Ben oltre la Brexit

I problemi che il referendum britannico ha portato a galla e le lezioni che abbiamo imparato

Il 23 giugno scorso poteva essere un giovedì qualunque, di un anno qualunque, dell’inizio di un’estate qualunque. Ma non lo è stato. Il 23 giungo 2016 scriverà una pagina importante nella storia del Vecchio continente perché il 51,89% dei britannici, quel giovedì al referendum, ha votato l’uscita del proprio Paese dall’Unione Europea. Uno strappo che difficilmente potrà essere ricucito.

Gli effetti catastrofici della Brexit sono ben noti: in una sola notte il Regno Unito
è passato dall’essere la quinta potenza economica mondiale alla sesta, 200 miliardi di dollari sarebbero la perdita della Borsa di Londra, il valore della sterlina è sceso del 13% in tre giorni e le voci dell’estremismo e del populismo europeo si sono levate all’unisono in tutta l’Europa, acuendo le divisioni e l’incertezza. Insieme a questo, la Brexit ha mobilitato le leadership europee alla ricerca di decisioni per consolidare l’Unione, ma tardivamente.

Se però decidessimo di leggere, senza emozioni né accuse, quello che è accaduto in Gran Bretagna giovedì, riconosceremmo un processo molto più profondo dell’incapacità della leadership politica di guidare gli umori (o malumori) del popolo. Un processo che

si espande ben oltre il Regno Unito, ma che per una sfortunata occasione il Regno Unito stesso ha sperimentato sul proprio territorio.

SCONTRO DI VISIONI E VALORI

Il referendum ha delineato chiaramente le linee di demarcazione del nostro tempo – generazionali, educative e geografiche. Le posizioni dei giovani e degli istruiti, che riconoscono le opportunità di sviluppo nel contesto d’interconnessione globale e che hanno razionalizzato i relativi benefici provenienti dalla partecipazione al “Club europeo”, sono ben lontani dalle nozioni sulla sicurezza economica e sociale della generazione di ieri. Infatti, non percependo gli sconvolgimenti del nostro tempo come opportunità, le persone meno istruite migrano verso la scelta semplicistica di chiudersi in ciò che per loro è familiare, conosciuto. In una piccola cerchia, insomma. Cresce così il divario tra i centri cosmopoliti ed economicamente potenti – dove di solito si concentra la conoscenza – e la periferia.

La Brexit è la riprova di questo processo. Il 75% dei britannici sotto i 25 anni e solo il 39% di quelli con più di 65 anni ha votato per rimanere in Europa. A favore di un Regno Unito europeo si è espresso il 71% dei cittadini con formazione universitaria, mentre il 66% dei meno istruiti ha optato per l’uscita. Lo stesso “Scotlondon” coniato dalla volontà della Scozia, industrialmente sviluppata, e dei londinesi di continuare a essere un membro dell’Unione, rivela
un discrimine tra le aree geografiche con diverso livello di benessere economico. Non stupisce, infatti, che l’exit abbia prevalso nelle aree rurali, dove la politica ha sapientemente giocato su vaghe promesse prive di qualunque argomentazione e sulle paure ancestrali della gente (che di solito sono legate ai bisogni primari di nutrimento, protezione/sicurezza, dimora).

I DEFICIT DELL’UE

L’Unione Europea, nata e strutturata dopo la Seconda Guerra Mondiale come un meccanismo di partenariato e cooperazione, e come garante di uno sviluppo democratico pacifico in Europa non soddisfa pienamente i bisogni dei tempi nuovi. La burocrazia pesante e macchinosa, la politica dei “tappeti rossi”, la mancanza di una lettura moderna del progetto europeo e una chiara enunciazione dei benefici dell’essere uniti in Europa – alla luce dei cambiamenti geopolitici e delle crisi mondiali – nutre il nazionalismo e la xenofobia nel Vecchio continente. Le élite non comprendono, evidentemente, la responsabilità di trasmettere i vantaggi derivanti dall’essere membri dell’Unione, ma anche del proprio ruolo di adattare il processo europeo al mondo globalizzato.

Se Boris Johnson – ex sindaco di Londra e brexiter concorrente di Cameron per il posto di premier britannico – avesse calcolato che il 12,6% del PIL della Gran Bretagna dipende dallo scambio con il suo più importante partner commerciale, l’UE, la cui garanzia futura richiede peraltro enormi sforzi negoziali con un risultato incerto, avrebbe probabilmente placato la sua insidiosa campagna di abbandono dell’Unione.

Eppure, la stessa Europa si è risvegliata dalla Brexit. Oltre ai rischi per il progetto europeo, derivanti dalle continue ondate di euroscetticismo dei partiti populisti in Austria, Danimarca, Ungheria, Paesi Bassi e Polonia, i drammatici effetti del referendum britannico hanno scosso anche le élite europee. Hanno spinto la leadership del Vecchio continente a intavolare un nuovo dialogo sul modello e sull’efficacia del processo europeo. Bisogna allora sperare che catalizzerà rapide riforme del lavoro in UE e misure per affrontare adeguatamente il deficit democratico.

La nostra società, tutta, ha bisogno di un processo europeo funzionante, in grado
di garantire la nostra sicurezza e la qualità della nostra vita. Per l’Italia stessa – intrappolata nella morsa di un’estenuante lotta alla crisi economica e alla disoccupazione giovanile da oltre sette anni – essere membro del “Club europeo” sembra al momento l’unico orizzonte di sviluppo e l’unico correttivo costruttivo (fatto che non deve essere sottovalutato).

