Dietro le quinte con il giornalista Umberto Bosazzi

Nato a Trieste nel 1964, Bosazzi infatti è divenuto giornalista professionista a trent’anni. Laureato in Lettere con una tesi di laurea in Storia del Cinema, ha iniziato a lavorare per Telequattro nel 1998, conducendo una rubrica dedicata ai libri. Subito ha collaborato con Il Notiziario, del quale conduce l’edizione mattutina e, dall’ottobre del 2003, anche quella meridiana e serale. A Telequattro ha al proprio attivo anche la creazione e conduzione vari programmi specifici, spesso a tema culturale e teatrale, campo in cui rappresenta una voce critica competente e puntuale.

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Umberto Bosazzi  (in foto) si fa trovare in redazione a Telequattro un sabato mattina, sorridente e disponibile per l’intervista a Genius-online. E’ reduce da un’esperienza straordinaria, quella che lo ha visto sul palcoscenico del Politeama Rossetti nel Rocky Horror Show. Fra i grandi eventi dell’anno, il musical è arrivato in Italia solo a Trieste – allo Stabile regionale dal 16 al 20 novembre – nell’ambito di un tour in città quali Berlino, Vienna, Zurigo, Colonia e Monaco. E’ proprio da qui, dal musical, che partiamo rivolgendogli alcune domande.

Da anchorman di una quotata televisione regionale al cast di The Rocky Horror Show. Com’è nata questa opportunità?

Me l’ha chiesto d’estate Stefano Curti, il direttore organizzativo del Teatro Rossetti. In ogni città la produzione internazionale (ndr. BB Promotion) chiede una persona del luogo per interpretare il ruolo del Narratore. Ho accettato subito, perché l’idea di poter vedere come nasce uno spettacolo da dietro le quinte mi interessava molto. Mi sono detto, quando mi ricapita un’occasione del genere? Con le prove, poi, che si sono fatte a Berlino. Due i giorni di prove.  La prima sera ho assistito allo spettacolo, poi sono passato dietro le quinte…

Immagino la percezione sia molto diversa. 

Sì, assolutamente. Ma c’è da dire poi che abbiamo anche discusso il mio ruolo con la regista.Io ho suggerito di comportarmi da giornalista, quale sono nella vita reale, anziché la figura prevista per il narratore che è una sorta di topo da biblioteca.

Una due giorni produttiva e intensa, prima di calcare il palcoscenico di Trieste.

Sì, certo. Il costumista Sven mi ha dato lo smoking. Eppoi le prove dell’uscita in calze a rete e tacchi a spillo. Perché se accetti di giocare lo fai fino in fondo. La cosa difficile è stato il tacco dieci!

Non ne ho dubbi, sono difficili per me, da donna…

Come ti dicevo, la cosa interessante è stato entrare in contatto con un mondo. Anche per noi che, tutto sommato, dovremmo conoscere, ti accorgi che non è così, che nessuna realtà è uguale a un’altra. Tutto è studiato, nulla è lasciato al caso per nessun elemento scenico dietro le quinte. Anche fra addetti costumisti e truccatori ti accorgi che c’è un mondo dietro e mentre tu ti diverti e  fai la tua parte, ti accorgi che la fai con gran scioltezza grazie a loro. Bravi sono stati tutti loro per essere riusciti a conglobare un elemento esterno, io, al loro interno. Sono tutti ragazzi giovani che in tournée girano per mesi.

Sono una sorta di famiglia viaggiante.

Sì, stanno insieme, sono affiatati.

Dalle recensioni teatrali al Narratore nel Rocky Horror Show, quasi un’evoluzione naturale?

Una bella esperienza, impegnativa viste le sei repliche al Rossetti. Sì, mi occupo anche di recensioni teatrali e talvolta ho il timore di innescare il pilota automatico. Avrei bisogno di un anno di distacco. Ma poi le stagioni teatrali sono sempre più serrate… E non so come facciano con la situazione economica. Ho visto io stesso, e anche in questa esperienza, la credibilità che ha lo Stabile e quanto Stefano Curti è ascoltato.

