Colloqui di Minsk: soluzione o disfatta?

Mentre lo Stato Islamico (IS) continua a incutere terrore nell’opinione pubblica mondiale e catalizza – in maniera macabra – l’attenzione mediatica con nuove esecuzioni “esemplari” per punire l’Occidente, la crisi ucraina si avvicina all’ennesimo preannunciato punto di svolta. I leader di Mosca, Kiev, Berlino e Parigi hanno infatti stabilito di incontrarsi a Minsk, mercoledì 11 febbraio, nel tentativo di trovare un accordo di pace in grado di porre fine alla crisi europea più grave dai tempi della Seconda guerra mondiale.
L’incontro è stato deciso durante una lunga teleconferenza a quattro, domenica 8 febbraio, dopo che nei due giorni precedenti, la Cancelliera tedesca Angela Merkel e il Presidente francese François Hollande, hanno fatto visita prima a Kiev e, in seguito, a Mosca. In entrambe le occasioni è stato presentato il piano franco-tedesco per far cessare lo spargimento di sangue in Ucraina Orientale, ma i punti programmatici non sono al momento stati resi noti. La poca chiarezza attorno ai futuri argomenti negoziali desta sospetti sull’esito della crisi e, a giudicare dalle faticose discussioni condotte al Cremlino, una svolta in senso positivo sembra ancora lontana.

Ciò che stupisce maggiormente, tuttavia, non è la difficoltà di raggiungere un rapido accordo ma la pericolosa ignoranza sui costi umani che questo conflitto sta provocando e che negli ultimi mesi è rapidamente lievitato. Secondo un rapporto diffuso dalle Nazioni Unite lo scorso 21 gennaio, il numero delle vittime si aggirerebbe attorno alle 5.360, mentre sarebbero oltre 12.000 le persone rimaste ferite nei combattimenti. Ancor più spaventose, poi, sono le cifre che descrivono la catastrofe umanitaria degli ucraini in fuga dalle zone di guerra: 600.000 civili fuggiti nei Paesi circostanti, di cui 400.000 solo in Russia, e quasi un milione di sfollati.
Al momento, il destino dell’Ucraina Orientale sembra dipendere dalle volontà negoziali di Mosca, da un lato, e dalla capacità persuasiva di Berlino e Parigi e Kiev, dall’altro. Ma le recenti dichiarazioni degli Stati Uniti, potrebbero rapidamente modificare l’atteggiamento poco conciliatorio e incline a trattare di Putin. Le dichiarazioni del vice Presidente americano, Joe Biden, hanno infatti provocato non poche preoccupazioni sui futuri sviluppi del braccio di ferro russo-americano, non escludendo del tutto una fornitura di armi difensive a Kiev.

Nel tentativo di appianare la tensione, domenica Angela Merkel è arrivata a Washington per discutere la situazione ucraina alla Casa Bianca e, in quest’occasione, alcune fonti tedesche hanno commentato che il Cremlino non sembra particolarmente propenso a scendere a compromessi. Infatti, non è la prima volta che Putin disattende gli accordi – non ultimo il cessate-il-fuoco firmato a Minsk lo scorso settembre – e potrebbe temporeggiare fino al raggiungimento di una posizione di forza da parte dei filorussi, che mirano a innalzare ininterrottamente la pressione su Kiev.
Ufficialmente, Washington ha affermato di non fare parte di quest’iniziativa europea, ma è al corrente dei negoziati e appoggia qualunque soluzione diplomatica del conflitto. Tuttavia, appare evidente che gli Stati Uniti non sono del tutto d’accordo con l’atteggiamento conciliatorio nei confronti di Putin, in un momento in cui i separatisti filorussi stanno rafforzando le proprie posizioni grazie a un presunto sostegno militare russo.

Se mercoledì l’incontro non avrà luogo o si concluderà con un nulla di fatto, i leader dell’UE giocheranno nuovamente l’asso delle sanzioni economiche.

In seguito ai colloqui di domenica, il Presidente ucraino Petro Poroshenko, è parso invece piuttosto speranzoso e ha dichiarato di auspicare un “rapido e incondizionato cessate-il-fuoco”. Il suo atteggiamento stride, tuttavia, con l’acuirsi dei combattimenti che nelle stesse ore si sono verificati per la conquista di Debaltsevo, snodo ferroviario chiave ambito dai separatisti dell’Est. Si procede per pochi chilometri, si sono alternate le vittorie e i ripiegamenti dell’Esercito ucraino e la lotta estenuante per il controllo dell’aeroporto di Donetsk dove in una sola giornata i trenta militari che hanno perso la vita ingrossano miseramente le fila degli oltre duecentoventi civili nelle ultime tre settimane.
Di fronte a un simile scenario, spiegare l’immobilismo dell’Unione Europea ha provocato un certo imbarazzo alla stessa Cancelliera tedesca, apparsa incerta su un possibile accordo di pace con Putin. La difficile posizione di Bruxelles trova il sostegno di pochi e lo strumento della diplomazia sembra essere l’unico estremo tentativo di scongiurare ulteriori spargimenti di sangue. L’ipotesi di armare Kiev, secondo Berlino, non sembra plausibile per ottenere una vittoria contro i separatisti dell’Est. Potrebbe al contrario provocare un’immediata internazionalizzazione del conflitto, utile a giustificare le accuse russe sulla responsabilità dell’Occidente per la crisi ucraina.

In quest’ottica, se mercoledì l’incontro non avrà luogo o si concluderà con un nulla di fatto, i leader dell’UE giocheranno nuovamente l’asso delle sanzioni economiche. Con tutta probabilità, una simile decisione, che non ha finora sortito gli effetti sperati, potrà essere rinviata al mese di marzo ma la crisi ucraina potrebbe “entrare in una pericolosa spirale di violenza”, come dichiarato dallo stesso Ministro della difesa francese Jean-Yves Le Drian. “Saranno contate le ore e i giorni dopo il fallimento delle discussioni. Temo il peggio”.
E ciò, chiaramente, non dovrebbe essere ammissibile in un’Europa così avvezza, per sua fortuna, all’assenza di conflitti.