, autrice dell’opera, artista e performer di origini friulane ma naturalizzata triestina. Tratta liberamente dalla famosa pièce teatrale di Jean Genet, Enjoy è stata presentata al Premio Mercurdo, che si è svolto dal 3 al 5 giugno a Cestelveltro (Modena).

“Uno straordinario esempio di continuo ribaltamento fra l’essere e l’apparire, fra l’immaginario e la realtà.” Con queste parole Jean-Paul Sartre descriveva l’opera teatrale Le Serve (Les bonnes) di Jean Genet. L’opera di uno dei più discussi autori del Novecento era ispirata a un fatto di cronaca nera del tempo: due serve avevano atrocemente assassinato la propria borghese padrona e sua figlia. Anche dalle nostre parti, in Friuli, ci fu un episodio simile: due sorelle siamesi uccisero con inaudita violenza il loro amante agli inizi del Secolo Scorso.
Illusione, realtà e apparenza. I concetti che Sartre aveva utilizzato per definire Genet, caratterizzano anche il progetto di Francesca Martinelli, che ha scritto insieme a Paolo Zuttioni il testo della performance. Creando così un legame più sottile tra lispirazione e l’opera stessa.

Due gemelle siamesi, unite dalla condivisione di un lato del corpo, si trovano davanti al pubblico, con una luce ad occhio di buie che illumina i loro immobili volti. Così si presenta Enjoy. Rassicuranti atmosfere seicentesche di preziosi broccati color cipria ricoprono ogni elemento della scena:  sembra davvero un tableau vivant. I costumi sono parte integrante della scena e sono stati ideati dalla Martinelli stessa e realizzati da Francesca Palmitessa. I gesti e le parole delle due protagoniste (sempre la Martinelli insieme a Chiara Verzegnassi) si fondono in maniera perfetta ed esprimono direttamente e indirettamente la  tensione crescente che caratterizza l’opera.
Tutto inizia con il gesto quotidiano e intimo del trucco: le due sorelle siamesi vicendevolmente sembrano prendersi cura l’una dell’altra. Ma l’apparenza fa presto spazio alla realtà, dimostrando che quest’ultima è un’illusione: la violenza e l’incuranza del difficile rapporto con il proprio corpo messo in scena dalle due interpreti esprime la difficoltà dalla condivisione della stessa carne e della stessa pelle. E poi arriva il dialogo, che ancora una volta attraverso il turpiloquio e la veemenza pone l’accento sul freak, unico protagonista e motore della scena. Nell’incalzare del dialogo, qualsiasi forma di comunicazione diventa impossibile e violenta: tra le due sorelle siamesi e tra loro e il terzo protagonista (in)visibile della pièce, il pubblico. L’osservazione morbosa da parte dello spettatore evoca quel sentimento del perturbante di cui parlava anche Freud. Il misto di repulsione e fascino che evoca questo stato d’animo è provocato dal freakshow che si svolge sotto i suoi occhi, in qualche modo complici e protagonisti. Il dialogo tra le due teste intrappolate in un solo e abominevole corpo si rivolge al pubblico per inserirlo di fatto nell’opera d’arte, fin dalle prime parole che le loro bocche mostruosamente truccate pronunciano “sentili …si lamentano continuamente perché spendono i loro soldi per venire qui e poi non vedere nulla”. Si, perché nel freak parte integrante dello spettacolo sono proprio gli spettatori, che si aspettano di veder soddisfatte i loro bassi bisogni di mostruosità. E, alla fine, ecco spiegato il beffardo titolo della performance.

E tornando alla nostra riflessione iniziale sulla dialettica servo/padrone: le due siamesi sono Schiave l’una dell’altra e a loro volta schiave del pubblico. Noi spettatori diventiamo loro schiavi per il misto di bellezza e abominio in cui le loro armonizzate voci ci guidano. E’ impossibile per noi sottrarci al raffinato fascino perturbante che le due protagoniste-freak irradiano. Senza trascurare l’ultimo e più importante dato: siamo tutti schiavi di uno stesso padrone, lo sguardo altrui, perché come diceva Sartre “L’enfer c’est les autres”.