Claudio Limardi: vi racconto il mio Jordan

Miti, leggende, icone dello sport: c’è chi è abituato a raccontare le storie di successo e a renderle ancora più appassionanti. Claudio Limardi è una di queste persone: un nome noto nell’ambiente della pallacanestro nazionale e internazionale, visti gli innumerevoli incarichi di rilievo che ha ricoperto nella sua carriera. Nativo di Livorno, vanta un curriculum giornalistico quasi trentennale (è giornalista dal 1989), ha avuto ruoli di responsabilità per riviste come Superbasket e American Superbasket, ha collaborato con il Corriere della Sera e il Corriere dello Sport/Stadio e attualmente è direttore Comunicazione e Marketing dell’Olimpia Milano. Il suo lavoro lo ha spesso portato a toccare lo sport ai massimi livelli come le quindici finali NBA, i dieci All Star Game NBA e ben quindici Final Four di Eurolega. È stato inoltre autore di quattro libri dedicati al basket americano: uno di questi, scritto a quattro mani con il collega Roberto Gotta, è dedicato proprio a His Airness, Michael Jordan.

Un omaggio al campione, alla persona, al mito, al più grande di sempre.

Parliamo innanzitutto del libro che hai scritto insieme a Roberto Gotta: Michael Jordan. Non è l’unico libro di cui sei autore: in che cosa si differenzia, rispetto agli altri e perché ti ha affascinato a tal punto dal voler fare un’opera su di lui? 

Michael Jordan ha contrassegnato al tempo stesso la parte iniziale e anche quella successiva della mia carriera e ha proiettato la NBA in una nuova dimensione. In quegli anni avere la fortuna di vederlo giocare e parlare ai media, sentire parlare di lui, vederlo allenarsi è stata impagabile. A un certo punto – e lo stesso sentimento era condiviso dal mio amico Roberto Gotta – ho come avvertito la necessità di raccogliere quanto più possibile di quei ricordi in una sede speciale come quella di un libro. Mi piaceva l’idea di trasmettere certe sensazioni al pubblico, ma ammetto di averlo fatto in buon parte per motivi egoistici: non volevo disperdere nulla di quanto appreso.

Michael Jordan è stato forse il primo grande atleta che ha portato una rivoluzione nella pallacanestro, fatta eccezione per campioni del passato come George Mikan o Bob Cousy. Quale pensi sia stata la sua più grande dote, sul campo? 

La forza mentale è ciò che ha reso Michael Jordan superiore. Era sottoposto a pressioni indicibili in campo e fuori e le aspettative, soprattutto nelle grandi partite, erano astronomiche. Per rispondere sempre – sempre! – a queste aspettative serviva un livello di tenuta mentale non quantificabile: questo ha reso Jordan il migliore. Non dimentichiamo che non si trattava di un predestinato ma di un giocatore emerso tardi, che ha dovuto sconfiggere tanti pregiudizi prima di diventare Jordan. Quindi la capacità di maturare quel livello di fiducia nei propri mezzi è stupefacente.

Un grande campione che ha avuto una caratteristica spiccata su tutte: il controllo mentale che aveva anche sui suoi compagni. Puoi parlarci di questo particolare aspetto di “sua altezza” Jordan? 

Quando il miglior giocatore di una squadra o in questo caso del mondo è anche il più grande lavoratore, il più disciplinato, agli altri non resta che seguire il suo esempio. Tutti direbbero di volerlo fare ma poi si tratta di farlo sul serio e Jordan testava quotidianamente la forza mentale dei suoi compagni. Chi non ce la faceva crollava com’è successo a tanti, gli altri sono emersi; chi aveva la sua fiducia ha avuto anche nelle mani i palloni di grandi vittorie, penso a Steve Kerr nel 1997 contro Utah in gara 6 e, prima ancora, a John Paxson in due dei primi tre titoli vinti dai Bulls.

Analizziamo invece quello che ha rappresentato Jordan a livello di marketing: Nike ne ha fatto una vera e propria icona, tanto da lanciarne una linea personalizzata. Come hai vissuto questo aspetto?

Sonny Vaccaro è stato l’inventore di Jordan come fenomeno pubblicitario. Nike è stata brava a seguirne l’istinto e fortunata a trovarsi per le mani un giocatore superiore a ogni aspettativa, anche la più rosea. Alla fine direi che Jordan è venuto fuori al momento giusto e usato il suo enorme carisma per essere proposto come atleta perfetto. Ricordo nel 1997 durante la finale di conference contro Miami: lui e Alonzo Mourning (granitico centro che ha giocato per anni fra Charlotte, Miami e New Jersey, oltre che nella nazionale USA) a metà campo per il meeting dei capitani. Jordan si rifiuta di stringergli la mano perché c’erano ruggini. I media erano incantati dalla competitività di Jordan al punto da ignorare l’aspetto negativo di un gesto poco elegante, nessun altro se la sarebbe cavata. Ad un certo punto, specialmente dopo il primo ritiro ed il rientro, la statura di Jordan come personaggio lo rendeva inattaccabile.

Michael Jordan come simbolo della rivincita razziale: si potrebbe delineare la sua parabola ascendente anche in questa maniera, pure se gli anni dei problemi e delle polemiche verso i giocatori di colore erano già passati?

Nel senso che è stato forse il primo afroamericano nel quale il mondo della pubblicità e degli affari ha riconosciuto un simbolo capace di trascendere qualsiasi considerazione etnica. Jordan era Jordan e basta. Non dal punto di vista dell’impegno: sotto questo aspetto, Jordan ha sempre coltivato la sua immagine di personaggio vincente in campo e fuori, al di sopra delle dispute.

La storia di vita di Jordan è ricca di successi e vittorie, ma anche di lati oscuri e di momenti difficili: qualcuno ha criticato la sua scelta di ritornare in campo a 40 anni, con la maglia dei Washington Wizards. Tu che ne pensi? 

Che i due anni di Jordan a Washington non c’entrassero niente con il resto della carriera, che per me è finita sul tiro di gara 6 a Salt Lake City, quello del sesto titolo; ma considerata età, acciacchi e compagni i due anni di Washington tecnicamente hanno confermato quanto fosse strepitoso. Basta guardare le cifre che, riprodotte da un giocatore di 27-28 anni, ne farebbero comunque un All-Star e più. Credo gli fosse pesato aver dovuto smettere nel 1998, a 35 anni, da campione per una questione di principio. Se i Bulls avessero mantenuto intatta quella squadra, con Phil Jackson, Jordan avrebbe giocato senza interruzioni altri due anni almeno.

Una citazione di Spike Lee, regista americano autore di molti documentari e film legati alla pallacanestro, è la seguente: “La sera prima di gara 5 della finale, Michael Jordan mangiò una pizza e si beccò una intossicazione alimentare. Volle scendere ugualmente in campo e segnò 40 punti. È questo il doping del campione vero: la voglia di giocare”. E’ solo questo il segreto di Michael Jordan o c’è anche altro? 

Un’insaziabile voglia di vincere, primeggiare, superare l’ostacolo. Si è questo il concetto. Ci sono giocatori che occasionalmente riescono a tradurre in pratica questa motivazione ma Jordan l’ha fatto per tutta la carriera. Fino alla fine, mai un calo di rendimento, determinazione e mai è stato appagato. Penso a cosa sarebbe stato Shaquille O’Neal se un certo tipo di motivazione ed etica lo avessero animato per tutta la carriera e non solo per qualche anno.

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