Claudio Serli: effetto globalizzazione, con la passione per la moda

Non è strano incontrare un commerciante che ti confessi divertito di aver fatto un po’ di tutto in vita sua, e di aver fatto, di questo suo continuo cambiare, la sua virtù. È più strano incontrare un uomo di successo che esordisca dicendo con autentica modestia che «la peggior cosa che si possa fare è parlare di se stessi». Infatti, quasi timidamente, o forse un po’ a malincuore, Claudio Serli inizia a raccontare il suo passato.

Dopo appunto i vari mestieri cambiati, negli anni Ottanta apre il suo primo negozio a Trieste, città nel cui sviluppo crede molto; per la sua storia, la sua collocazione geografica, la sua fisionomia. «Prometteva prospettive di un certo tipo, Trieste era un miraggio per l’est, per chi veniva qua. Era una città dei sogni, c’erano gioiellerie, boutique, trovavi tutto. Ed erano anche gli anni in cui la globalizzazione aveva fatto la fortuna dei monomarca e anch’io distribuivo marchi importanti, Gucci, Dior, Prada. Poi ho chiuso il ciclo. Volevo altro, ma soprattutto non volevo fare moda. Volevo fare costume, attraverso un abbigliamento contemporaneo. In poche parole proporre un modo di comportarsi».

E tuttora, nel suo nuovo negozio in Cavana, una zona della città che dopo uno strepitoso processo di riqualificazione è diventato a tutti gli effetti il centro più chic, vuole vedere uscire i propri clienti vestiti con qualcosa che sia loro, che venga da loro stessi. «Molto spesso» aggiunge, «il prodotto sovrasta la personalità del cliente. Io voglio che il cliente impari i nomi delle cose, ma che esca come è entrato: se stesso».

Serli è l’unico ad avere la fortuna e il privilegio di stare qui, nel nuovo centro della vita triestina, in Cavana. La sua boutique è un luogo concepito per accogliere il cliente in una realtà «ideale ma materica, in cui si sentono i muri, c’è il legno del pavimento, in cui abbiamo creato immagini attraverso un nostro specifico linguaggio. Abbiamo scelto un design in grado di attraversare il tempo e che ci permettesse di stare bene noi che lavoriamo e il cliente che deve entrare e sentirsi a casa».

Ma alla fine è più forte di lui. Ritorna ancora su Trieste, croce e delizia dei suoi pensieri: «Trieste è una colonia dimenticata. Non è mai stata vissuta dallo stato come città italiana, ma come città di confine e di transito. Questa città non ha bisogno di politici e buoni amministratori, o meglio, non soltanto di loro. Ha bisogno di qualcuno che la aiuti ad avere prospettive più grandi, ambizioni da grande città. Per questo rimpiango Illy. È stato l’unico momento in cui ci aveva dato speranza. Oggi le opportunità non ci mancano, ma non abbiamo un desiderio abbastanza forte».

Sarà perché lui, un desiderio forte, l’ha sempre avuto. Sarà per questa consapevolezza, quest’attenzione e sensibilità nei confronti della vita, questa umanità, che Serli continua a meritare il successo ottenuto. Dopotutto, conoscere i propri desideri è il modo migliore per indovinare i desideri degli altri.

Foto: FLB