Con Paolini Amleto parla arabo e racconta la guerra in Palestina

Da mercoledì 4 a domenica 8 maggio va in scena al Rossetti di Trieste lo spettacolo “Amleto a Gerusalemme  – Palestinian kids want to see the sea” scritto da Marco Paolini con Gabriele Vacis e nato da un laboratorio con i giovani attori della scuola di teatro di Gerusalemme Est.

E’ un teatro di narrazione frutto di un progetto partito alcuni anni fa: l’idea di “Amleto a Gerusalemme” risale infatti al 2008 quando Gabriele Vacis conduce a Gerusalemme una scuola di recitazione per ragazzi palestinesi, presso il Palestinian National Theatre. Il progetto è sotto l’egida del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione per lo Sviluppo e attrae allievi il cui desiderio di lavorare in teatro è più forte delle difficoltà quotidiane, quali attraversare ogni giorno un checkpoint, e dei pregiudizi sociali.

Il laboratorio teatrale prosegue poi, l’anno successivo, in Italia ad Alessandria, dove i ragazzi lavorano anche con Laura Curino, Emma Dante, Valerio Binasco, Alessandro Baricco e Roberto Tarasco. Il laboratorio, denominato scuola TAM (Theatre and Multimedia Arts), presenta i risultati del proprio lavoro alla Biennale di Venezia, al Teatro Valle di Roma e alla Scuola d’Arte Drammatica Paolo Grassi di Milano.

Ora lo spettacolo è al Rossetti di Trieste con interpreti Marco Paolini assieme ad Alaa Abu Gharbieh, Ivan Azazian, Mohammad Basha, Nidal Jouba, Anwar Odeh e Bahaa Sous. Ai ragazzi palestinesi si affiancano due giovani attori italiani, Giuseppe Fabris e Matteo Volpengo, oltre ad Anwar Odeh, una ragazza di Torino figlia di genitori palestinesi, che non è un’attrice, ma una studentessa di relazioni internazionali, e sul palcoscenico fa la traduzione in tempo reale dall’arabo.

Vacis e Paolini hanno cercato delle comunanze tra le storie dei ragazzi palestinesi e l’Amleto shakespeariano nel quale, a ben guardare, si scorgono tutti gli aspetti del vivere con i riti di passaggio, i conflitti familiari, le generazioni a confronto, la rabbia, l’amore, la follia.

Ma forse le storie in sé bastavano, avrebbero potuto vivere di vita propria senza l’avvallo shakespeariano. E grazie alla splendida scenografia di Roberto Tarasco di ben oltre duemila bottiglie di plastica, emblema della società consumistica, con le quali in scena si abbatte e si ricostruisce Gerusalemme, del resto mille volte distrutta e mille volte rinata.

I ragazzi non hanno una lunga esperienza teatrale, ma con presenza scenica e fisicità narrano, in arabo, inglese e italiano, il loro mondo personale e, con coraggio, mettono in discussione l’eredità dei padri e il destino scritto di Amleto. Raccontano di tossicodipendenza, di antenati armeni e della loro storia dal genocidio del 1915 fino alla nascita a Gerusalemme del giovane narrante, di un nonno fuggito in Giordania durante la guerra dei sei giorni e di un passaporto con nazionalità “indefinita”, di un amico e del suo credere alla magia…

Storie toccanti ma lontane dal teatro di narrazione del Paolini che conosciamo e amiamo. Un Paolini fra gli artisti più amati dagli spettatori dello Stabile regionale, dove sempre acclamati sono i suoi spettacoli, da “Racconto per Ustica” a “Parlamento chimico”, da “Bestiario Veneto” a “Il milione”, da “Itis Galileo” a “Il sergente”. Un percorso di successo il suo iniziato nel 1996 con “Il racconto del Vajont”, in cui Paolini collabora – come nuovamente accade ora – con un altro grande del teatro italiano contemporaneo, Gabriele Vacis.

Un encomio dunque al progetto e all’impegno dei ragazzi in scena, nell’attesa di rivedere Paolini nella prossima stagione con “Numero Primo”, in cui egli si esercita a immaginare il nostro futuro.