È davvero la fine per la corsa di Trump?

I sondaggi lo danno in grande difficoltà ma la strada che porta all’8 novembre è ancora lunga e sicuramente ricca di sorprese

Quando si candidò, Donald J. Trump era l’outsider di delle elezioni presidenziali che si preannunciavano come le più affollate di sempre dal lato del Grand Old Party. I repubblicani presentavano diversi candidati molto interessanti, tra i quali un Jeb Bush, figlio minore della rinomata famiglia a stelle e strisce alla quale già molte altre volte è stato dato il compito di guidare il paese in momenti cruciali. Ma la scheggia impazzita, partita con il 4% di gradimento ha pian piano scalato la vetta. Con le sue affermazioni sempre estreme è stato in grado di monopolizzare il dibattito da parte repubblicana, costringendo gli altri non solo a seguire, ma a vedersi dettati i temi della campagna dal candidato con meno chance di vittoria.

Nonostante il distacco che lo separa dalla candidata democratica, Hillary Clinton,
la partita è ancora molto accesa e in molti si aspettano che i veri fuochi d’artificio vengano sperati solo una volta che saranno state ufficializzate le nomination presso le rispettive convention a Cleveland e Philadelphia nel corso di quest’estate. Un’analista di gran peso come Peter Hart, ha recentemente affermato, durante un suo viaggio di lavoro in Italia che “la corsa più inusuale e la meno pronosticabile dal 1968 – l’anno che la campagna fu tragicamente segnata dagli assassinii di Martin Luther King e Robert Kennedy, candidato alla nomination democratica”.

Questo perché, per quanto oggi sembri impossibile, ci sono moltissimi avvenimenti che da qui all’8 Novembre 2016, potrebbero segnare le sorti di questa corsa in favore di uno dei due competitors. Nella fase attuale, la Clinton sta traendo moltissima forza da avvenimenti fortemente destabilizzanti come la Brexit ed ha buon gioco quindi a ricordare all’elettorato come in questi momenti ci sia bisogno di una guida sicura e con i nervi saldi, che sappia trainare il paese fuori dal momento di incertezza. Lo stile di Trump, sempre pronto allo strappo ed alla boutade, sta facendo molto soffrire il tycoon, il quale non sta riuscendo a riaccendere i riflettori dell’opinione pubblica sullo scandalo delle mail dell’ex Segretario di Stato, unico scandalo legato all’ex first lady.

Per quanto i sondaggi attuali lo diano in svantaggio consistente (51% contro il 39% del tycoon secondo l’ultimo sondaggio disponibile del Washington Post), può essere interessante in questa sede analizzare i motivi e possibili scenari per ribaltare la situazione attuale. Per quanto riguarda i primi, la Clinton può contare su alcuni fattori di cambiamento che si affacciano sempre sulle corse presidenziali dopo un doppio mandato com’è stato quello del presidente uscente Barack Obama. L’ex first lady è innanzitutto la prima donna nella storia USA ad aver raggiunto la nomination per la corsa alla Casa Bianca, il che può funzionare come fu per il primo presidente nero nel lontano 2008. Oltre a questo, la candidata favorita ha dalla sua tutta una serie di minoranze tra le quali le donne (di qualsiasi origine etnica), i musulmani e gli ispanici respinti da Trump, nonchè la comunità lgbt, la quale negli Stati Uniti come in diversi paesi è capace di muovere un numero sorprendente di consensi nonostante le sue relativamente ridotte dimensioni. Manca però un vero e proprio slogan, un mes- saggio da usare come ariete per entrare in tutte le case che finora le hanno negato l’accesso. Su questo punto il magnate newyorkese è sicuramente in vantaggio in quanto il suo già citato “Make America Great Again” va a colpire l’orgoglio ferito di un paese intero, sia per le vicende eco- nomiche (crisi e gigante cinese) che per il ruolo di guida a livello internazionale che si fa sempre più vacillante (Medio-Oriente e Russia). Trump, da parte sua, sta scontando terribilmente una campagna che, specialmente all’inizio è stata caratterizzata dalla critica agli immigrati di ogni sorta, musulmani ed ispanici in testa. Il boomerang ha colpito così forte che negli ultimi mesi si è cominciato a parlare di una volontà del tycoon di rivedere una delle sue proposte più clamorose e discusse, vietare l’ingresso ai musulmani nel paese. Questi rumors non sono stati ancora confermati da alcuna azione da parte del candidato repubblicano, il quale tuttavia deve essersi reso conto di non potersi inimicare delle fette così ampie di elettorato. Questo perché, al di là di ogni polemica legata alla corsa per la Casa Bianca, un dato che emerge è come l’elettorato americano stia cambiando: le donne acquisiscono sempre più consapevolezza della propria importanza mentre il Sud del paese vede cambiare la propria composizione etnica a causa dell’immigrazione. In questo modo, ed in particolare a causa della seconda tendenza, alcuni stati tradizionalmente repubblicani come quelli del centro e del Sud cominciano ad avere dei comportamenti di voto non più rassicuranti per il GOP, anche perché ovviamente questi “elettori emergenti” votano per il partito democratico, molto più attento alle istanze delle minoranze.

