Cessate il fuoco in Ucraina: molti dubbi, poche certezze

Tra i tanti focolai di conflitto che oggi ardono in giro per il mondo, quanto sta avvenendo oggi in Ucraina non può che essere particolarmente sentito per noi europei. Questa nostalgica rivisitazione del bipolarsimo post Seconda Guerra Mondiale, con il vecchio continente che assiste di nuovo impotente allo scambio di minacce tra le due grandi superpotenze, sta per giungere ad una svolta. Le cancellerie continentali infatti, perso il loro status di mediatrici dopo essersi schierate dalla parte del popolo ucraino, hanno capito di aver scommesso su di un cavallo patriottico ed infervorato, ma che non sarà in grado di arrivare al traguardo. L’esercito di Kiev è pesantemente in affanno nel gestire la crisi che oggi attanaglia la parte sud-orientale del paese, tanto da perdere 500 km quadrati di terreno dal 5 settembre scorso, quanto a Minsk si dispose un primo cessate il fuoco (mai rispettato).

Nonostante le difficoltà, simboleggiate con chiarezza straordinaria dalla matita spezzata nelle mani di Putin, con il Minsk-bis si è giunti ad un accordo per far tacere le armi che partirà dal prossimo 15 febbraio. Tuttavia si tratta di un passo che, se non sarà seguito da azioni concrete, finirà per essere (di nuovo) del tutto inutile. La frontiera tra i territori ucraini e quelli filo russi si presenta in queste ore ingovernabile, con mezzi pesanti schierati da ambo le parti, sconfinamenti continui di truppe russe e soldati di ogni nazionalità sul campo, compresi alcuni contractors (i moderni mercenari). Tra i punti dell’accordo preliminare, oltre allo stop del conflitto armato ci sono diversi riferimenti al riassetto delle regioni di Donesk e Lugansk. I territori in mano ai filorussi si vedranno riconosciuta un’ampia autonomia, similmente a quanto accaduto in Italia con le province di Trento e Bolzano. Una notevole conquista per i secessionisti che potranno anche mantenere le conquiste più recenti. Poco chiara è invece la sorte che subirà la cittadina di Debaltseve, in mano all’esercito di Kiev ma accerchiata dai ribelli. Lo stallo qui creatosi getta ulteriore benzina sul fuoco, mettendo a rischio la tenuta dell’accordo sul cessate il fuoco qualora una delle parti tentasse di approfittare della situazione. Ulteriore punto cruciale è l’impegno da parte dell’Ucraina a modificare la propria costituzione per poter concedere l’autonomia di cui sopra. Questo passaggio non è affatto scontato e lo testimonia l’impegno, assunto da Porošenko, di coinvolgere i separatisti durante tutto il processo. Come se non bastasse, anche in caso di accoglimento delle richieste dei filo russi, resta aperta la questione sul finanziamento delle neo-nate regioni autonome. Vista la situazione di profonda crisi economica che l’Ucraina sta vivendo, non è sicuro che Kiev possa riuscire a far fronte alla copertura dei costi della ricostruzione dopo i danni creati dal conflitto. Le spese si preannunciano ingenti dal momento che si dovrà riportare alla luce un sistema di infrastrutture ed industrie che sono state letteralmente spazzate via negli ultimi mesi. Per la piena riuscita dell’accordo firmato tra i capi di stato di Germania, Francia, Russia ed Ucraina sarà inoltre necessario che l’Ucraina riesca a riprendere il controllo dei propri confini entro il 2015, contestualmente ad un ritiro completo di tutti gli armamenti pesanti e quello di tutti i gruppi armati.

Nonostante le difficoltà, simboleggiate con chiarezza straordinaria dalla matita spezzata nelle mani di Putin, con il Minsk-bis si è giunti ad un accordo per far tacere le armi che partirà dal prossimo 15 febbraio.

Passiamo ora a contemplare quali sono gli interessi in gioco: gli Stati Uniti vedono l’opportunità per galvanizzare la propria industria bellica spingendo le nazioni dell’Est al riarmo in funzione anti-russa.  Conferma di quanto detto è il caso dello scudo spaziale antimissilistico NATO, il quale sarà probabilmente realizzato in anticipo rispetto alla finestra temporale originariamente prevista (2018-2022) e che vedrà la sola Polonia stanziare una cifra tra i tre ed i cinque miliardi di dollari. Negli USA, il Congresso in mano ai repubblicani, sta spingendo su di un Obama che non intendere spendere il suo restante peso politico su questa faccenda, per un intervento nel paese che potrebbe rivelarsi molto pericoloso. Una volta consegnate armi o inviati gli addestratori, per citare le due ipotesi al momento più gettonate (mentre nel frattempo si pensa già a tornare in Iraq), le occasioni per generare una vera e propria escalation militare si moltiplicherebbero esponenzialmente. Nel frattempo, mentre gli Stati Uniti guardano ai loro interessi, l’Unione Europea continua a perdere occasioni commerciali a favore della Cina e dei paesi limitrofi. A questo si aggiunge il grandissimo imbarazzo per una situazione nella quale è messa nuovamente a nudo la mancanza di una politica estera comune (il che conferma ancora una volta la totale inconsistenza del ruolo della Mogherini in UE). I paesi dell’Ovest, Italia compresa, non hanno infatti una posizione pregiudizialmente contraria a Mosca mentre quelli dell’Est spingono per un intervento, approvando in pieno la strategia di sostegno ad ogni costo all’Ucraina messa in campo dagli States.

L’altra grande interessata alla questione è evidentemente la Russia. Questa sta rispondendo a due grandi esigenze: mantenere il consenso interno mostrandosi forte in politica estera e tutelare i propri interessi economici. L’allontanamento di Kiev dall’orbita di Mosca potrebbe infatti portare ad importanti ripercussioni. I mercati della prima verrebbero invasi da merci europee, favorite dalla libera circolazione, mentre i confini tra Russia ed Ucraina verrebbero chiusi e regolamentati, cosa che fino a qualche tempo fa nessuno osava immaginarsi. A tutto questo va aggiunta una matrice ideale, con Putin che teme gli ideali della cittadinanza UE, tanto lontani dal suo modello di governo e possibile fonte di tentazione per un popolo che, negli ultimi decenni, ha conosciuto solo modelli fortemente autoritari.