Cecile Kyenge: come difenderci dalle semplificazioni del razzismo

Intervista del 3 luglio 2015

Abbiamo incontrato Cécile Kyenge, già Ministro per l’Integrazione del Governo Letta, passata alle cronache per le schermaglie con il leader della Lega Nord Matteo Salvini, Europarlamentare del Gruppo S&D, che ha fatto dell’impegno contro i fenomeni del populismo e del razzismo che stanno riaffiorando in Italia il motivo della sua azione politica.

On. Kyenge, da qualche mese la società americana si è ritrovata faccia a faccia con una questione che sembrava solo un brutto ricordo: la questione razziale. Considerando che siamo al secondo mandato del primo presidente afroamericano della storia degli Stati Uniti, come si spiegano casi come quelli di Ferguson e Baltimora? Qualcosa è andato storto?

Il razzismo purtroppo non è un brutto ricordo né negli Stati Uniti, né altrove. L’elezione di Obama è stata certamente un segnale forte che ha riempito di orgoglio la popolazione nera americana e mondiale e ha infuso speranza in tutti coloro che hanno sempre creduto nell’uguaglianza. Tuttavia lo stesso Obama ha detto che la sua elezione non segnava la fine degli scontri interetnici. Sarebbe ingenuo e pericoloso pensare che il successo e l’emancipazione di uno corrispondano al riscatto di tutti. Il razzismo ha molte cause e molti aspetti. A volte prende la forma di una “guerra tra poveri”, i quali non comprendono che se fossero alleati sarebbero più forti. A volte si trasforma in una “guerra ai poveri”: quando politici, media o affaristi trovano conveniente aizzare l’odio tra le persone per ottenere consenso o per distrarre l’attenzione dai loro affari sporchi. Finché non si eliminano le cause e non si comprende quanto sia controproducente oltre che ingiusto il razzismo, esso tornerà ancora ed ancora.

La comunità nera americana ha qualche parte di responsabilità nella mancata realizzazione di una sua vera e completa emancipazione?

In parte sì e in parte no. Ma credo che la responsabilità principale sia del sistema che non fa abbastanza. Ad esempio molta gente dice: «Guardate quanto delinquono i clandestini». Ma se ci si riflette bene è colpa di certe leggi che tengono le persone in una condizione di irregolarità che costringe a vivere al di fuori delle regole. Oggi l’unica possibilità per entrare regolarmente in Italia per lavorare è sottoposta al fatto che qualcuno ti assuma nel tuo paese di origine. Ma è una grande ipocrisia. Chi assumerebbe, ad esempio, una persona che deve badare al proprio genitore malato reclutandola a migliaia di chilometri di distanza, senza conoscerla e dovendo aspettare mesi che venga formalizzata la sua possibilità di ingresso? Ovviamente nessuno. Chi arriva in Italia con l’intento di lavorare, normalmente arriva con un visto turistico che poi scade e si trasforma in clandestino e poi aspetta una sanatoria per emergere dalla irregolarità. Ma quando sei irregolare non puoi avere un contratto di lavoro, non puoi affittare una casa, non puoi accedere a determinate cure, ecc. È quindi il sistema che costruisce l’irregolarità e spinge le persone a usufruire dei servizi offerti dalla criminalità. È paradossale ma vi sono leggi che alimentano l’illegalità, rendendo le persone sempre più marginalizzate e fantasmi. È il sistema che non gli offre la possibilità di entrare e poi alla fine dichiara che sono dei delinquenti. Le statistiche dimostrano che dopo le sanatorie, i tassi di delinquenza scendono moltissimo, perché le persone sono state riammesse a vivere una vita alla luce del sole. Quindi penso che il sistema abbia la responsabilità di aver ostacolato la piena integrazione delle comunità nere nella società americana. La popolazione afroamericana rimaneva confinata ad Harlem o in altri ghetti urbani, i pochi che avevano i soldi sono riusciti a scalare posizioni sociali, ma ci sono delle aree dove tuttora i neri non sono ben visti, come il mondo della politica. Obama è un’eccezione. Da una parte ci sono le responsabilità del sistema americano che ti illude, ma che in realtà non dà la possibilità ai neri di andare avanti, tranne che nei settori dove sono riconosciuti, come la musica o lo sport, ma altri settori sono ancora molto chiusi. Dall’altra parte la popolazione nera non ha saputo fare una lobby molto forte. Ad esempio l’elezione di Obama ha avuto il sostegno anche dagli ispanici che hanno dato un importante contributo. La colpa degli afroamericani è stata quella di non essere stati in grado di utilizzare la loro forza, di fare lobby e metterla al servizio di un Paese che deve andare verso una piena integrazione di tutte le diverse comunità.

Ali e Jordan sono stati campioni dello sport e icone della cultura popolare e, nel caso di Ali, della politica. Esistono oggi, al di là dello sport, personalità capaci di influenzare culturalmente la nostra epoca? Chi sono?