Nella situazione descritta dunque, le possibilità di Trump si fanno sempre più sottili, legate per lo più o ad un cambio di rotta che risulti capace di includere più ampie fasce della popolazione, oppure ad un exploit senza precedenti tra il suo elettorato di riferimento: i bianchi (Ronald Reagan vinse con il 56% del voto di questa categoria mentre Romney nel 2012 perse nonostante ne avesse convinto il 59%). Il tycoon sembra averlo capito e si prepara ad un fortissimo cambio

di strategia, il cui primo passo è stato il licenziamento di Corey Lewandowski, il campaign manager che lo ha portato a sbaragliare la concorrenza alle primarie.

Il sistema dei grandi elettori, il quale regola la competizione per la Casa Bianca, lascia qualche speranza visto che non sempre prendere la maggioranza dei voti totali risulta un passaggio fondamentale per la vittoria finale. È necessario vincere negli stati più popolosi, ai quali è assegnata la gran parte degli appunto “grandi elettori”, che sono coloro i quali eleggono materialmente il Presidente della federazione. Questo fa si che se fossero conquistati gli stati più grandi, sarebbe possibile nutrire ancora una concreta speranza. Le cose ovviamente non sono così semplici: diversi stati sono schierati a favore di una o dell’altra parte e rappresentano tradizionalmente delle roccaforti difficili da espugnare per

la controparte salvo eventi eccezionali. Corrono quindi in aiuto gli “swing states”, gli stati in bilico che sono disposti a spostarsi da un candidato all’altro a seconda della situazione. Il sostegno di esponenti di questa categoria come Ohio, Iowa, Colorado, Nevada, New Mexico, Virginia, New Hampshire furono decisivi nel 2012 per la conferma di Obama. Per uscire vincente, Trump avrebbe bisogno di guadagnare almeno 10 punti percentuali in ognuno di questi stati chiave. Per poter mettere in piedi una rimonta del genere sarà necessario riportare dalla sua afroamericani, latini e donne che oggi hanno un’opinione all’80% negativa di lui.

In ogni caso il magnate di New York non è persona da dare per sconfitta prima del tempo. Nessuno gli avrebbe dato credito all’inizio della campagna mentre oggi diversi istituti finanziari commentano preoccupati gli outcomes economici derivanti da un suo eventuale insediamento al vertice della piramide del potere USA. La Clinton fino ad ora ha giocato una buona campagna, giustamente conservativa ed improntata al fair play. Deve ora riuscire a mantenere la presa sull’elettorato senza commettere passi falsi, che aprirebbero la strada a risultati oggi impensabili.