Fausto Biloslavo intervistato da Genius

Fausto Biloslavo, reporter di guerra: ospite di Genius e protagonista dell’evento “Il Quarto Potere – Il Giornalismo dalla guerra al gossip”, ha portato tutta la sua esperienza e il suo percorso professionale all’interno dell’appuntamento di sabato 13 dicembre 2014.

Gli occhi della guerra è un progetto di crowdfunding nel giornalismo. È la maniera giusta per sopravvivere alla crisi che gli stessi giornali stanno vivendo?
Temo che sarà sempre di più il futuro. Tra l’altro un futuro che non ci siamo inventati noi ma che in verità abbiamo importato per primi noi in Italia, ma è un futuro che già esiste da altre parti nel mondo a cominciare dagli Stati Uniti. In Europa ci sono addirittura colleghi che hanno lasciato il mondo dei media tradizionali, per intenderci il posto fisso nei giornali, per lanciare questi progetti autonomi di raccolta fondi di massa che noi abbiamo battezzato in Italia. Con il crowdfunding tu scegli il tuo reportage, non è solo che tu doni un euro o mille: noi l’abbiamo focalizzato sui reportages di guerra, lanciando lo slogan al lettore, che diventa automaticamente sostenitore. Proprio in questo ultimo periodo, corrispondente all’avanzata del Califfato Islamico in Iraq, abbiamo avuto un grosso sostegno proprio per andare a raccontare la terribile vicenda dei Cristiani perseguitati in giro per il mondo, con quattro, cinque reportages che raccontano i cristiani in Siria, in Iraq ma anche in Nigeria.

I cristiani perseguitati è un tema che ti sta particolarmente a cuore.
Si. Ed è un tema che sta particolarmente a cuore ai nostri lettori e sostenitori i quali hanno superato le nostre migliori aspettative. Hanno donato per questi reportages oltre 36 mila euro che, di questi tempi, è una cifra non indifferente. Andremo in Nigeria, torneremo in Iraq, in Siria, andremo in Pakistan, cercheremo insomma di portare quel giornalismo di qualità quale è il reportage.

Facciamo un passo indietro, sulla crisi del giornalismo. Fai giornalismo da sempre; cosa significa fare giornalismo di qualità, oggi?
Io mi occupo di guerra da oltre trent’anni e penso che basti anche un minimo di onestà intellettuale e di professionalità. Per assurdo, sugli Esteri, che sono sempre stati l’ultima ruota del carro del giornalismo italiano, è più facile perché non vai a toccare quegli interessi politici ed economici della nostra Italia. Penso che mai sarei riuscito a fare il cronista parlamentare: dall’altro lato, è molto più difficile dal punto di vista della realizzazione del pezzo o del reportage. Raccontare la guerra, i drammi, i conflitti, una famiglia che si riunisce, bambini che sopravvivono ad un bombardamento, dà certamente più soddisfazione.

Il giornalismo sta vivendo anche un periodo nel quale i click, i post e i social sono sempre più presenti ed è un giornalismo “mordi e fuggi”. Quanto bisogno di approfondimento abbiamo?
C’è sempre bisogno di approfondimento nel senso che non basta, su temi così importanti, un giornalismo “mordi e fuggi”. Io, all’inizio, pensavo che i social, i click, i telefonini, fossero dei temibili concorrenti che, anche assieme al citizen journalism, avrebbero rovinato la professione, ed invece non è così. Credo che l’evoluzione del giornalismo non va solamente nella direzione del crowdfunding, ma va anche verso la multimedialità ed allo sfruttamento al massimo delle nuove tecnologie. Mi sono trovato, nel primo conflitto dove ho adottato queste tecniche, in Ucraina, in Crimea, ad utilizzare il mio smartphone mandando delle notizie in diretta con un semplice click o con una semplice registrazione audio di trenta secondi riuscendo, alla fine, a battere la Bbc. Noi giornalisti che abbiamo cominciato con la macchina da scrivere non dobbiamo aver paura di queste novità, ma anzi sfruttarle per riuscire a fare un giornalismo sempre più completo.

