Elogio dell’errore

«Senza la musica, la vita sarebbe un errore»
Friedrich Nietzsche

«Senza vita, la musica sarebbe un errore»
Luca Delle Donne

La musica classica è altrimenti detta musica “colta”; tuttavia troviamo nel secondo Novecento sino ad oggi un atteggiamento diffuso la cui direzione sembra tutt’altro che virtuosa.

Abbiamo infatti assistito ad un progressivo allontanamento della casta musicale dal pubblico, la desertificazione delle sale da concerto – con un protocollo talmente rigido da bloccare gran parte dei possibili ed auspicabili cambiamenti – , la sparizione di una cultura musicale diffusa per colpa dell’educazione musicale scolastica trascorsa a suonare con scoramento il flauto.

Il perfezionismo, figlio della registrazione e della volontà vanagloriosa degli artisti di lasciare parte di sé ai posteri, ha trasformato gran parte delle incisioni in quadri astratti da contemplare, collage di centinaia di parti tagliate sapientemente e rattoppate dai tecnici del suono.

Prodotti intoccabili da ogni punto di vista, in “alta definizione”: prodotti che nella realtà del concerto live non esistono.

L’esecuzione con il pubblico rende viva la musica nel suo fluire, nel suo presente incessante, nel suo essere un esperienza unica ed irripetibile da vivere e respirare hic et nunc. Con la bellezza suprema dell’imprevisto: il colpo di tosse, la caramella scartata che dura decine di interminabili secondi, la suoneria inattesa del cellulare. Con l’aspettativa di assistere ad uno spettacolo nello spettacolo.

E, finalmente, l’errore. L’errore costituisce un patrimonio in via di estinzione. Un patrimonio dell’umanità insita nella musica stessa poiché composta ed eseguita da musicisti ovvero da persone in carne ed ossa con il sacrosanto diritto di sbagliare.

L’errore nasce dalla casualità del momento e chiaramente non è premeditato: l’interprete si esercita e medita per mesi, anni su una partitura e l’incertezza si presenta, subdola, in un punto mai preso in considerazione. Dall’errore un valido musicista ha la carica per scrollarsi di dosso l’ansia dell’esecuzione impeccabile e cominciare a concedersi più largamente.

Un capolavoro dell’interpretazione sopra tutti: il debutto di un pianista russo, Sviatoslav Richter, nel 1960 alla Carnegie Hall di New York con sei recital diversi nell’arco di quindici giorni.

Ebbene nella trascinante e impetuosa chiusura della sonata “Appassionata” di Beethoven, una coda sempre più infuocata, assistiamo alla trasformazione delle numerose note false nella perdita del controllo in favore del più infuocato pathos. Il risultato? Un applauso da stadio con urla di approvazione che travalica le casse di qualsiasi impianto stereo.

Un altro pianista tra i più acclamati artisti di sempre, Alfred Cortot, nelle sue leggendarie registrazioni degli anni ’30 cade nell’errore mediamente ogni sette secondi eppure nemmeno ci sogneremmo di cambiare alcuna di queste sviste: l’ascoltatore attento va oltre e coglie la profondità di una musica intima, libera, fantasiosa, estrosa, quasi improvvisata.

Dalla nota non prevista il jazzista scopre nel momento stesso in cui essa si presenta una possibilità nuova, un ardito passaggio armonico mai sperimentato prima.

L’invito è quasi banale: tornare a riempire entusiasticamente i teatri, assistere in prima persona alla ri-creazione dei grandi capolavori della storia della musica e trarre ispirazione dai “classici”, com’è sempre stato.

Con il presentimento che qualcosa di meravigliosamente imperfetto possa sempre succedere.