Arte. Giulio Baistrocchi: “io sono disprattico, dunque…”

Che cos’è la disprassia?

Se traduciamo il vocabolo in inglese otteniamo la variante “DYSPRAXIA”, che poi è  il titolo della mostra (ma questa parola quanto brutta è?) che il virtuoso e poco virtuale Giulio Baistrocchi, insieme ad altri amici dell’immagine (Luca per primo) ha allestito alla galleria Dora Bassi, al civico 5 di via Roma, nella placida Gorizia, da poco riconfermata dominio di Ettore Romoli.

Ed è stato proprio il Sindaco in persona, accanto a un drappello di Autorità, a infondere un tocco solenne all’apertura della vernice, in uno spazio irriconoscibile che,  per l’occasione, si è fatto serra, grazie all’impronta creativa del gruppo di Giulio che ha disseminato qua e là le rose profumate di Sandro Glorio,  e alla generosa fantasia di Santa Mariza, botanica di alta gamma.

Ma veniamo a Giulio. Giulio che, da quando lo conosco, intercala le sue esternazioni con l’affermazione “io sono disprattico, dunque…”.

Ammissione espressa con disarmante autoironia, tale da escludere la qualsivoglia inclinazione al vittimismo. Conversando amabilmente, fra un calice di De Puppi bianco e uno rosso, Luca Bernardis, visual professionale e visionario per natura, semplifica il concetto di “disprassia”:“Trattasi di quel disturbo neurologico che deriva dall’interferenza nella comunicazione tra i due emisferi del cervello.” Punto.

Se dessimo retta agli esperti di disturbi neurologici, in merito alla “Disprassia” ne leggeremmo di tutti i colori (ah, quanto colore nell’arte attuale di Giulio!) Essa viene comunemente inclusa fra i problemi nella coordinazione motoria e riconosciuta come un disturbo congenito o acquisito precocemente che, pur non alterando nella sua globalità lo sviluppo motorio, comporta difficoltà nella gestione dei movimenti comunemente utilizzati nelle attività quotidiane, nel compiere gesti espressivi che servono a comunicare emozioni, stati d’animo, nella difficoltà di abilità manuali e abilità gestuali a contenuto prevalentemente simbolico (??).

E qua ci si chiede che cosa c’entri l’artista Baistrocchi, fino a quando approfondiamo una sottodefinizione, che implica una difficoltà soprattutto rispetto alla capacità di pianificare, programmare ed eseguire una serie di azioni tese al semenax ama raggiungimento di uno scopo o di un obiettivo. Questo passaggio potrebbe essere riferito al fatto che Giulio talvolta pare non volersi separare dalle sue opere.

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Se dovessi trovare una definizione per Giulio non esiterei a usare l’aggettivo “Innocente” e, dovendo farlo per la sua arte, rischiando ovviamente di mortificarne l’estasi, come del resto una buona percentuale dei critici d’arte usa fare, potrei azzardare un semplice “Gaia”. Riduttivo? Lapidario? Forse. Ma i lavori di Giulio, soprattutto gli ultimi, sono un’ode alla letizia, non certo intesa come inopportuna scherzosità, ma come attimi di vellutata, persistente, colorata piacevolezza. La stessa che si percepisce inebriandosi del profumo di una rosa…

Ed ecco il punto. L’idea è stata quella di fare un parallelo tra la  condizione “disprattica” di Giulio e le città di Gorizia e Nova Gorica, secondo quel denominatore comune rappresentato da quella che forse è la più grande passione di Giulio: le rose antiche. Ma quelle VERE” come enfatizza Giulio stesso durante la presentazione delle sue opere, posando lo sguardo sugli odorosi roseti che ornano la galleria “non quelle che vedete comunemente dal fioraio, che sono FINTE”

E navigando nei meandri degli approfondimenti, fra un incrocio fortuito di dati e una quadratura del cerchio, ecco emerge che Carlo X di Borbone sia morto a Palazzo Coronini Cronberg e sia stato successivamente sepolto nel convento di Castagnaviza, ora Nova Gorica.

Ebbene, fu proprio in onore di Carlo X che nel 1863 che furono create le “Comte de Chambord”, straordinarie rose Portland.

Da qui l’idea, accolta con entusiasmo sia da Gorizia, sia da Nova Gorica, di creare un gemellaggio culturale e…olfattivo, piantando due roseti di Comte de Chambord, sia nel parco di Palazzo Coronini, sia nel convento di Castagnaviza, con l’intento di mettere in comunicazione due mondi, al di qua e al di là del confine di Stato, Gorizia e Nova Gorica,  attigui ma disgiunti.
Un po’ come gli emisferi di Giulio

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