Elogio dei maestri che frenano il genio

Capita all’improvviso, senza apparente motivo, come il quadro che rimane appeso per anni al muro e un giorno all’improvviso cade a terra, che venga al mondo un ingegno capace di rivoluzionare una certa disciplina al punto che dopo di lui niente sarà più come prima.

Capita ovviamente che il genio di turno non venga capito dagli ottusi suoi contemporanei, come nella migliore tradizione agiografica dei vari Einstein bocciato alle elementari, Jordan scartato dalla squadra del liceo,Van Gogh che vende i propri capolavori per un piatto di minestra.

Il romantico e ineluttabile isolamento di chi ha la sola colpa di essere troppo avanti per la propria epoca, di rifiutare i paletti che vengono imposti per convenzione, di uscire dalla normalità, diventa così ingrediente principale della narrazione che ogni genio che sei rispetti merita.

Ma la resistenza, di solito catalogata nella letteratura biografica come attributo dell’antagonista cattivo e ottuso, magari invidioso e risentito, andrebbe considerata, in un quadro più ampio, uno degli ingredienti stessi della genialità. Tanto la genialità non si fermerà di certo di fronte all’ostacolo rappresentato dai brutti voti di un insegnante dalla cattiveria dickensiana al futuro Premio Nobel o dal consiglio spassionato di dedicarsi ad altro. Certo, pensare a quanti potenziali geni sono stati condannati in vita alla normalità, causa il contesto ostile o le occasioni mancate, e a quanto tempo abbiamo perso sulla via del progresso per il fatto di non averli saputi capire, fa venire il sangue gelido, se uno ci pensa, ma, anche se affascinante, quello dell’immaginare «cosa sarebbe successo se» rimane comunque un esercizio di fantasia e come tale va inteso, e ci si può in ogni caso consolare pensando ai casi delle personalità eccezionali che conclusero sì la propria vita incomprese, povere e sole ma che alla fine ottennero la loro rivincita postuma attraverso quell’impatto rivoluzionario del loro lavoro sui codici del settore che a quel punto, come detto, non potrà più essere come prima.

Codici, sì. Tutto si gioca sui codici. Ed è proprio la presenza di codici condivisi, e della resistenza che questi impongono, che crea la condizione perché il genio trovi il terreno fertile per la sua azione, terreno che non a caso sta al di
fuori di quel recinto codificato che rappresenta il confine tra lecito e illecito, tra accettato e non accettabile, tra normalità e follia, tra società e solitudine. Perché la genialità non è un lusso che si ottiene gratis. Può perfino rappresentare una condanna, per chi ne è portatore, una pena alla quale non si può sfuggire, perché quello che spinge oltre il recinto è un istinto di fronte al quale il primo ad essere impotente è il genio stesso. Solitudine e incomprensione quindi, quasi una vendetta della normalità sull’eccezione, del quieto vivere che espelle ciò da cui si sente minacciato, della moltitudine su ciò che è diverso.

Niente antagonisti quindi, in questa storia. O almeno non sono quelli che ci si aspetterebbe. Non lo è il maestro che limita il potenziale dell’alunno dalle doti straordinarie, non lo è la società che guarda con sospetto chi esce da un seminato condiviso, non lo è la genialità stessa, metaforica, che spinge, attraverso al sua forza di ignota origine, la personalità che ne è vittima verso un destino di sofferenza.

Se la resistenza non ci fosse non ci sarebbe il codice che la determina
e, in assenza di codici, mancherebbe quel sistema di riferimento
da superare e senza il quale non esisterebbe l’al di fuori da esso e vivremmo in una condizione di relativismo individualistico tale da impedire al genio di esprimere la propria visione rivoluzionaria. Ma quello che sta all’interno, per essere superato, va conosciuto e controllato, per scardinare il codice occorre conoscere il codice e l’uscita da esso ha il dovere, se vuole far progredire la società, di definire, consapevolmente o istintivamente, nuovi codici e, come ogni rivoluzione che si rispetti, ricreare un ordine. Ed è qui che il maestro cattivo e ignorante diventa funzionale alla condizione di rottura del codice perché garantisce l’ordine da distruggere, lo fa conoscere e individua, anche attraverso una drammatica emarginazione, l’eccezionalità che ha di fronte. Alimentando il genio attraverso la difesa del codice egli crea le basi per il superamento dello stesso.

Ma forse un antagonista, in tutta questa storia, c’è: è l’idea che la genialità possa e debba svilupparsi in una situazione di totale anarchia, senza punti di riferimento, senza vincoli, senza maestri cattivi o solo esigenti e codici rigidi, in regime di libertà espressiva spinta al punto da disinnescare non solo qualsiasi potenziale rivoluzionario – perché la condizione di libertà assoluta renderebbe inutile la rivoluzione – ma la stessa possibilità di quel giudizio che consente di riconoscere il genio e l’organicità di pensiero che permette alla rivoluzione di ricreare un ordine.

Una società atomizzata quindi fatta di sedicenti creativi isolati all’interno del proprio recinto personale il cui codice, non richiedendo condivisione, non necessita di un’elaborazione intellettuale, programmatica e poetica. Pura estemporaneità. Un mondo senza geni in cui tutti sono geni, appiattito sull’illusione ideologica della democraticità di un relativismo individualista e libertario che più che sviluppo di creatività e intelletto crea omologazione al ribasso e noia esistenziale.