C-Boat: Il lusso di un’imbarcazione sartoriale

Mauro Corvisieri, nato e cresciuto sul mare, a Palermo, ha unito la sua passione per le barche al proprio istinto imprenditoriale e a un intraprendenza fuori dal comune. Il risultato è un’azienda che produce barche personalizzate, «sartoriali», totalmente made in Italy che stanno diventando un simbolo di lusso in tutto il mondo.

Tu sei palermitano, quindi nato sul mare.

Nato sul mare, vissuto sul mare, portato già da piccolo sul mare dai miei.

Quindi una passione per le imbarcazioni che è nel dna?
Una passione che è nel dna e che è cresciuta con la vita e con l’esperienza. Qualcosa che ti entra dentro e che comunque capisci che è la tua strada da vari segnali.

Quando hai capito che questa passione poteva diventare un lavoro?
Ho avuto sempre delle barche. A 18 anni mio padre mi comprò una barca di 3 metri e 75, con un motore da 6 cavalli e io la trainavo con una Fiat Uno e mi sembrava un transatlantico quando la tiravo giù dal carrello e la mettevo nelle varie marine e andavo a fare un giro con le fidanzatine dell’epoca. Poi papà comprò una barca da 5 metri e mezzo, poi da 7 metri. Comunque da sempre abbiamo avuto questa passione per il mare.

E come è diventata una professione?

La mia storia un po’ particolare, perché io mi occupavo di operazioni finanziarie per banche estere. C’era un posto dove fare un determinato business, io confezionavo quel business e lo vedevo a vari imprenditori. Poi ho capito che c’era una fascia vacante di business che era quella del charter delle imbarcazioni da diporto. Era circa il 1998. Praticamente questo charter era gestito soltanto da piccoli proprietari di imbarcazione di 20, 24, 25, 30 metri che, non utilizzando al barca in determinati periodi dell’anno la mettevano a disposizione e facevano la locazione. Questo però non aveva una rete, come poteva essere una società di autonoleggio, cioè, se si sfasciava una barca non c’era la barca che la sostituiva, non c’erano servizi annessi a quel sistema di noleggio, dall’affitto della moto d’acqua all’aeroplano all’elicottero, cioè un sistema integrato. Io in quegli anni lo creai. Con qualche risparmio e qualche soldo che ricevetti da mio padre comprai una barca che era un Tecnomarine Jaguar 60, una barca di 30 metri e la rimisi a posto in cantiere a Olbia e l’ho noleggiata subito per un mese ad un cliente romano che oggi è un amico a distanza di dieci anni. Circa un giorno prima lui aveva richiesto espressamente un cuoco, un comandante e hostess. Un giorno prima che iniziasse questo charter che era il primo, il cuoco non si fece più trovare e io non mi persi d’animo e mi imbarcai come cuoco su quella barca senza che nessuno sapesse chi ero. E ho vissuto un mese esaminando in maniera profonda quelle che erano le problematiche non da dietro un scrivania ma dal campo. Lì capii tantissime cose.

Poi cos’è successo?

Gli anni successivi incominciai a prendere altre barche, facevo un sistema integrato, incominciai ad acquistare ore di volo di elicotteri e aeroplani, fino a quando poi nel 2010 siamo riusciti ad avere circa 13 barche, 2 elicotteri, 3 aeroplani, una grossa flotta, che poi abbiamo dismesso perché con la crisi è diventata una guerra dei poveri perché si giocava al ribasso. Tornando indietro negli anni nel 2003 avevo l’esigenza di avere una determinata barca che non esisteva sul mercato, larga, lenta, costruita in acciaio, che tenesse bene il mare, che consumasse poco, che avesse costi di esercizio bassi. Non c’era. In mente mia ce l’avevo ben chiara perché io catturavo le esperienze e gli spazi di ogni singola imbarcazione che vivevo e chiamai il mio amico ingegnere, Mauro Mortola, e gli chiesti: «Se ti disegno una barca con certe caratteristiche, la possiamo progettare? Anche perché sono entrato in contatto con dei cantieri turchi che potrebbero realizzarcelo a un prezzo basso». Lui era un progettista di navi. Disse: «Se non è una delle tue solite follie si può fare». Disegnammo questa barca, la progettammo, costruimmo un modello in scala. Eravamo in giro per cantieri. In Turchia, dove siamo andati all’epoca, non c’erano esperti di acciaio. Alla fine abbiamo trovato un terzista che ci poteva fare i lavori in Italia. Nel frattempo avevo conosciuto delle persone alle quali era piaciuta moltissimo la barca e ne ho vendute due in pochi mesi. Questo ha portato comunque poi ad affinare tutte le esigenze e ad approfondire il concetto che era la nostra barca, la filosofia C Boat, cioè una barca d’acciaio, costruita tecnicamente e impiantisticamente come un rimorchiatore, quindi una barca impor- tante, molto robusta, ma che avesse, dal punto di vista estetico tutte le caratteristi- che di un vero e proprio yacht di lusso. E da lì la voglia di fare le barche 100% custom. Una sartorialità delle imbarcazioni.

