Dabiq e gli altri: un macabro ed efficace uso dei media

Cinque giorni dopo gli attacchi mortali di Parigi che il 13 novembre hanno provocato la morte di 129 persone, una rivista trionfava nella sua prefazione. “E così la vendetta è stata riscossa su coloro che si sentivano al riparo nella cabina di pilotaggio del proprio aereo”, scrivevano gli autori sotto le immagini di corpi insanguinati e senza vita, mentre il titolo di copertina recitava: “Solo terrore”.
La rivista in questione è DABIQ, pubblicazione ufficiale di Daesh (Al dawla al islamiya fi al Iraq wal Sham) o Stato islamico (IS), che ha rivendicato l’attentato nella capitale francese, inserendo contestualmente nella rivista l’amaro sberleffo nei confronti delle vittime dell’incidente aereo nel Sinai, alla fine di ottobre. Gli attacchi di Parigi sono poi stati diffusi attraverso tutti i canali mediatici dell’organizzazione, partendo dai social network, fino ai programmi radiofonici e alla videoproduzione.

In proposito, appare molto significativo come nell’ultimo anno, lo Stato islamico abbia dimostrato di saper maneggiare con la medesima facilità tutti i social network come YouTube, Twitter, Instagram e Tumblr. Ha inoltre saputo creare efficaci campagne online attirando in breve tempo centinaia di nuove reclute, adepti e sostenitori.

L’attività in rete è costante. Ogni giorno vengono lanciate decine di video amatoriali o professionali e fotografie, poi diffuse in tutto il mondo attraverso utenti comuni e i leader dell’informazione a livello mondiale, costretti a seguire con ogni mezzo l’immagine di un conflitto, che le loro telecamere non sono in grado di filmare. Un primo esempio di come lo Stato islamico abbia reso nota la modalità più sinistra di servirsi dei media: per la propaganda e il proselitismo, per la guerra e la morte.

Media e obiettivi

IS ha investito in una sorta di quartier generale mediatico – Al Hayat Media Center – vera e propria chiave di volta della sua strategia comunicativa. Infatti, la missione principale del media center (Al Hayat, paradossalmente, significa “vita”) è quella di produrre tutti i contenuti multimediali distribuiti in rete, come i film professionali di propaganda sullo “Stato islamico” e i video per il reclutamento di combattenti. La maggior parte dei contenuti è indirizzata agli utenti di lingua araba, ma sono numerosi i film e testi creati appositamente per il pubblico occidentale in lingua inglese e, più raramente, in russo e turco. Al Hayat esiste solo virtualmente, e sono numerose le testate giornalistiche estere a sostenere che il materiale girato provenga principalmente dai combattenti. Un primo montaggio e la post-produzione avvengono in diversi angoli dell’Iraq e della Siria, ma il vero lavoro di “rifinitura” viene svolto principalmente nei Paesi occidentali.

Il media center è anche l’editore della rivista ufficiale Dabiq, disponibile in inglese e arabo, in una moderna versione gratuita online; mentre il primo numero in turco ha di recente completato la versione cartacea, già disponibile nelle prime due lingue. Curiosamente, all’inizio di quest’anno Dabiq è riuscita a ingannare anche Amazon e, per quasi quattro mesi, la rivista è stata venduta per otto dollari sul noto sito di e-commerce.

Il primo numero, uscito nel luglio 2014, conteneva l’articolo programmatico intitolato “Il ritorno del Califfato” e, per conferirgli un maggior impatto visivo, la mappa del “Califfato” era stata posta come sfondo del frontespizio. Nel secondo numero della rivista – “Uragano” – appare per la prima volta il portavoce dell’organizzazione, Mohammed al Adnani, in segno di voler ufficializzare e rendere più solenne l’esistenza di volti concreti, dietro al complesso sistema mediatico. La copertina ritrae una nave che si dirige verso onde alte e minacciose, chiaro riferimento che l’organizzazione aspira al successo cosciente di un conseguente uragano “di reazioni”. La terza edizione, invece, si concentra sui fatti più significativi riguardanti l’esecuzione di James Fooley, mettendo in luce la volontà di spettacolarizzare in maniera macabra la morte e di incutere timore reverenziale nei confronti dei detrattori.

Anche la scelta del nome della rivista non è affatto casuale e deriva dall’omonima cittadina di Dabiq, nel nord della Siria, che ha un significato spiccatamente simbolico. Una sorte di “Armageddon” musulmana, che secondo la tradizione islamica è, in un certo senso, “l’arena” dove gli eserciti cristiano e musulmano dovranno affrontarsi nella battaglia decisiva.

Il giornalista iracheno Mohammed Khalaf, che da anni segue i processi politici nel Vicino oriente, ha spiegato che ogni provincia sotto il controllo di IS dispone di un media center specializzato nella produzione di contenuti per radio, brochure e appunti, o video che vengono trasmessi sui canali televisivi locali. Molti di questi centri hanno propri siti web in lingua araba, con chiaro intento informativo-propagandistico, e fungono da veri e propri centri di corrispondenza locale. A questo proposito, appare significativo come il materiale dello Stato islamico circoli con una velocità impressionante anche nei media esteri. Un esempio recente è il video, pubblicato a meno di un giorno dagli attacchi di Parigi, che ritrae la “celebrazione” degli attentati terroristici del 13 novembre. Lo stesso documento, in cui l’organizzazione si assume la diretta responsabilità degli attacchi, è stato diffuso in inglese, turco e russo, ottenendo un’efficace copertura geografica.