E sa soprattutto portare del nuovo al Politeama Rossetti. Sei d’accordo?

Sì, certamente. L’accoppiata Calenda – Curti (ndr. rispettivamente direttore e direttore organizzativo del Rossetti) ha risollevato le sorti dello Stabile.

Tralasciamo per ora il teatro, ho visto che hai moderato un incontro culturale sul tema “Uscire dalla crisi”, me ne parli?

Sì, si tratta di un ciclo di incontri  della “Cattedra di San Giusto”, voluti dall’arcivescovo mons. Giampaolo Crepaldi. Sono incontri che nel periodo della Quaresima sono incentrati sulla cultura e nel periodo dell’Avvento su economia e società. Ho moderato appunto “Uscire dalla crisi” con Antonio Costato (nrd. vice presidente di Confindustria), Sergio Razeto (ndr. presidente di Confindustria di Trieste) e Antonio Paoletti (ndr. presidente CCIAA di Trieste). E alcuni giorni fa l’incontro con l’economista Luigino Bruni.

Sono forse temi per te inusuali…

E’ un mondo che non è del mio ramo ed è meglio che non sia del ramo, perché solo così ti obbliga ad ascoltare, a prendere appunti e l’attenzione che dedichi ti consente di diventare realmente portavoce del pubblico.

Delle difficoltà in questa nuova esperienza?

Come ti dicevo, bisogna soprattutto ascoltare. Non è particolarmente difficile con quel calibro di persone. I problemi semmai si hanno con i mediocri.

E di Trieste ti va di parlarne? Magari in relazione alla crisi che ha dato il titolo al primo incontro da te moderato.

In vent’anni che faccio questo mestiere ho sentito tanti discorsi sul Porto, sul Magazzino vini, ecc. L’unica cosa in questa città che è stata mantenuta è stata la realizzazione della Sala Tripcovich. Non parliamo di crisi, parliamo della città. Vorrei fare un discorso serio su Trieste e vorrei farlo da figlio di esule istriano. Mi domando se il ritardo che la città ha nei confronti delle opportunità che le si sono presentate, non dipenda dalla volontà di non urtare la sensibilità degli istriani. E’ un peccato rimanere fermi quando Capodistria avanza. Non è un atteggiamento astuto. Non fa bene alla città. Se parli con una persona saggia come il sindaco di Muggia (ndr. Nerio Nesladek ) ti dirà che bisogna stare attenti a ciò che si fa dall’altra parte.

Abbiamo toccato temi diversi tra loro, c’è qualcosa che vorresti aggiungere. E’ un piacere ascoltarti, ma non vorrei abusare della tua simpatica partecipazione.

Sì, c’è una cosa, non so come la unirai a tutto il resto, ma parlando di cinema, quello che noto e mi preoccupa è l’atteggiamento del pubblico. Parlo di gente che durante la proiezione del film risponde al cellulare, manda messaggini. E’ chiaro dipende anche dal film, se è Indiana Jones, forse ci può stare… Ma se uno va a vedere Anonymous deve sapere che non è una carnevalata.

Le persone del pubblico a cui fai riferimento sono prevalentemente giovani?

No, anzi, noto questo comportamento assolutamente menefreghista fra i cinquantenni. E lo noto non solo al cinema, ma anche a teatro dove sempre più il fenomeno è osservabile.

Ci guardiamo con un certo amaro in bocca per il menefreghismo dilagante e nel ringraziare e salutare Umberto Bosazzi da parte mia e  a nome della redazione di Genius-online, preferisco ricordarlo in calze a rete e tacco dieci, così capace di mettersi in gioco e sperimentare nuove strade come nel The Rocky Horror Show di alcune settimane fa sul palcoscenico del Politeama Rossetti.

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Nella foto i protagonisti del The Rocky Horror Show. Foto di  Thommy Mardo