Philippe Daverio: crisi, imprenditoria e politica

Philippe Daverio non ha bisogno di presentazioni. Lo abbiamo incontrato in occasione della “Festa della Sedia” di Manzano e gli abbiamo posto alcune domande. Le risposte, scandite lentamente fumando una sigaretta rollata, non hanno mancato di fornire uno sguardo originale sul presente che viviamo e che spesso fatichiamo a decifrare.

Professor Daverio, che lezione dovrebbe imparare dalla crisi un territorio come il Friuli Venezia Giulia, motore per vent’anni del boom economico del nord est? Come mai non abbiamo retto l’impatto della congiuntura?

“Per due motivi, in realtà: per la mancanza di organizzazione, che è necessaria nei momenti di crisi, e quindi di destino che ci si dà in base all’organizzazione, e dall’altro forse per la mancanza di volontà di migliorare le proprie efficacie, cosa che non si fa quando le cose vanno bene e ci si pensa quando va male, ma quando va male è tardi. Era meglio pensarci quando le cose andavano bene”.

Ora che il benessere di vent’anni si è dissolto, o comunque è di molto diminuito, oltre ai capannoni vuoti abbiamo perso anche la cultura imprenditoriale buona, incarnata dalla borghesia illuminata e moderna, quasi protestante, che avevamo. Dobbiamo ricostruire tutto da zero?

“Secondo me una vera e propria la borghesia non c’era neanche prima, si era trasformata una società artigianale in una società imprenditoriale, spesso capace e abile, però non del tutto preparata ad affrontare le fluttuazioni. L’ho detto in un intervento recente, citando Einstein sulla crisi, che nella crisi si formano le alternative e questo è un momento nel quale bisogna avere il coraggio di inventare le alternative e anche di rimettersi in discussione, cioè vedere cosa nel passato era positivo e che cosa del passato dobbiamo in qualche modo ripensare”.

L’escalation di violenza e di tensioni che in questi giorni sta travolgendo lo scacchiere politico internazionale sembra riposizionare le forze in campo su posizioni pre caduta del muro. C’è chi evoca la guerra mondiale. Lei pensa che questa nuova drammatica situazione ponga le basi per un ritorno della politica mondiale dopo 25 anni di latitanza? Secondo lei da che politica sarà caratterizzato questo secolo?

“Intanto dobbiamo iniziare a considerare che gli equilibri non stanno più da un lato e dall’altro dell’Atlantico. Gli equilibri stanno molto più a est: le vere forze di capitale oggi sono ancora americane e parzialmente europee, ma sono anche cinesi, indiane. E poi dobbiamo considerare il fatto che quella del mondo infinito islamico è ancora una questione aperta, sulla quale il destino non sa ancora che strada intraprendere. In teoria e apparentemente viviamo un periodo molto pericoloso. Poi io sono ottimista, quindi mi auguro che non vada a finire in una catastrofe. E soprattutto oggi ci siamo abituati parecchio alla catastrofe. Il mondo ha bisogno di una sorta di idealità che gli manca, in questo momento, ed è forse la cosa più grave, e soprattutto il ciclo intergenerazionale della conflittualità si è un po’ frenato, nel mondo occidentale, anzi si è molto frenato. Non siamo in grado di immaginare il domani. E il non poter immaginare il domani, vuol dire non avere una prospettiva all’interno della quale inserire i problemi in corso. Cos’è corretto che succeda in Ucraina? Nessuno lo sa. Cos’è corretto che succeda col governo siriano? Nessuno lo sa. L’Europa, che avrebbe dovuto giocare un ruolo centrale negli equilibri, è stata totalmente latitante e incapace di inventare una sua coesione. Probabilmente è attraverso l’aggregazione di nuovi elementi nell’ambito della politica che si dovrà trovare una soluzione e uno di questi aggregati dovrebbe essere questa vecchia baracca a cui siamo affezionati che si chiama Europa e che non riesce in un qualche modo a uscire da una sorta di tunnel senza fine. Forse la crisi ci permetterà di uscirne”.

Può dare un voto a questo governo?

“A Milano si dice “metà parlé, metà dané”. Finora abbiamo visto il metà parlé, il metà dané è tutto da venire”.

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Foto presa dal web