Elezioni inglesi: la sfida dei Tories per restare al governo

Cinque candidati. Un premier uscente. Le elezioni probabilmente più controverse della storia recente nel Regno Unito. Sono le General Elections che si terranno il prossimo 7 maggio. Dopo mesi di campagna elettorale entriamo nel vivo della sfida, con i primi dibattiti televisivi, le continue frecciate tra candidati ed alcuni interrogativi sul paese.

Austerity sì austerity no. Forse la questione più importante. L’economia britannica potrà ancora sobbarcarsi il peso di un austerity che l’ha frenata in questi anni di crisi? I tagli effettuati dal governo Cameron hanno lasciato il segno. Nell’ultimo periodo il governo ha tagliato la spesa per oltre sette miliardi di sterline. Il Fondo Monetario Internazionale ha benedetto le misure dei Tories, mentre non vede di buon occhio un possibile governo targato Labour. Riemerge anche la questione verso l’economia europea. A differenza di molte altre economie dell’Eurozona, l’economia britannica sta risalendo la china. Se dovesse continuare il suo percorso e i Tories vincere le elezioni nuovamente, il piano a lungo termine potrebbe portare benefici a tutto il paese, nella logica che cambiare troppo non piace ai mercati. Se dovesse interrompersi potrebbe portare, in un paese letteralmente governato dalla finanza, ad una crisi senza precedenti.

Ma in questo quadro c’è anche l’ombra dello Ukip. Lo United Kingdom Independent Party ha raggiunto livelli di consenso mai immaginati. Il partito personale di Nigel Farage, politico capace di cavalcare la propaganda come nessun altro nel Regno Unito, strizza l’occhiolino a componenti razziste e neofasciste come l’English Defence League o l’England First e rasenta a tutti gli effetti la reazione locale ad un globalismo finanziario distante e sempre più influente. Farage però sa che non vincerà le elezioni e per questo utilizza spesso toni estremi e violenti per distogliere l’attenzione da altri problemi.

Poi c’è la questione della leadership. Queste elezioni sono una sfida tra David Cameron e Ed Miliband, tra Tories e Labour. Come da sempre lo sono nel Regno Unito. Il Green Party può soltanto aspirare a fare meglio delle ultime volte. I Liberal Democrats sono l’ago della bilancia. Nell’ultimo governo si sono uniti ai Tories per formare una coalizione che ha permesso a Cameron di raggiungere la fine del proprio mandato. Miliband sa che i Labour per vincere devono dimostrare alla stragrande maggioranza del paese che riusciranno a tener viva l’economia inglese, modificare le regole interne sul National Health Service e dimostrare che l’Unione Europea serve al Regno Unito e viceversa. E la strategia di Cameron di non voler affrontare in un dibattito pubblico il suo avversario Miliband a lungo termine si rivelerà controproducente.

Lo Scottish National Party, ancora scottato dalla mancata indipendenza, deve ancora decidere da che parte stare. I Labour sono contenti di avere la Scozia ancora parte del Regno Unito visto che se Edimburgo avesse scelto l’indipendenza, Londra non avrebbe visto mai più un governo laburista. Miliband sa che in qualche modo l’SNP può essergli utile. Ma sa anche che l’arma è a doppio taglio. Nicola Sturgeon, leader del SNP ha dimostrato una notevole capacità dialettica.

Con Cameron il Regno Unito si è lasciato dietro uno strascico soprattutto nella guerra in Libia. La soggezione nei confronti del figlio cresciuto, gli Stati Uniti, è sempre forte e i militari ancora in giro per il pianeta, al di là della paga, hanno voglia di tornare a casa. Cameron non ha mai detto di voler uscire dall’Unione Europea ma ha più volte cavalcato il pensiero di un referendum, solo per accontentare gli scontenti. Sa benissimo quanto necessaria sia l’UE per l’Inghilterra e viceversa. In Libia è stato creato un disastro. Queste elezioni portano nuovi sviluppi anche in materia di politica estera. Quel ruolo che Londra ha sempre avuto e che ultimamente sembra aver perso di vista.