Nella cultura popolare, come nella cultura alta, nell’economia e nella politica ci sono ormai diverse personalità di spicco che provengono da gruppi storicamente discriminati, afrodiscendenti e non solo. A parte il già citato presidente americano, lo stesso Papa è il figlio di poveri migranti che andarono dall’altra parte del pianeta a cercar fortuna. Credo, però, che se vogliamo uscire dalla trappola della razza bisogna smettere di guardare alle persone comuni o famose in base all’appartenenza etnica, ma più per quello che provano e per quello che sono in grado di fare. I bambini che crescono in classi e ambienti multietnici, danno al colore della pelle la stessa importanza che si dà al colore dei capelli. Credo che dobbiamo imparare da loro.

Al di là delle motivazioni personali, la conversione di Alì all’islam ha avuto una forte implicazione politica. Oggi l’islam torna a rappresentare una risposta nel vuoto valoriale della nostra società, soprattutto per ragazzi figli di migranti ma nati e cresciuti nelle nostre capitali. È un fallimento del modello di integrazione o un’opportunità che può arricchire la cultura europea?

Non vedo il nesso con l’Islam. Non è una questione di religione. I giovani cercano qualcuno che li possa riconoscere per quello che sono, ma non è l’Islam che colma il vuoto perché, per esempio, molte persone che si sono convertite sono state portate sulla strada sbagliata. Il problema è diverso. Qui si parla di una crisi di giovani che hanno bisogno di affermare la loro identità. Non gli interessa se sia attraverso l’Islam o con altre proposte. Dobbiamo accompagnare i nostri giovani a riconoscere le buone idee a cui possono aderire.

La convivenza di culture diverse potrebbe pone questioni paradossali, come quella della scelta tra il rispetto di certe usanze e il rispetto del ruolo della donna. Ci sono valori che la società europea non può e non deve essere disposta a sacrificare in nome dell’integrazione? Quali?

Questa domanda presuppone che il problema del rispetto della donna sia una questione che riguarda solo le culture delle persone migranti. Non è così. Se pensiamo che una visione patriarcale, così come altri problemi, siano appannaggio solo degli “altri”, partiamo sconfitti. Purtroppo le diverse matrici della cultura europee sono intrise di maschilismo e questo produce ancora degli drammatici effetti. I dati sulla violenza di genere dimostrano che la tendenza degli uomini a umiliare, offendere, violare e uccidere le donne è pressoché la stessa indipendentemente dal paese di provenienza o dal ceto sociale. Dobbiamo comprendere che la difesa di certi valori come la parità tra i generi e l’inviolabilità della persona umana vanno difesi a prescindere che il potenziale offensore sia cristiano, musulmano, indù, taoista, buddista, ateo, ecc.

Di chi è la responsabilità dell’avanzata delle destre xenofobe a livello europeo e come si può combattere?

Il populismo cresce dove non ci sono delle risposte concrete. È basso il livello del populismo laddove la società è sana. Individuare un’unica responsabilità è riduttivo. Ci sono più cause insieme da considerare. È mancata finora una politica europea comune in molti settori, come per l’immigrazione, che fa aumentare il populismo perché non abbiamo una risposta comune e abbiamo delle posizioni molto diverse da un Paese all’altro. Si può combattere culturalmente.

Secondo lei i social network hanno più la responsabilità di diffondere sentimenti xenofobi o il merito di assorbire le tensioni sociali che altrimenti potrebbero sfuggire di mano?

I social network, purtroppo, sono spesso utilizzati male. Diventano a volte un luogo di sfogo e veicolano dei messaggi sbagliati, sentimenti xenofobi,  sfruttando l’anonimato. Possono essere utilizzati in modo molto diverso e positivo andando oltre la diffusione dell’odio. A partire dalle scuole, attraverso una formazione, un’educazione degli studenti, i social network possono essere utilizzati in maniera intelligente e produttiva. Si può guardare agli esempi che arrivano dagli Stati Uniti, dove molti giovani imprenditori hanno saputo realizzarsi servendosi al meglio dei nuovi servizi in rete.

L’Italia è un Paese razzista?

L’Italia non è un Paese razzista. L’Italia è un Paese con dei valori molto belli, molto profondi, che la classe politica non riesce a fare suoi e strutturare nel sistema. Una delle cause è che viviamo in un’eterna campagna elettorale, bisogna conquistare il voto e non si riesce poi alla fine a far uscire fuori le cose belle del nostro Paese che ha ancora dei valori sani. Non è stato fatto abbastanza a livello di Stato, bisogna dare opportunità ai cittadini per abbracciare i principi dell’accoglienza. L’Italia è un Paese che oggi ha un forte bisogno di politiche di integrazione, ma anche di politiche di accompagnamento. C’è una minoranza in Italia di persone che effettivamente è razzista, da una parte per ignoranza dall’altra perché non ha punti di riferimento. Abbiamo bisogno di strumenti culturali che accompagnino questo processo di cambiamento epocale.

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