Da Salgado al selfie, evoluzione digitale

Sabato scorso, spinto da recensioni positive e dal commento entusiastico di qualche amico, ho deciso di andare a vedere “Il Sale della Terra”, documentario di Wim Wenders sulla vita di Sebastião Salgado, celebre fotografo brasiliano. Un percorso dagli anni ’60 ai giorni nostri, fatto di volti e territori, alti ideali ed emozioni ancestrali. Un’esperienza che parla di uomo e natura, del tempo e della terra, e che usa come strumento per raccontare un’arte ormai quasi antica, la fotografia. Per mano di Salgado, che abbina ad un talento espressivo enorme, dedizione ed umanità, ogni immagine fissa sullo schermo prende vita, si satura di significati, si anima di storia.

Un film profondamente emozionante, che non posso che consigliarvi caldamente e che è riuscito a innescare, in un figlio della cultura digitale come me, domande e riflessioni su dove è arrivata e dove sta andando la fotografia dall’avvento del digitale. Un tempo, la fotografia era un processo complesso, macchinoso e lungo. Ciò comportava una ponderazione e un’attenzione nel fotografare, oggi quasi scomparsa: scegliere il soggetto, cosa mettere in campo, filtri, ottiche. Ogni scatto era frutto di precise scelte formali e sostanziali del fotografo, ogni foto era il risultato della sensibilità e della tecnica di chi la scattava. Il celebre semiologo francese Roland Barthes, nel suo illuminante saggio “La camera chiara”, teorizzava che ogni foto è frutto dell’interazione tra tre elementi: l’operator, colui che scatta la foto, lo spectator ossia il fruitore, e lo spectrum, vale a dire il soggetto immortalato. Ogni foto, secondo Barthes, può venir letta secondo due principi: lo studium, cioè l’insieme di informazioni razionali che la foto ci offre spontaneamente, e il punctum, ossia l’aspetto emotivo, irrazionale e per ognuno personale, costituito dal dettaglio che ci colpisce senza apparente motivo. In quest’ottica, scattare e guardare una foto rappresentavano due azioni che presumevano conoscenza e una partecipazione emotiva. Ciò che rendeva alcune foto opere d’arte e che differenziava i fotografi-artisti dai foto amatori.

Poi, venne il digitale. Negli ultimi dieci anni, le innovazioni si sono succedute a ritmo vertiginoso e, se guardiamo al presente, troviamo un mondo dove la cultura dell’immagine è stata armata da dispositivi performanti, portatili e di facile utilizzo: cellulari che scattano foto a 10 megapixel, programmi di fotoeditng talmente semplici da poter essere usati anche da un bambino, servizi accessori come la geolocalizzazione o i social network che ci permettono di infarcire le nostre foto di messaggi e informazioni, che esulano dalla foto stessa. E dove sta il problema direte voi? Il problema è Andy Warhol: il profeta della pop art, quando negli anni ’60 teorizzò il celebre ‘quarto d’ora di celebrità’ per ognuno di noi, fu inconsapevole profeta della piega deteriore che avrebbe preso la società dell’immagine con l’avvento della comunicazione globale. Oggi fotografare, nel senso più social del termine, è un atto di autoaffermazione, un modo per mostrare e raccontare al mondo se stessi. Il soggetto è sempre l’Io, anche se io non sono incluso nei quattro bordi della foto. Il mio viaggio in Thailandia, la mia foto con il VIP di turno, il mio giro in bicicletta la domenica pomeriggio, la mia cena al ristorante. L’Io diventa operator e spectrum, il mondo è lo spectator. Abbiamo avuto il nostro quarto d’ora di celebrità, ma non ci hanno svelato il trucco: se ognuno ce l’ha, allora non ce l’ha nessuno…

E poi c’è il il Selfie. IL SELFIE. Il manifesto d’intenzione di una generazione, lo scatto che dice al mondo (studium) che io voglio esserci, voglio essere il protagonista della foto, a scapito di tutto il resto. E per il punctum, non c’è più spazio; non perché non ci sia, ma perché stiamo perdendo la sensibilità per poterlo cogliere. Ma ben prima di Warhol venne un’altra ‘profezia’, quella di Walter Benjamin, filosofo tedesco che nel 1936 il scrisse un saggio dal titolo “L’opera d’arte all’epoca della riproducibilità tecnica”. Benjamin, nel suo saggio, teorizzava il cambio di prospettiva a cui sarebbero andate incontro le forme d’arte classiche in un’epoca che permetteva, grazie al progresso tecnologico, la loro infinta replicazione. Trasportando di peso il concetto ai giorni nostri, non possiamo che notarne i nefasti risultati ogni giorno: la pigrizia intellettuale che permea la società della comunicazione ci ha portato ad abbandonare l’approfondimento e la ricerca del nuovo, portandoci sulla pericolosa china della ripetizione di schemi (visivi, in questo caso) sempre uguali a se stessi. L’omologazione a modelli di riferimento diventa il mantra più diffuso e così la gran parte delle foto cerca di assomigliare a qualcosa di precedente, un modello, uno stile. Ogni scatto perde la sua valenza di unicum, in quanto il suo vero significato sta nella riproposizione di schemi condivisi e quindi riconoscibili anche da un possibile fruitore.

Ogni scatto non serve più ormai a fissare un momento memorabile per l’eternità, ma per autoaffermarsi, e la sua funzione dura lo spazio di una condivisione su Facebook. La rete ci invade con una pletora infinita di immagini, vuote di qualsiasi autorialità, significato intrinseco, che non raccontano nulla se non noi stessi hic et nunc. Ed è per questo, che ogni foto viene presto dimenticata, sostituita da un’altra e così via. Ora, da questa mia riflessione deriva un quadro forse un po’ troppo apocalittico e non voglio mettervi ansia. Potete tranquillamente continuare a farvi i selfie e postare su Facebook le immagini di ogni insignificante azione compiute durante la vostra giornata. Ma per lo meno, andate a vedere il film su Salgado e rifletteteci un po’ su.

Promesso?

Foto tratta dal web