Elena Barbalich: la forma inespressa dell’oratorio di Vivaldi

Nel campo del repertorio classico il nome di Elena Barbalich è conosciuto per le sue molteplici realizzazioni e innovazioni nel campo della regia: cura nel 2003 Cavalleria Rusticana e Pagliacci al Teatro Verdi di Salerno e al Politeama di Catanzaro, nel 2006 inaugura la stagione lirica di Salerno con Macbeth di Verdi, ripreso nel 2007 al Teatro São Carlos di Lisbona, nel 2008 a La Coruña e nel 2009 al Teatro Calderón di Valladolid. Al Teatro Verdi di Sassari, nel 2007, realizza la regia di Les Mamelles de Tirésias e de La Damoiselle élue. Nel 2011 cura l’importantissima regia de Il cappello di paglia di Firenze di Nino Rota che viene rappresentato nei teatri di Como, Cremona, Savona, Brescia, Pavia e Rovigo. È inoltre docente di regia all’Accademia di Belle Arti di Venezia. Ha curato per il Teatro La Fenice di Venezia un’interessante esposizione della Juditha Triumphans di Vivaldi, oratorio che solitamente non vorrebbe una regia in quanto ai cantanti non è richiesto di recitare; ci siamo fatti spiegare da lei il perché di questa scelta innovativa e interessante.

Da dove ha preso l’ispirazione per una regia teatrale di un oratorio? Crede che si possa iniziare un periodo nuovo per questo genere e trattarlo come una forma di melodramma?

Non è stato facile mettere in scena l’oratorio vivaldiano, perché manca un supporto narrativo consequenziale e logico. L’ispirazione e la costruzione della drammaturgia è frutto di diversi studi: la vita di Vivaldi e il carattere della sua musica, il Libro di Giuditta, la vita delle ragazze della Pietà – prime esecutrici assolute – l’analisi della partitura musicale e del libretto di Jacopo Cassetti, la riscoperta del teatro tragico greco. Analizzando il libro di Giuditta, ho scoperto che è ricco di elementi mutuati dalla cultura greco-ellenistica, perché è stato scritto in un periodo in cui i seleucidi stavano invadendo ed ellenizzando la Giudea. Questa scoperta mi ha ispirato molto per concepire la Juditha vivaldiana come una sorta di tragedia greca. Ci sono affinità con le Baccanti, con le Danaidi, le Supplici. Il coro però è concepito come quello delle figlie di choro della Pietà, prime interpreti assolute, che ho visto perfettamente sovrapponibile a quello delle Vergini di Betulia assediate da Holofernes e ad un coro di carattere tragico. Sicuramente la forma dell’oratorio è molto frequentata all’estero per creare spettacoli di grande suggestione. Basti pensare alla Theodora di Händel di Peter Sellars. In Italia non si frequenta molto questo genere di repertorio, ma spero che prossimamente venga preso maggiormente in considerazione.

Regia scenografie e costumi andavano di pari passo oscillando tra rappresentazioni moderne e pittoriche; si è ispirata a qualche opera in particolare specialmente per le ultime scene rappresentate?

Sono laureata in Storia dell’Arte e la pittura è spesso presente nei miei spettacoli. Ci siamo ispirati a James Turrell, Veronese, Tiepolo e nella scena dell’uccisione ad Artemisia Gentileschi. Nelle posture di Abra e Juditha abbiamo pensato a Mantegna, Allori, Rubens, Cifrondi, Guarino. I colori dei costumi: rosso, bianco, giallo e nero richiamano anche i colori alchemici, spesso presenti nelle rappresentazioni delle Giuditte pittoriche. Il giallo e il rosso sono anche i colori di Venezia, di cui Juditha rappresenta l’allegoria. Il blu per Holofernes è il colore delle divise turche settecentesche, unica allusione storica.

La storia della Juditha ha rappresentato mille differenti letture nel corso della storia, tra cui ovviamente anche le vittoria di Venezia sui Turchi. Quanto a suo avviso una lettura moderna può dare risalto ad aspetti innovativi e quanto il ruolo della donna viene rappresentato in maniera seria e autorevole al suo interno?

Ho evitato qualsiasi riferimento alla contemporaneità, perché penso che attualmente la situazione mondiale delle guerre di religione sia delicatissima ed estremamente complessa. Anche in questi giorni sono accadute cose tremende. Per questa ragione mi sembrava poco opportuno investire la mia interpretazione di allusioni alla contemporaneità.

L’aspetto innovativo della rappresentazione non è mai un problema che mi pongo. La messinscena, nella mia visione, dev’essere sempre il risultato coerente di un’ispirazione derivata da un lungo periodo di studio e dalle suggestioni suggerite dalla musica e dal libretto.

Per quanto riguarda il ruolo della donna, ho riportato la figura di Juditha a una dimensione della femminilità mitologica, sacrale e ancestrale, facendole attraversare via via diverse figure quali quelle della mistica, della strega, della sirena, della baccante, della furia anche attraverso l’apporto del coro, che rappresentava, oltre le figlie di choro della Pietà, un’amplificazione della sua figura.

Che ruolo dà al coro all’interno della trama?

Come ho già esemplificato, il coro rappresenta le prime esecutrici assolute: le ragazze della Pietà. Erano grandissime virtuose della musica, costrette a suonare dietro grate occultanti e a condurre un’esistenza di tipo monastico. Raramente si sposavano. Indossavano una divisa rossa e per questo il coro veste tuniche scarlatte. Allo stesso tempo il coro è quello delle Vergini assediate di Betulia e un’emanazione e rafforzamento della figura di Juditha, nelle sue diverse declinazioni mitologiche. Non sempre dunque la ricerca di innovazione è la vera novità che si può portare a una rappresentazione teatrale. Anche la cura degli aspetti storici e artistici sanno rafforzare una storia dai risvolti mitologici che, come tutti i miti, ha in sé una forza comunicativa che può permettere di trascendere dalla rappresentazione di una storia contemporanea.

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