Tu sei riuscito in qualche modo a riunire in questa tua attività, tutte le tue passioni e inclinazioni: il mare, l’imprenditorialità, l’intraprendenza. Ma che rapporto hai avuto invece con il lusso, che è un concetto che sta alla base delle tue imbarcazioni?

Il lusso è molto cambiato negli anni. Prima si comprava un bene perché aveva un brand noto e lo si catalogava come lusso. Oggi il lusso è più inteso come qualità. Qualcosa di personale, che non ha nessuno. Questo è considerato lusso. Esistono anche le automobili personalizzate. Il lusso sta nell’avere una cosa mia fatta soltanto per me. E noi vogliamo che chi vede per mare la nostra imbarcazione la riconosca.

Chi è il vostro cliente? Globalizzazione e crisi hanno spostato i baricentri e il rapporto tra centri e periferie. Avete adeguato la vostra offerta a questo nuovo equilibrio?

Noi avevamo 25 milioni di commesse che sono sparite con l’avvento di Monti.
E questo è stato disastroso. Ho capito da poco quanto una semplice imbarcazione genera una mole di lavoro, sia diretta che indiretta, straordinaria. Avevamo circa 60 persone che lavoravano per noi. In tutto questo, abbiamo mandato persone negli alberghi a dormire, a mangiare, ditte di pulizie, fornitori, un indotto straordinario. E trovarsi da 25 milioni a zero in poche settimane è stato veramente brutto. Ci siamo dovuti convertite immediatamente al mercato estero cercando una serie di clienti che dovevano però ancora percepire l’azienda C Boat. In Italia avevamo investito in pubblicità, all’estero no. Avevamo fatto dei piccoli passaggi. Ci siamo rimboccati le maniche. Abbiamo parlato con tutti i nostri fornitori e partner che ci hanno appoggiato in questo periodo, dove non esisteva più un mercato di riferimento. L’Italia dall’estero veniva percepita quasi come un paese sull’orlo del fallimento, sull’orlo della rivoluzione. E i nostri clienti non si sono impoveriti da un giorno all’altro, i nostri clienti si sono impauriti. Oggi, c’è una persecuzione del diportista. Mentre, considerando che il moltiplicatore che la nautica ha per i posti di lavoro è di 1 a 8, quando qualcuno compra una barca, bisognerebbe ringraziarlo perché ha dato lavoro ad aziende che pagano tasse, ha generato consumi e ha messo in movimenti l’economia. Eravamo i migliori al mondo e stiamo ammazzando questo nostro settore.

La crisi ha rappresentato un’occasione di miglioramento, per l’esempio la conquista dei mercati esteri?
Io sono ottimista di natura. Anche le situazioni negative sono sono opportunità. La crisi ha rappresentato di sicuro un’opportunità. Certo, mi sarebbe piaciuto avere le mie commesse da 25 milioni ma forse ora facciamo le barche con ancora più attenzione. Forse il mercato ha tagliato via tutte quelle aziende che erano nate dalla bolla che era la nautica. C’è stata un po’ di selezione naturale.

Il made in Italy sta vivendo di rendita o è il suo valore è ancora meritato?
Stiamo vivendo di rendita ma il made in Italy è ancora un brand. E comunque bisogna rafforzarlo. Noi abbiamo aggiunto al nostro marchio una bandiera italiana. Dobbiamo smetterla di essere nemici. Siamo troppo impieganti a farci la guerra. Io parlo sempre di colleghi, non di competitor. Se il mio competitor vende una barca, io sono contento, perché comunque abbiamo venduto il made in Italy. Dovremmo fare più cooperazione. Gli americani sono molto uniti, in questo, hanno un patriottismo invidiabile.

C’è un atteggiamento del fisco e dello Stato, ma forse anche una mentalità secondo cui chi è ricco di sicuro ha combinato qualcosa.

Hai perfettamente ragione. Quando da giovane stavo a Palermo e si vedeva passare una macchina io pensavo che la persona avesse lavorato molto mentre la mentalità spingeva a ritenere che ci fosse qualcosa di losco sotto. I mafiosi e i delinquenti ci sono. Ma esistono anche le persone che lavorano e che lavorano duramente. Bisognerebbe aiutarsi a lavorare, non mettersi i bastoni tra le ruote. Bisogna avere un atteggiamento positivo.