Chi ha bisogno della moda?

Enrico Matzeu, giornalista collaboratore de Il Post, nonché analista televisivo a TvTalk il programma guidato da Massimo Bernardini, ci accompagna nel mondo delle sfilate e ci spiega qual è il ruolo del giornalismo nella moda.

Sei appena rientrato dalla Milano Fashion Week. La maggior parte degli addetti ai lavori – il sito Business of Fashion su tutti – è concorde sul fatto che nella moda italiana qualcosa sia cambiato, rispetto alla mancanza di creatività che aveva colpito il nostro mercato. Dalla sfilata di Gucci sembra che si spendano solo parole al miele. È proprio così oppure c’è qualcosa ancora che non va bene?
Secondo me, per quanto riguarda la moda italiana, le cose stanno cambiando da tempo, solo che molti se ne stanno accorgendo solo ora, perché Alessandro Michele, fino a qualche mese completamente nell’ombra, è stato messo in un posto di rilievo. Come Michele, però, ci sono tantissimi giovani designer, alcuni molto più giovani di lui, che hanno una concezione nuova della moda sia a livello creativo che imprenditoriale, però non c’è in Italia ancora quella voglia di rischiare, di scommettere su qualcosa di nuovo e innovativo, puntando sui giovanissimi. Cosa questa che purtroppo accade anche in altri settori. Il caso Gucci ha questa eco perché è un colosso del lusso e ha clienti in tutto il mondo, però anche da Iceberg ha debuttato un designer giovanissimo, Arthur Arbesser, che sta facendo un buon lavoro, oppure da Emilio Pucci con l’arrivo di Massimo Giorgetti, che piaccia o no è un esempio di giovane imprenditore che sta avendo successo anche con il suo marchio MSGM. Diciamo che la nota dolente della moda italiana è sempre stata quella di tenere gli emergenti relegati a concorsi o vetrine, ora invece secondo me si sta agendo più concretamente. Vedremo.

In un articolo apparso il 23 settembre scorso su Il Post hai raccontato “le prime file” alle sfilate di moda. Chi sono le persone che animano le prime file? Sono veramente loro che “comandano” il mercato della moda o esiste anche un puro piacere edonistico nello stare seduti dove conta, soprattutto di quelle che vengono definite “street style star”?

La maggior parte di quelli che ho citato io sono persone che più che comandare nel mondo della moda, danno a mio avviso un contributo importante, soprattutto nel giornalismo o nello scouting. Detto questo è anche vero che sono sempre affiancate da altre personalità a mio avviso sopravvalutate come i blogger o gli influencer, che per le aziende di moda oggi sono ormai più influenti dei giornalisti. Questo secondo me è un grave errore, perché si tende a sminuire agli occhi delle persone il senso della moda, che è certamente business e lusso, ma è anche cultura. Parte della colpa però secondo me è delle aziende che assecondano senza ritegno né distinzione questi fenomeni. Ci vorrebbe un po’ più di onestà intellettuale, anche nella moda. Non sono contrario ai blogger o alle nuove forme di comunicazione, sia ben inteso, ce ne sono di davvero bravi, cito una su tutti Susie Bubble che nel suo blog posta foto stupende e scrive cose molto interessanti.

Da sempre la moda, e il made in Italy in particolare, rappresentano una colonna portante del sistema Italia. Quanto incidono sull’immagine del nostro paese agli occhi del mondo?

Moltissimo. Oltre ai vari mercati, da quello americano a quello orientale, che sono sempre floridi per le aziende che fanno made in Italy, l’immagine della moda italiana è importante e apprezzata anche da tanti designer stranieri che scelgono le materie prime e gli artigiani del nostro paese per produrre i loro capi. Tantissimi sono gli emergenti che mi è capitato di incontrare, che anche se sono cinesi o inglesi, producono in Toscana, in Veneto o in Lombardia. La forza del made in Italy è secondo me soprattutto questo, la capacità di contaminare con la propria qualità anche la creatività internazionale. Speriamo non si perda.