LA CONNESSIONE GLOBALE DEMOCRATIZZA L’ACCESSO ALL’INFORMAZIONE
Il risultato del referendum nel Regno Unito ha dimostrato il contrario. Il processo pubblico possiede dimensioni nuove all’interno dell’ambiente esterno globalmente connesso. I social media stanno sostituendo i mezzi di comunicazione classici grazie alla capacità di influenzare. Oggi, ognuno di noi è un media e può pubblicare la propria tesi, ottenendo un facile sostegno pubblico. I club elitari, a numero chiuso, vengono sostituiti dalle piazze pubbliche online, che stabiliscono sempre più l’ordine del giorno della società. La forma conta più del contenuto sicché sono le tesi ad effetto e non quelle esperte a ottenere la popolarità. La stessa leadership politica formale si è trovata costretta a mimetizzarsi in questo nuovo ambiente, senza avere gli strumenti per gestirlo. Un tweet che promette di utilizzare la quota di bilancio nazionale riservato all’UE, nella pubblica sanità, avrà molto più riverbero rispetto alla stessa promessa fatta a un raduno del Partito.

La mancanza di limiti e confini rende la rete un ambiente confortevole dove le tesi speculative e manipolatorie riescono a ottenere una rapida approvazione. È come una lente di ingrandimento dei nostri valori e del nostro quadro morale. L’informazione concorrente ci attacca sia tramite i canali formali che tramite quelli informali. Scindere la realtà dalla pura speculazione all’interno del vasto flusso informativo che ci travolge,è sempre più difficile. Il tempo dedicato per ragionare sui contenuti, sempre più esiguo. Le persone fanno sempre più spesso scelte senza un’analisi approfondita, seguendo le tesi più popolari su Facebook, mentre il metro di giudizio sono il numero di “mi piace”.

Si sta dunque affermando la pericolosa mentalità del “Non è necessario che io lo sappia, perché Google sa tutto”. Per molti Google è l’ultima istanza. Come abbiamo letto in questi giorni, Google si sta rivelando come il consigliere di gran parte dei britannici sulle conseguenze della loro scelta dopo gli exit poll. Secondo Google “Che cos’è l’UE?” è il secondo quesito più cercato in Gran Bretagna dopo la pubblicazione dei risultati del referendum, subito dopo “Che cosa significa abbandonare l’UE?”, al primo. Post factum. Prima di ciò vengono i “mi piace” su Facebook.

UN SEMPLICE CANALE DI MANIPOLAZIONE
La mancanza di critica nei confronti delle informazioni crea un ambiente fertile per la diffusione delle tesi populiste e manipolatorie. E chi mira alla destabilizzazione dell’Europa e del mondo approfitta ampiamente di questi strumenti semplicistici: conoscono bene e sanno utilizzare tutti i canali per distruggere la fiducia del pubblico seminando dubbi e divisioni, seminando promesse di soluzioni facili e “magiche” ai problemi.

La verità è che la Brexit ha avuto successo grazie alla continua replicazione di idee unilaterali che screditavano l’Europa, e che con una spropositata risonanza sono riuscite a soffocare la voce delle critiche costruttive in Gran Bretagna. La perdita netta è di tutti i britannici, ma anche di tutti gli europei. Questo è l’ordine del giorno di coloro che hanno interesse a mantenere l’Europa instabile e divisa, per dare corso alle loro ambizioni geopolitiche.

La promessa pre-elettorale che David Cameron fece di indire un referendum popolare sull’adesione all’UE ha, di fatto, salvato il suo partito a breve termine, mettendo a repentaglio il futuro sia del Regno Unito che dell’intera Europa. Nella pratica, Cameron ha agito come un “Cavallo di Troia”, spalancando le porte al becero populismo di Farage, ma anche al suo principale oppositore di partito Boris Johnson. Il risultato è noto.

Trump è un prodotto dello stesso processo. E i volti italiani li conosciamo piuttosto bene.

LA LEADERSHIP INFORMALE SI SOSTITUISCE A QUELLA PARTITICA
La Brexit ha messo in luce un altro volto dell’ambiente circostante cambiato. Il ruolo dei partiti politici nella loro forma classica oggi viene sostituito da reti di interessi. Sono sempre più le persone che scelgono di associarsi brevemente attorno a idee e cause del caso, a scapito del rispetto zelante delle dottrine di partito. Ed ecco che il potere della voce collettiva, che usa i nuovi strumenti di connessione, non riesce a essere monitorata dai classici istituti di espressione della volontà politica collettiva. L’esempio immediato sono gli oltre 3,5 milioni di voti, raccolti in sole 48 ore, per ritornare al voto per un nuovo referendum britannico.

I TEMPI NUOVI ARRIVANO CON NUOVI ASSIOMI DI UNIONE, SOLIDARIETÀ E CONDIVISIONE
Il fenomeno della Brexit ha mostrato quanto il processo politico nel Regno Unito, in Europa e nel mondo sia deficitario e retrogrado. I tempi nuovi arrivano con una filosofia del tutto nuova: una filosofia dell’unione, della solidarietà e della condivisione. Una filosofia i cui portatori sono quei venticinquenni che conoscono, che comprendono i vantaggi di un mondo connesso e che scelgono per se stessi di costruire attraverso la collaborazione.
Essi sono critici nei confronti dei problemi centrali, ma ricercano soluzioni attraverso l’unione e l’appoggio di una causa. Si tratta di una nuova cornice morale della vita, in cui la condivisione si sostituisce alla contrapposizione. Cresce il ruolo e la forza degli individui dei tempi nuovi perché conoscono il codice del nuovo mondo unito. È allora che le istituzioni dovranno modificarsi in base ai regolamenti di questo nuovo mondo o saranno costretti a perire: nel Regno Unito, in Europa e nel mondo. E Brexit non è null’altro che una dolorosa lezione sulla via di questo cambiamento.