16040265971_4e0155e258_zGià negli anni Trenta e Quaranta Huxley ed Orwell avevano previsto, attraverso i loro romanzi distopici, una situazione geopolitica che si sta sempre più creando nel mondo, con macroaree come l’Unione Europea, gli Stati Uniti, il mondo arabo, la Russia, la Cina. Dall’altro lato c’è una rinascita di movimenti regionalisti: dobbiamo per forza credere all’inclusione oppure c’è anche un bisogno di resistere?
Io sono sempre stato un convinto europeista fin dai tempi lontani ma non di questa Europa fatta dal soldo, dagli euroburocrati di Bruxelles che pretendono anche di dirti la misura delle mutande, non dell’Europa che ha un sacco di soldi e che li utilizza anche male. Sono per un’Europa dei popoli, dove i confini in un mondo globalizzato non hanno più senso, dove erigere muri, tornare indietro nel tempo; mi rendo conto, però, che le istituzioni che sono sul campo ad oggi, a cominciare dall’UE, non soddisfano i bisogni reali dei cittadini. Credo fermamente che sia necessario cambiare l’Unione Europea, cercando di mantenere vive le realtà locali. L’ha dimostrato la Scozia arrivando quasi all’indipendenza, i paesi baschi, la Catalogna: ci sono spinte che portano a spezzare il legame con il proprio paese. Comprendo perfettamente, ma sono consapevole che è il risultato di una serie di errori compiuti nel passato. Mi sento più vicino alla gente europea piuttosto che ai cinesi o agli americani che vivono in una maniera diversa dalla nostra.

Cosa si può fare concretamente per resistere a questo tipo di fenomeni?
Certi fenomeni sociali non è che li fermi. Le primavere arabe si sono trasformate subito in inverni, però non potevi fermarle mettendoci davanti un ostacolo. Quando il “treno della storia” parte è un po’ difficile fermarlo; puoi non innamorarti troppo e indirizzare i tuoi interessi verso la direzione giusta. Ci siamo infatuati di questi grandi fenomeni e del loro sviluppo che avrebbero dovuto avere, ma che invece non hanno avuto. Ci siamo innamorati del fatto di portare la democrazia in certi paesi che non ce l’avevano, non come le valli svizzere, e questo innamoramento, questo sogno, si è trasformato in un incubo. Penso che dobbiamo stare molto attenti a non prendere troppo sul serio questi grandi cambiamenti, valutarli con cuore sereno e consapevoli del fatto che sono inevitabili. Il crollo del muro di Berlino è stato inevitabile, anche se oggi potremmo dire che si stava meglio all’epoca, quanto meno dal punto di vista del controllo che le due grandi potenze avevano su focolai di guerra che c’erano allora come oggi. La guerra fredda non è mai diventata calda. Oggi siamo di fronte a delle minacce che arrivano fino alle porte di casa, dovremmo fare delle scelte giuste: noto che continuiamo a fare sempre le scelte sbagliate.

La copertina del libro (foto Luca Tedeschi)
La copertina del libro (foto Luca Tedeschi)

Una scelta giusta è “Gli occhi della guerra”. Cosa sono questi occhi?
Gli occhi della guerra sono gli occhi rossastri di questo bambino, che ho fotografato in Uganda negli anni Ottanta durante la guerra civile, che guarda dritto nell’obiettivo con tutta la tristezza della guerra e del conflitto. Gli occhi della guerra sono lo sguardo dei feriti che abbiamo incrociato, che si aggrappano alla vita ma che tuttavia moriranno di lì a poco. Sono gli sguardi drammatici della popolazione civile, che è la prima vittima di ogni conflitto, che di solito cerca solo di scappare dalle bombe. Sono gli occhi dei prigionieri catturati, timorosi di finire davanti ad un plotone di esecuzione. Gli occhi della guerra siamo anche noi giornalisti, che scattiamo fotografie, giriamo immagini da prima linea e che per farlo, a volte, perdiamo anche la vita. Nessun pezzo vale la vita di nessuno, ma ricordiamoci che sono una dozzina i giornalisti italiani uccisi in tempo di pace, con Trieste che ha pagato un altissimo tributo con Almerigo Grilz, Marco Luchetta, Alessandro Ota, Dario D’Angelo e Miran Hrovatin. Ogni anno, circa cinquanta – sessanta giornalisti muoiono al mondo, perciò “Gli occhi della guerra” sono dedicati anche e soprattutto a loro.

Nel futuro di Fausto Biloslavo cosa c’è?
Probabilmente tornerò in Ucraina ed in Iraq e mi impegnerò sempre di più in queste nuove forme autonome di giornalismo, cercando di spiegare ai giovani che il mestiere è cambiato, non è più il Bengodi di un tempo ma è ancora una grande passione.