Davvero laurearsi a 28 anni con 110 e lode non serve a niente?

Il mondo universitario ha subito una brusca svolta a seguito del processo di Bologna nel 1999. La riforma ha voluto rivoluzionare i corsi di laurea così da compattare gli atenei europei attorno ad un unico standard comune. I due cicli di laurea che ne sono scaturiti, il primo triennale ed il secondo triennale, hanno portato la stragrande maggioranza dei genitori a chiedere, un po’ confusi, quale fosse il senso di questo doppio titolo. È pacifico infatti sostenere che con il solo titolo triennale è improbabile riuscire a lavorare, o comunque riuscire a lavorare con una remunerazione sufficiente a giustificare l’investimento di tre anni del proprio tempo. Oltre allo sbigottimento della generazione precedente, il 3+2 del processo di Bologna ha portato ad un generale allungamento dei tempi necessari agli studenti per conseguire un titolo completo (professore magistrale). Di tutto questo pare essersi accorto il ministro Poletti il quale l’altro giorno ha scelto di portare alla ribalta un tema che avrebbe bisogno di essere sempre tra le priorità di ogni governo: l’istruzione. Il titolare di via Veneto ha infatti affermato che è perfettamente inutile laurearsi a 28 anni con 110 e lode in quanto si sono persi almeno 4 anni lungo la strada. Frase molto impopolare quella di Poletti, il quale si è attirato contro l’astio degli studenti di tutta Italia. Questi ultimi rivendicano invece il loro diritto all’istruzione ed a garantirsi delle possibilità di lavoro più alte (in particolare nel settore pubblico) grazie al voto di laurea.

Tuttavia, guardando ai dati sui nostri laureati, pare subito evidente che qualcosa non funziona. Secondo i dati di Almalaurea, una piattaforma che raccoglie i curricula universitari degli studenti per tentare un incontro tra domanda ed offerta di lavoro, i nostri giovani completano mediamente il ciclo di studi 3+2 a 27,7 anni (tecnicamente dovrebbero finire a 24-25 salvo la facoltà di medicina). Questo significa che su 100 laureati solo 45 terminano gli studi in corso, con un voto medio pari a 102,2. È evidente che tutti questi soggetti, quando si pongono sul mercato vengono sistematicamente superati da tutti quelli che hanno saputo essere più veloci ma ugualmente efficienti, andando ad alimentare le fila dei disoccupati di lungo periodo. Questo è particolarmente vero in un Paese come il nostro che spesse volte perde le sue menti migliori in quanto non è in grado di offrirgli un’occupazione adeguata al proprio percorso di studi.

Il problema tuttavia, non sta tanto nel fatto che i nostri giovani sono fannulloni, come aveva affermato a suo tempo l’ex ministro Fornero, ma piuttosto si può affermare che il sistema scolastico non presenta alcun sistema di incentivi e disincentivi degno di questo nome. Il più grande malus derivante dal finire “fuori corso” infatti, consiste nell’entità delle tasse scolastiche che, svincolate dagli indici di reddito come l’ISEE, vengono applicate senza riduzioni. Tuttavia, in un sistema come quello italiano, le tasse universitarie presentano complessivamente degli importi contenuti se comparati con quelli dei nostri partner europei o più semplicemente al controvalore che offerto dal sistema universitario. L’aumentare delle tasse può quindi solo raramente costituire un disincentivo efficace, il problema poi è la totale mancanza di incentivi veri. Nelle università americane ad esempio, quello dell’istruzione di massimo livello è un vero investimento sulla persona che porta con sé rette da 20.000$ l’anno. Questo costringe da un lato le famiglie USA a contrarre dei mutui per consentire ai figli la specializzazione universitaria, dall’altro lato gli studenti non possono assolutamente perdere tempo perché rimandare la laurea di un anno significa perdere un grande ammontare di denaro, quindi il motto non può che essere: “mettercela tutta”.

Vero è che il sistema americano si posiziona agli antipodi rispetto a quello italiano, negando il diritto allo studio a migliaia di cittadini meritevoli poiché molti, se sprovvisti di borse di studio o della possibilità di indebitarsi, si vedono precludere la via universitaria. Non bisogna dimenticare poi che mentre oltreoceano si pone grande enfasi sulle abilità conseguite durante gli studi piuttosto che sui voti in sé stessi, in Italia si applica un sistema quasi opposto, con il quale cioè si valuta una persona in base ai voti, dando per presupposto le conoscenze che li hanno generati, cosa non sempre scontata. Per tentare di ricostruire un sistema di incentivi che, quando si parla di produttività, dimostra di essere l’unico rimedio efficace alla naturale tendenza degli uomini ad ottenere il massimo risultato con il minimo sforzo, può essere il seguente. L’università potrebbe essere gratuita per tutti gli studenti, con delle borse di studio automaticamente assegnate a tutti gli iscritti. Ogni esame potrebbe valere una parte di questa borsa e venire detratto nel caso non fosse stato superato con successo entro la sessione entro la quale era previsto. In questo modo la tempestività verrebbe premiata ed al contempo si garantirebbe l’accesso agli studi universitari a tutti i cittadini, che dovrebbero quindi solo dimostrare di essere degni dell’investimento che lo Stato starebbe facendo su di loro. Il problema è stato ben evidenziato dal XVII rapporto di Almalaurea sul profilo dei laureati (2014). I dati raccolti confermerebbero infatti come attualmente si registrino performance formative ed occupazionali migliori tra coloro che nascono in famiglie dotate di condizioni economiche più fortunate, dimostrando come le condizioni oggi offerte dalle università italiane non bastino, da sole, a garantire l’ascensione sociale.

Probabilmente esistono proposte migliori di questa, la quale non tiene conto di diversi fattori, situazioni e possibilità. Il messaggio che deve passare tuttavia è il seguente: il sistema di diritto allo studio generalizzato attualmente vigente in questo paese non funziona e produce una moltitudine di laureati (si veda alcuni casi eclatanti come quello di giurisprudenza) che non riescono a trovare lavoro. È perciò inutile continuare a ricercare il pezzo di carta, magari conquistato in una decade, se poi non è possibile sfruttarlo per via concorrenza spietata che oggi caratterizza il settore dell’impiego nel nostro paese. Non è possibile continuare a negare in eterno, per proteggere rendite di posizione ed immobilismi secolari, che la meritocrazia sia il solo e migliore sistema per ricompensare coloro che decidono di investire su sé stessi andando all’università.

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