Hai lavorato a Trieste per molti anni, continui a collaborare con Taglia Corti – festival di cortometraggi dal buonissimo successo – e dai tuoi profili social ne parli sempre molto bene. Ad ogni modo uno degli eventi che contraddistinguono la scena della moda e del design – International Talent Support – ha base a Trieste. Cosa pensi di questa rassegna?

Credo sia una delle piattaforme più valide oltre che uno dei concorsi che riesce a dare maggiori opportunità ai giovani creativi oggi. È una realtà credibile che lavora molto bene e che valorizza il senso della formazione. Molti rimproverano ITS di non avere mai abbastanza italiani in concorso, però il livello di ricerca e di creatività che richiede il concorso è giustamente molto alto e secondo me i creativi italiani per certi aspetti faticano ancora a essere competitivi con i loro pari stranieri. Spesso è anche colpa della formazione, ma qui si aprirebbe un capitolo infinito.

Il termine moda deriva dal latino “modus”, maniera, norma, regola. Quali sono secondo te, le regole della moda nel XXI secolo?

Non so se ci sono delle vere e proprie regole. Anzi forse ultimamente la regola è non avere regole. Sembra che valga tutto e che ogni cosa sia indossabile da chiunque. È giusto che la moda sia democratica, ma bisogna stare attenti a non essere inopportuni.

Se parliamo di moda, le città che più vengono in mente sono Parigi, Milano, Londra, New York. Ci sono poi mercati che potenzialmente potrebbero espandersi, vedi il caso dell’Iran, che con la fine delle sanzioni, potrebbe diventare un buon investimento per aziende estere
– come d’altronde già ha fatto Benetton. Sarà l’Iran ad adeguarsi alle regole delle settimane della moda o viceversa?
In realtà il mondo della moda e quindi molti brand importanti, da Calvin Klein ad Armani, si sono già adattati al mondo arabo. In occasione dell’ultimo Ramandan, ad esempio, molte aziende hanno prodotto abiti griffati adatti alle esigenze religiose delle donne musulmane. Non so se prevedessero questo cambiamento in Iran, ma sicuramente sanno che è un mercato fertile e che l’attenzione per la moda italiana e internazionale è molto alta. Una settimana della moda a Teheran la vedo difficile, però sicuramente nasceranno iniziative simili.

Cosa pensi di come si vestano oggi le persone? C’è a tuo avviso qualcosa di nuovo oppure è già stato tutto inventato?

È veramente difficile oggi trovare qualcosa di nuovo e originale, soprattutto che sia portabile. C’è naturalmente un continuo riuso degli stili e dei gusti del passato. Una novità però c’è, che è anche, per fortuna, sintomo dei nostri tempi. Parlo della moda genderless, ovvero abiti che possono essere indossati da maschi o femmine indistintamente. Può sembrare solo un trend inventato dagli stilisti, ma in realtà stanno nascendo dei veri e propri brand dedicati solo a quello e nell’ultima edizione di Pitti Uomo 87 a Firenze, c’era addirittura un intero padiglione dedicato a quei marchi.

Il quotidiano online fondato da Luca Sofri nel 2009 con il quale collabori, secondo uno studio di Alexa, agenzia che si occupa di statistiche online, è uno dei 130 siti web più visitati in Italia. Com’è cambiata la professione del giornalista a seguito del grande impatto che Internet ha avuto sull’editoria?

A dire la verità io ho sempre lavorato nel giornalismo web, quindi non ho potuto sentire su di me il cambiamento, però da osservatore credo che con l’avvento del web, l’informazione ne abbia risentito parecchio. Per velocità del mezzo e per ovvie questioni pubblicitarie, alcuni giornalisti sembrano diventati più che altro dei manager, che devono gestire click e inserzioni o piazzare il titolo strategico che faccia fare visualizzazioni. Nelle testate native del web si è perso secondo me il senso dell’inchiesta e del reportage, soprattutto per ragioni economiche, però c’è anche da dire che non tutti i quotidiani online sono uguali, anzi alcuni servono proprio da antitesi al giornalismo raffazzonato.