BRANDY, THE RITUAL, 12, Yellow Productions, 2001

parlare da soli.

Ci sono delle cose che scrivo in questa rubrica, delle cose che –mi accorgo solo dopo– ricorrono, delle sorte di parole chiave sulla musica. Quando ho iniziato forgetmenotes non erano consciamente presenti nel mio amare il suono. Ancora una volta scrivere per gli altri si rivela a contempo uno scrivere per se stessi, aiuta a capire come si è, quali sono realmente le cose che piacciono, e un po’ di più il perchè piacciano così tanto. Spesso, rileggendo, trovo parole come coraggio, mistero, semplicità.
Questa The ritual è una canzone che di coraggio, misero e semplicità ne ha da vendere. Nel 2001 avevo 19 anni e fondamentalmente me la tiravo tantissimo da incompreso/ipersensibile/tormentato, va da se’ che la musica che cercavo doveva essere il più non-condivisibile possibile; doveva cioè trasmettere al mondo il mio senso di non accettazione nei confronti del mondo stesso, era in definitiva portatrice nella mia testa di un messaggio tutt’altro che positivo. Messaggio che peraltro non era tale, essendo che di base non c’erano persone al di fuori di me che ascoltassero le cose che mi sparavo in cuffia ai tempi: il tutto era il classico cortocircuito adolescenziale, mi sfuggiva del tutto il fatto che un messaggio esiste nel momento in cui qualcuno lo riceve, o viene messo in condizione di poterlo fare. Era una maniera difficile di parlare da solo, un po’ come lo è forgetmenotes.
Di base quindi impazzivo per delle produzioni dance non dance, ossia qualcosa che voleva alle mie orecchie sembrare un brano ballabile ma che alla fine della fiera era del tutto inadatto alla pista. Un altra cosa che mi attirava un sacco erano titoli, nomi, formule che contenessero un non so che di indefinitamente minaccioso, come il brandello di qualcosa di più grande, giunto per caso nelle tue mani, che devi capire e che può portarti alla perdizione. 50% cubo di Hellreiser, 50% libro tibetano dei morti.
Il tutto era una fesseria e lo sapevo perfettamente ma non era una questione di sostanza, a 19 anni ritengo che le questioni di sostanza semplicemente non esistano. Quando e se ascolterete The ritual credo capirete subito la seduzione che mi generò ai tempi. Il fatto è che se per altri brani dell’epoca poi la fascinazione è passata, per questo la sensazione è esattamente quella che ebbi la prima volta che lo sentii.
Questo pezzo mi travolge ogni volta in maniera primordiale, è come se non si facesse godere, ma ti sfidasse ad avere la forza di arrivare in fondo. È una traccia dal coraggio assoluto, dal mio punto di vista ha così tanto coraggio da divenire una delle definizioni stesse del coraggio in musica. Il pezzo dura circa dodici minuti. Dodici minuti in cui è davvero difficile riconoscere una struttura, il qualsivoglia intento di instaurare un discorso con l’ascoltatore. Non è quasi per nulla presente un’evoluzione, è fondamentalmente un mega loop quasi insostenibile, in cui a farla da padrone è un giro profondamente voodoo di congas/djembè. Il suo incedere non è fatto di aggiunte o sottrazioni, ma unicamente di variazioni di volume. A volte è sotterraneo, seminascosto e pieno d’ansia, poi penis enlargement exercises online sale Viagra Online e ti arriva in faccia, rimanendo da solo. Fine della struttura ritmica. Non ci sono pause, non ci sono accenti.
The ritual è un pezzo in uno stato di continua minaccia. Il tempo a cui le percussioni si muovono è claudicante, percepisci un continuo senso di fatica irrisolta. Trovo che basare dodici minuti di pezzo su una premessa apparentemente così esile sia un gesto dal coraggio totale. Nella sua completa semplicità.
Il risultato dell’operazione è avvolto da un senso di mistero seducente e malsano. È come se da qualche parte qualcuno stesse evocando una divinità sotterranea, e qualcun altro fosse passato da quelle parti per caso e sempre per caso abbia premuto rec. È come si diceva prima la sensazione di un brandello di qualcosa di più grande. Poi ci sono delle voci saltuarie, non intonate, parlano una lingua lontana, parlano un mondo intraducibile, o perlomeno a me intraducibile. Un po’ perchè in una qualche parlata africana a me ignota, un po’ perchè sono del tutto disinteressato al significato delle parole, trovo che comunichino ad un livello diverso. È il suono della lingua e non il suo significato. Una voce maschile canta da sola su una sua tonalità, non supportata dal pezzo che è pressochè privo di strumenti a suono determinato, ed in risposta dei cori femminili intonano quelle che sono da sempre nel mio immaginario delle formule magiche. Parole da sole, che servono a sollevare qualcosa dal profondo, qualcosa che hai la netta sensazione che sia sempre esistito. Ecco un’altra bella cosa: la musica non inventa niente, o meglio la musica vera non inventa niente. La musica vera ti fa scoprire delle cose che non sapevi di avere dentro, delle cose belle, come fanno certe persone, ovviamente rare. E il tutto è lontano anni luce dal concetto di significato. Mi spiego meglio: quelle cose che salgono in te grazie a questo pezzo non hanno nessuna pretesa di venire spiegate, né di significare qualcosa. Esse traggono motivo della loro esistenza semplicemente dal fatto che esistono. Ancora una volta, semplicemente. E molto molto misteriosamente. In the ritual poi c’è un aspetto di crudeltà all’interno di questo processo, che trovo irresistibile, qualcosa di simile a mordere delicatamente le labbra di qualcuno per un attimo mentre lo baci. Trovo che l’arte crudele sia anche l’arte sensuale, ed è bellissimo perchè non fa male ma bene. Ci sono dei sintetizzatori crudeli, tutti sbagliati, tutti sbilenchi, in netta opposizione a quello che succede nel pezzo, che lo delocalizzano, ti danno il senso che c’è qualcosa altro che non va, che non sei in Africa, e che non sai dove sei. Ma anche che coraggiosamente ci sei ancora.
Una delle cose più belle di creare è rappresentata dai finali. Solitamente sto di più a pensare alla fine delle cose rispetto che alle cose stesse, sogno un catalogo di finali, una sorta di raccolta di conclusioni belle di cose di cui tutto il resto non è stato raccontato. Un libro che è fatto solo di questo, o un disco. The ritual un finale non ce l’ha, ed è un atto di estremo coraggio. Quindi ci provo pure io.