Cosa sta succedendo in Yemen?

Dopo diversi mesi di guerra civile a bassa intensità, della quale gli occidentali si sono limitati a prendere atto ritirando il personale delle proprie ambasciate e prospettando improbabili soluzioni diplomatiche, pare che tutti si siano accorti che in Yemen la faccenda sia diventata più calda del previsto. Nel settembre 2014 la minoranza sciita del nord del paese è scesa a sud e, forte di un discreto seguito popolare incoraggiato da un passato in cui lo stato yemenita era diviso in due entità separate, ha conquistato le istituzioni della capitale, costringendo il primo ministro a fuggire in Arabia Saudita dopo diversi mesi di strenua resistenza. Per quanto concerne l’Occidente, il fulcro della questione sta nel fatto che il paese è sempre stato base piuttosto stabile di al-Qaeda visto che le autorità locali non erano in alcun modo in grado di mantenere il controllo del territorio. Da qui la necessità per gli Stati Uniti di sentirsi altruisti ed andare ad “aiutare” l’ennesimo paese con gli ormai classici bombardamenti dei droni e piogge di armamenti made in USA (si parla di 500 milioni di commesse che oggi rischiano di finire in mano ai ribelli).

Dopo il vero e proprio collasso dello stato yemenita si è scatenato un putiferio. I paesi del Golfo, capitanati da una preoccupatissima Arabia Saudita, hanno messo in piedi una poderosa coalizione per combattere la minaccia dei ribelli che hanno occupato di Sana’a. Tra i volontari arruolati figura praticamente tutta la galassia sunnita: Egitto, Arabia Saudita, Pakistan, Kuwait, Giordania ed il Marocco. Sembra un dispiegamento di forze un po’ eccessivo rispetto al potenziale offensivo realmente messo in campo dalla controparte. Allargando la prospettiva infatti, diventa possibile fotografare una situazione molto più complessa con un punto focale della questione che resta tutt’altro che semplice da individuare.

Il conflitto yemenita e le reazione del Consiglio di Cooperazione del Golfo e alleati vanno letti in concomitanza ad una serie di fattori. Il primo è un sostanziale disimpegno americano a seguito delle primavere arabe del 2011, dell’esperienza irachena e di quella libica. Le spese di questa ritirata a stelle e strisce le ha fatte in primo luogo l’Iraq, il quale dopo tre anni dal passaggio del testimone alle proprie truppe si è visto invaso dal califfato islamico di Al-Baghdadi. In seconda battuta troviamo la Siria, la quale sperava in un intervento americano per liquidare il regime di Assad che evidentemente non è arrivato. L’amministrazione Obama sta invece cercando di rimodulare il suo peso nella penisola arabica, in funzione di un coalizione anti-Isis che non vuole più tenere troppo in considerazione le questioni interne all’islam ed alla sue due anime, quella sunnita e quella sciita. Dimostrazione di questo sono i tentativi di dialogo tra Washington e Teheran, il nemico storico, con la possibilità di far passare il programma nucleare (civile) iraniano pur di ottenere l’appoggio contro il califfato nero, il quale permetterebbe tra l’altro agli Stati Uniti di non intervenire in prima persona.

Di questo riassetto politico Usa sta facendo le spese anche l’Arabia Saudita, da sempre alleato strategico degli States nella penisola araba, che vive in un conflitto, più ideologico che altro, con Teheran. In quest’ottica si dovrebbe leggere ogni mossa messa in campo dalla monarchia saudita in politica estera. A partire dal tentativo di disincentivare le primavere arabe in quanto fonti di instabilità e di possibili avanzate sciite, fino all’incentivazione del jihad in funzione anti-Assad al fine di togliere all’Iran un alleato; tutte le prese di posizione di Riyad sono rivolte contro un unico nemico. Un nemico più immaginario che altro visto che non vi è, allo stato attuale delle cose, nessun indizio che lasci presagire un imminente scontro tra i due giganti della penisola arabica, dal quale per altro nessuno dei due trarrebbe alcun beneficio.

Mantenere uno stato debole ma relativamente stabile era l’obiettivo che la monarchia saudita si prefiggeva in Yemen ma che è fallito a causa dell’intervento degli houthi. Questi ultimi sono particolarmente invisi a Riyad a causa dello spettro della longa manus iraniana, la quale sta abilmente diffondendo l’impressione di un proprio coinvolgimento a fianco dei ribelli nordisti al fine di creare la percezione di una possibile saldatura tra le due realtà sciite. Traguardo decisamente raggiunto, con un’Arabia Saudita che teme di vedere espandersi l’influenza di Teheran nell’area e con essa possibili influenze sulla propria popolazione, sempre più in fermento per ottenere diritti politici ed un cambio di marcia in un paese ancora diviso tra un islam puritano ed uno più moderato. Difficile dire se un intervento militare così scomposto e con finalità così dubbie possa risollevare la situazione, anche vista l’opinione negativa che la popolazione yemenita nutre nei confronti di Riyad dopo anni di cattive relazioni a causa di questioni economiche.

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