Martinelli: donne e violenza

L’Università Popolare di Trieste ha inaugurato il nuovo spazio culturale “Torrebianca22” con la mostra “Maria scende dalla croce” dell’artista friulana Francesca Martinelli e a cura di Marco Puntin. L’apertura di uno spazio dedicato alle arti in un momento come questo di serie difficoltà per la cultura, rappresenta una grande sfida sia per l’ente, che ormai da 115 anni lavora per lo scambio culturale tra Italia, Slovenia e Croazia, sia per la città stessa, proponendosi come un’inversione di tendenza grazie alla quale la cultura si riappropria dell’ambiente e dello spazio urbano.

“Maria scende dalla croce” presenta il passaggio dalla figura di Maria dell’iconografia cristiana alla realtà dei giorni nostri, diventando simbolo della donna contemporanea. Cosa vuole esprimere questa sostituzione?

“Ponendo Maria sulla croce e facendola scendere da questa, intendo sfatare un dogma, ma un dogma puramente istituzionale e non religioso. Io non tocco la religione, la rispetto. Semplicemente sostituisco, perché questa è a mio avviso la contemporaneità. Credo che la donna, soprattutto come retaggio culturale, si porti dentro un grandissimo senso di colpa. Un senso di colpa che va ad interrompere quel flusso che dalla mente arriva fino ai genitali, che non dovrebbe essere tagliato. Mente e parti basse devono essere un tutt’uno, perchè il corpo non è spezzato. La donna contemporanea è questa, l’essere umano è questo. Fisiologicamente siamo carne e sangue e abbiamo degli impulsi, alti o bassi che siano, che fanno parte di noi e che non possono esser messi da parte per un credo superiore. Non penso infatti che ci possa essere un struttura istituzionale talmente adeguata e giusta, oggi, da potersi ergere a giudice. Introducendo il concetto di “abbassamento”, nelle mie opere vado ad abbassare tutto, portando tutto allo stesso livello e cercando di equilibrare i ruoli e le identità fisiche, sessuali, intellettive delle persone. Tutte le persone al mondo sono carne di donna, sembra banale e scontato ma non lo è, è un valore invece. Il mio è un atto di rivolta e di denuncia di violazione di quella delicata fisiologia femminile che da sempre viene presa, derubata, aggredita e usata”.

Dalle opere presentate emerge, sia a livello di contenuti che di modalità di realizzazione, quasi una ricerca necessaria del dolore fisico e spirituale. La sofferenza rappresentata diviene il mezzo o il fine? E qual è il messaggio che l’opera intende veicolare?

“Sono cosciente di quanto sia delicato l’argomento e di quanto possa possa turbare, ma il fine non è disturbare o creare shock; semplicemente, a volte, svelare alcune cose fa male. Il titolo parla da solo, come i miei lavori del resto, perché uniscono il segno, il tratto e il disegno alla parola, fondamentale nel mio lavoro. Maria che scende dalla croce rappresenta tutte le donne, e la volontà di ripulirsi da questo senso di colpa che riporta al femminicidio. Oggi la violenza sulle donne è quasi la manifestazione del bisogno di riequilibrarsi rispetto a un capovolgimento in atto. La donna sta cercando di uscire dal proprio ruolo appropriandosi di quello maschile: attualmente la donna è sempre più uomo, e l’uomo è sempre più donna. Questo genera un’insicurezza nell’uomo, il quale non riuscendo a relazionarsi arriva all’uso della violenza. Il corpo è portatore di segni, di gioie, di ferite e di dolori, è un corpo che parla da solo. Rappresentarlo costituisce un mezzo, non il fine. Spero non ci si fermi all’apparenza, ma si riesca ad andare oltre a quello che si vede e che può turbare. Io pongo solo delle domande ma non mi permetterei mai di dare delle risposte. Smuovo le cose come si smuove la terra per prepararla a dare raccolto, è questo quello che voglio fare e che la mia arte vuole esprimere”.

Il binomio sacro-profano è da sempre uno dei grandi temi affrontati nella produzione artistica. Qual è la sua posizione come artista a riguardo?

“Sinceramente non mi coinvolge e inoltre ridurrebbe il mio lavoro a un elemento meramente estetico. Il binomio porta in sé la contrapposizione tra due elementi opposti, che sembra non possano comunicare fra di loro, mentre io sono per la fusione delle cose. Oltretutto non riesco a distinguere un sacro e un profano, c’è ormai una tale commistione di tutto oggi. La santità per me non esiste come elemento altro e distaccato, io abbasso la santità e la ritrovo nelle madri, nelle figlie, nelle persone. Una tale divisione in categorie non è più possibile, è diventata ormai anacronistica”.

I suoi lavori, anche precedenti come nell’installazione “Cattive madri”, partono da un forte contatto con le sue origini e il suo vissuto. Come e cosa è cambiato nel corso dell’evoluzione del suo percorso artistico?

“L’installazione è sicuramente un elemento preponderante del mio lavoro, come la ricerca dell’oggetto come feticcio e memoria. Però ora è come se avessi un po’ ripulito tutto quel fardello, e rimesso a posto tutti gli oggetti nell’armadio dopo avergli dato aria. Ora, finalmente, lavora solo la mia mano in collegamento con la mia mente e i miei occhi, e questa è la mia natura più vera. Nascendo come disegnatrice, il disegno è l’amore più grande che ho e di conseguenza anche il traguardo più importante. E di questo ringrazio il mio curatore e gallerista Marco Puntin per avermi accompagnata lungo tutto questo percorso”.