Corrispondenze d’arte: la mostra al Revoltella

Site-specific è una parola che ormai è entrata in uso comune nel mondo dell’arte contemporanea, ma, nonostante l’affresco sia il nonno delle opere che esprimono il proprio senso a partire dalla destinazione d’uso del luogo in cui era dipinto, dagli anni Settanta questo termine identifica una serie più vasta di creazioni artistiche. La prima volta in cui fu usata con questa nuova connotazione fu nel 1968 da Robert Irwin, invitato dal MOMA di New York a creare un’installazione pensata esclusivamente per gli spazi espositivi newyorkesi. Site-specific è la mostra di Corrispondenze d’arte al Museo Revoltella, promossa dallo stesso e dal Comune di Trieste – Assessorato alla Cultura e curata da Lorenzo Michelli (Comunicarte) e la direttrice del Museo Maria Masau Dan in esposizione fino al 4 dicembre 2011.

L’eloquente titolo evidenzia il profondo legame e il dialogo che si crea tra le opere degli artisti presenti in mostra e lo spazio espositivo, il Museo Revoltella, fondato nel 1872 per volontà del barone Pasquale Revoltella, il quale lasciò in eredità al comune di Trieste l’enorme ricchezza accumulata (tra cui la propria casa, importanti opere d’arte e un ricco fondo bibliotecario). La cosa curiosa è che nel suo legato testamentario diede indicazioni precise su come gestire il fondo e la collezione attraverso un organo, denominato “curatorio” tutt’oggi in funzione, che vigilasse sugli acquisti, la conservazione e l’uso delle opere d’arte contemporanea. La storia del Barone Revoltella ripercorre e incrocia la grande storia dell’Europa dell’Ottocento poiché fu tra i più fervidi sostenitori dell’apertura del canale di Suez e fu tra gli azionisti di tutte le più importanti società d’assicurazione triestine. E ancora oggi, grazie alle sue passioni di collezionista,  la città di Trieste gode di uno spazio espositivo per l’arte moderna di grande prestigio, che nel tempo si è ampliato, con l’ultimo tocco del grande architetto Carlo Scarpa che ha firmato il restauro dell’edifico nel 1963. Le stanze del barone, e i palazzi che compongono lo spazio espositivo, hanno un ruolo fondamentale nella mostra Corrispondenze d’arte. D’arte contemporanea sarebbe più corretto parlare, poiché le opere esposte sono create proprio per gli spazi del Museo e sparse con ingegno nelle sale espositive. Ricordando un po’ quello che a suo tempo aveva fatto lo stesso barone, appassionato collezionista di opere di quell’Ottocento Napoletano, che per quel periodo era considerato arte d’avanguardia e per l’appunto “arte contemporanea”.

Le opere di Corrispondenze d’arte sono dunque mimetizzate negli ambienti del passato, ma è evidente il tentativo di raccontare in chiave moderna, attraverso uno sguardo attuale, alcune storie di questo palazzo, cercando di riportarlo alla sua antica contemporaneità. Così accade per le foto di Sergio Scabar, il cannone di Chris Gilmour, l’installazione luminosa di Elisa Vladilo, la montagna di cartone di Anna Pontel, le Lacrime di Ludovico Bomben, che con discrezione e astuzia si collocano nello sfarzoso spazio padronale del palazzo del Barone. La caccia continua nelle altre sale del Museo: tra le stanze sonore di Michele Sganghero; la spesa per Les Affamées; gli abiti-fantasmi luminosi di alto artigianato realizzati da Studio 5, corredati da intelligenti taccuini calligrafici; al Rothko in salotto di Mario Sillani Djerrahian;  per terminare nel lucernario dove l’opera di Massimo Gardone si illumina grazie ai raggi di sole, o di luna, che filtrano dal lucernario.

Il presupposto della mostra, secondo le parole della Direttrice Maria Masau Dan, è quello di rendere accessibile l’arte contemporanea in uno spazio tradizionalmente dedicato ad altro tipo d’ arte.  Ciò da cui parte il lavoro di ogni artista è la libertà di creazione, può infatti scegliere tecnica, temi, soggetti del proprio lavoro, l’unico vincolo di Corrispondenze d’arte è il dialogo con gli spazi del museo. Il risultato è brillante e soprattutto divertente, e richiama quel primordio di apprendimento che fin dall’infanzia è la prima forma attraverso la quale si impara: il gioco. Lo spettatore-fanciullo deve trovare ciò che di “nuovo” è stato inserito nel “vecchio” in una caccia al tesoro dell’arte contemporanea, facendo leva sulla “naturalità” e accessibilità del mondo dell’arte contemporanea. Con la nostra rubrica “Impara l’arte e mettila da parte” abbiamo cercato di fare qualcosa di affine: spesso l’arte contemporanea sembra inaccessibile, complicata, uno strumento di mera provocazione, futile per sua ontologia, basata sul consumo e sugli acquisti da parte di multinazionali del collezionismo. Corrispondenze d’arte dimostra, ancora una volta se ce ne fosse ancora bisogno, che non è così. Spesso la problematizzazione dell’arte contemporanea è sottile, un dialogo raffinato con il passato e con tutto ciò che il passato della storia dell’arte e della civiltà porta con sé. Fantasmi bianchi che si aggirano tra i grandi maestri del passato e che cercano di dialogare con esso, ma che tuttavia riflettono sul senso profondo di ciò che vuol dire fare arte oggi.