Editoriale. “Purch”

“Meglio cambiare no?!” ammiccava Paris Hilton qualche anno fa dallo schermo TV, con l’intento di farci sostituire il gestore telefonico, mentre oggi, dallo stesso rettangolo luminoso, Luciana Littizzetto vorrebbe che cambiassimo la marca abituale dei nostri prodotti da supermercato, per optare decisamente su quello Coop.

Cambiare? Dopo anni di marketing spesi a rassicurare i clienti fidelizzandoli alla marca? Dramma umano, crollo delle certezze consolidate o possibilità di migliorare spinti dalla nostra insaziabile curiosità di esplorare nuovi orizzonti? Quantomeno c’è da chiederselo.. Cristoforo partì con quattro marinai, tre caravelle e un paio di idee su quello che avrebbe potuto trovare, contemplando la consistente possibilità di non arrivare mai e di non tornare. Oggi la passione per l’avventura sembra più legata a combattere la noia che al bisogno vitale, mentre l’esplorazione ha fatto passi da gigante con il comodo internet che ci consente tutto dall’ ancor più comodo divano. Meno autostop e più Easyjet.

Serendipity, invece, è un termine anglosassone difficile da tradurre, che più o meno sta  a rappresentare una filosofia di vita che induce a cercare senza un obiettivo definito e immodificabile, ma con un’apertura verso ogni segnale che la nostra mente, accesa in posizione ON, possa raccogliere per approfondire. Come a dire “mi sono preparato e parto, ma ancora non so dove il mio viaggio si concluderà”. Però so per certo che qualcosa troverò.

L’attuale crisi economica che spesso vorremmo definire mondiale, anche se attanaglia il mondo decadente occidentale ben più d’altri paesi ancora concentrati sulla loro crescita, ci propone scenari nuovi ma soprattutto inediti: panico diffuso! Cosa sarà di noi JesExtender, delle nostre certezze: avremo un lavoro e la possibilità garantita del benessere? E l’Inter riuscirà a risollevarsi da un’annata negativa?

Forse il momento potrebbe rivelarsi catartico e offrirci l’opportunità per una riflessione che scenda un po’ più in profondità di quanto gli stimoli quotidiani, fatti di calcio e di reality ci stanno proponendo.
Lo scontento sembra l’unico trend in ascesa, che si tratti di politica, di lavoro o di costumi, tuttavia l’ipotesi di un qualsiasi “cambiamento” attanaglia la gola dei più: in fondo anche la negatività è una sicurezza, un nemico di cui identifichiamo il volto, un problema da condividere con gli altri a tutte le ore del giorno nel tentativo di esorcizzarlo. Chissà che la “paura” non ci faccia uscire dall’individualismo sfrenato tipico della nostra era pigra e domotica?

Potremmo provare a filosofeggiare (con un po’ di presunzione) e decidere che l’andamento delle cose è sempre più insoddisfacente, ma non è ancora così forte da far crescere in noi il “bisogno” di cambiare. Cresciuti con la saggezza del “mai mollare la strada vecchia per la nuova” e con l’altrettanto geniale “squadra che vince non si cambia” sembriamo timorosi di tutto quel che non conosciamo, pensando seriamente che possa essere peggiore di quel che viviamo. Innovatori solo a parole, ancora pensiamo di poter scegliere tra opzioni da puntare con il telecomando, mentre il futuro è legato a scelte decisamente più urgenti e consistenti che i giovani devono decidere di prendere a piene mani: come non avrebbe mai detto il filosofo e come direbbe il “mister”, nuovo mentore mediatico, è ora di alzare il culo dal divano! 🙂