Accanto alla presenza di un portavoce ufficiale, IS possiede un responsabile della comunicazione per i social network, che ha reso possibile un’astuta differenziazione dell’offerta comunicativa, mostrando l’abilità di stare al passo con i tempi. Il nome di Ahmad Abu Samra, divenne noto alla fine del 2009, quando l’FBI lo incluse nella lista dei terroristi più ricercati. Secondo il quotidiano britannico Daily Mail, il trentaquattrenne Abu Samra è nato in Francia, dove ha studiato in una scuola cattolica e si è in seguito con la famiglia a Boston, dove intraprende gli studi universitari. Abu Samra gode di una doppia cittadinanza – americana e siriana – e, grazie alla sua specializzazione universitaria, è particolarmente abile nell’uso delle nuove tecnologie dell’informazione. Il sito web di ABC News, riferisce inoltre che il 2004, anno in cui si trasferì in Iraq, segna il suo ingresso nell’ala dell’informazione di Al-Qaeda. In entrambe le organizzazioni islamiste, è uno dei diretti responsabili per la diffusione dell’estremismo tra i cittadini americani, britannici e canadesi con lo scopo di rimpinguare le fila dei proseliti dell’organizzazione. In più occasioni, le testate estere hanno diffuso la notizia sulla morte di Abu Samra, ma finora non vi sono informazioni certe per confermare

Oltre ad Al Hayat ci sono altre strutture che lavorano a supporto della politica mediatica dello Stato islamico, come l’Istituto per la produzione di supporti mediatici (soprattutto video) Al-Furqan, e le fondazioni mediatiche Al-I’tisam e Ajnad. La prima si occupa della produzione di contenuti televisivi e ha un sito in lingua araba dove condivide tutti i video prodotti su IS che sono comunque presenti su molte piattaforme online, come YouTube. Ajnad è invece impegnato nella creazione di contenuti per i programmi radiofonici sullo Stato islamico e alla trasmissione di canzoni idealiste rivoluzionarie.

L’effetto della propaganda

Solo un mese fa il quotidiano turco “Hurriyet”, ha dichiarato che IS investe  1,2 milioni di dollari l’anno per sponsorizzare le proprie campagne in Internet. La pubblicazione richiama in particolare una sua fonte attendibile della NATO che sostiene che lo Stato islamico gestisce oltre 46.000 account Twitter, riuscendo a pubblicare 250 000  brevi messaggi ogni giorno. E la veridicità dell’informazione sembra essere confermata da uno studio dell’American Brookings Institute.

I fondi dello Stato islamico provengono principalmente dalle tasse imposte alla popolazione locale e dal traffico illegale di petrolio e di manufatti di antiche civiltà. Ma queste non sono le uniche fonti di finanziamento. In quasi tutti i numeri di Dabiq, non mancano le foto di almeno due ostaggi con la relativa richiesta di riscatto, che ha dimostrato essere uno dei modi più immediati e veloci di ottenere denaro. L’anno scorso, infatti, secondo i dati diffusi dall’intelligence della NATO hanno confermato un guadagno di oltre 250 milioni di dollari dai soli riscatti di cittadini stranieri.

In questa prospettiva, appare abbastanza evidente che la propaganda jihadista di IS sia un meccanismo ben oliato. Dal 2014 è infatti raddoppiato il numero dei nuovi combattenti che hanno abbracciato la causa jihadista, raggiungendo un picco di circa mille nuovi foreign fighters, ogni mese. Si registra un netto calo degli europei, a favore invece degli adepti ceceni e, più in generale, minoranze russofone di fede musulmana, confermando l’efficacia delle scelte linguistiche e il sorprendente funzionamento della propaganda.

Lina Khatib, ricercatrice all’Università SOAS di Londra, conferma in molte sue pubblicazioni che IS consideri i più moderni strumenti multimediali come un’arma principale, alla pari degli equipaggiamenti e delle attrezzature militari. Secondo lei, la presenza dello Stato islamico nei media è in costante espansione. “IS si sviluppa come qualsiasi grande azienda o partito politico, che sta conducendo una grossa campagna mediatica per ottenere popolarità come lo strumento primario d’influenza e attrazione di sostenitori“, spiega Khatib, aggiungendo che l’utilizzo dei social media da parte di formazioni jihadiste non è un fenomeno nuovo e non desta sorpresa.

IS punta a incrementa il livello di violenza per catturare l’attenzione dei media mondiali” e un chiaro esempio di questa tattica ci viene presentato, all’inizio di quest’anno, quando gli Stati Uniti e i loro alleati lanciano un attacco contro lo Stato islamico in Iraq. Le macabre decapitazioni dei giornalisti James Fooley e Steven Sotloff, hanno infatti dimostrato come i jihadisti abbiano cercato con ogni mezzo di prendere in ostaggio cittadini americani per vendicarsi facendo notizia. Tuttavia, l’analista libanese è convinta che lo Stato islamico dovrà affrontare una nuova sfida. Se infatti Twitter e Facebook, che già collaborando con i governi occidentali per rimuovere tutti i profili associati all’organizzazione, riuscissero a completare l’eliminazione di IS dai loro spazi virtuali, le infliggeranno un duro colpo. Sarà certamente un primo inizio per affrontare, in parte e seriamente, lo Stato islamico perché qualsiasi piano per eradicarla deve riguardare non solo l’eliminazione della sua influenza politica e militare, ma anche e soprattutto della sua influenza nell’informazione.

In ogni caso, nella battaglia sul piano mediatico sembra al momento primeggiare lo Stato islamico piuttosto che i media occidentali, ancora intenti a commentare le brutture dei jihadisti rendendoli protagonisti della notizia, o peggio, contribuendo alla loro propaganda con la diffusione di macabri contenuti multimediali.

Foto Archivio Genius FLB