Architettura e design: un italiano a New York

Quando intervisti qualcuno, difficilmente lo perdi completamente di vista. Se non altro passivamente, perché grazie alla tecnologia e ai social media oggi è possibile tenersi in contatto anche quando gli amici abitano dall’altra parte dell’Oceano. Così è successo anche con Antonio Pio Saracino che avevo intervistato qualche anno fa per genius-online e di cui Facebook mi dà continuamente notizia, anzi grandissimi aggiornamenti. Capita sempre più spesso che sulla mia bacheca appaiano copertine di riviste prestigiose con le sue splendide sedie in prima pagina, foto di cantieri a cielo aperto nella Grande Mela con il simpatico e bel viso di Antonio che sorride da sotto un caschetto di sicurezza.
Antonio Pio Saracino è architetto e designer e da quasi dieci anni vive a New York, dove lavora ottenendo grandi successi e importanti riconoscimenti. Quando penso all’impegno e alla costanza con cui l’uomo deve onorare il proprio talento, penso ad Antonio. Una grande persona e un grandissimo lavoratore che, dopo alcune esperienze in Italia tra le quali anche lo studio dell’archistar Massimiliano Fuksas, ha colto l’occasione di volare negli States e dare nuova linfa alla sua promettente carriera.

Hai vinto l’American Architecture Award per un attico a Tribeca con una vista straordinaria e con una metratura in cui lo spazio esterno è uguale a quello interno, un luogo magico in cui città e casa si compenetrano organicamente. Il progetto, firmato insieme a Steve E. Blatz, porta le inconfondibili tracce del tuo lavoro: la natura, le proporzioni auree derivate dalla perfezione di una conchiglia. Quindi continua il tuo fertile rapporto con l’ispirazione naturale? Credi che sia il fatto di vivere in una città che ti spinge a cercare proprio tutto questo verde?
Vedo sempre quello che facciamo come un’estensione della natura. Credo che il design scaturisca dalla natura e ne rappresenti, in un certo senso, una continuazione. Non siamo distinti dalla natura, veniamo dalla natura e tutto quello che facciamo è un’estensione della natura e della sua attività costruttiva ed evolutiva. Il nostro corpo evolve biologicamente con le regole della natura. Il design che costruiamo evolve con il nostro corpo estatico: i nostri desideri, sogni, aspettative, stile di vita, valori.

L’anno scorso, proprio in questo periodo dell’anno, inauguravi Guardians a Bryant Park, la culla per eccellenza del mondo glamour di New York di cui è uno dei parchi più centrali, tra Times Square e Grand Central; un punto di passaggio per i turisti di tutto il mondo. Il progetto Hero e Superhero è stato inaugurato in occasione della chiusura dell’anno della cultura a New York, dove sono giunti anche il sindaco di Roma, oltre all’establishment italiano d’oltreoceano. Sei stato scelto quindi per rappresentare l’italianità a New York. Come è nata questa collaborazione? Come mai proprio la figura dei guardiani?
All’inizio del 2013 mi sono state offerte due opportunità incredibili: ideare un simbolo dell’Italia a New York in occasione dell’Anno della Cultura Italiana negli Stati Uniti e disegnare per un gruppo immobiliare di New York City, proprietario di alcune aree di Bryant Park, un progetto di arte pubblica nel cuore di Manhattan proprio a Bryant Park. Mi era stato chiesto dall’Ambasciata di disegnare un simbolo che rappresentasse l’Italia e di ridisegnare la figura del David, simbolo universale dell’italianità nel mondo. Da lì, nasce la mia idea dei Guardiani: David è stato un eroe che ha ispirato generazioni. La mia intenzione è stata quella di creare due Guardiani simbolici che celebrano il superuomo e l’ispirazione che esso sa infondere.

E quindi proprio dal simbolo di una cultura e un mondo neoclassico è partita la tua interpretazione per Hero e Superhero. Ma chi sono?
L’Eroe è un’imponente reinterpretazione in marmo del David di Michelangelo, guardiano della città di Firenze, mentre il Supereroe è un’imponente icona della cultura presente in acciaio inossidabile lucidato a specchio. Entrambe le statue sono state realizzate a New York, e i materiali differenti, sono stati assemblati in modo tale da creare diversi strati, che tracciano il movimento del corpo e la sua apertura a ciò che lo circonda. Così Hero e Superhero svettano verso il cielo grazie a un complesso sistema di piani sovrapposti, uniformandosi al contesto circostante e all’architettura dei grattacieli.

Hero e Superhero fanno parte di quella che tu chiami “arte pubblica” in cui si integrano spazi aperti e sculture come quelle che avevi già realizzato a Bruxelles. Che cosa rappresentano?
Le due sculture antropomorfe che ho creato sono concepite come due costruzioni architettoniche stratificate che rappresentano l’abilità universale dell’umanità di affermare la propria presenza nel mondo, grazie alla capacità di erigere costruzioni imperiture. La struttura architettonica è una traccia vitale che lasciamo nel mondo, niente potrebbe lasciare un segno tanto indelebile per celebrare l’Eroe e il Supereroe come custodi della nostra città.

Quando ti ho intervistato qualche anno fa per la mostra che avevi fatto per una galleria di arte contemporanea a Trieste, il tema principale della tua riflessione artistica (naturalmente intesa in senso lato visto che sei laureato in architettura, ma ti occupi anche di arte pubblica e design) era la natura, intesa come una struttura perfetta e da cui trarre modelli sostenibili. Quali evoluzioni ha avuto il tuo percorso negli ultimi due anni?
Direi che la natura rimane una componente fondamentale. Oggi poi, con l’aiuto delle tecnologie digitali più avanzate, possiamo ri-immaginare e ri-progettare gli oggetti di design con logiche complesse che si ispirano ai sistemi organizzati ed evolutivi esistenti in natura. Nel mondo in cui viviamo la linea di demarcazione tra elementi artificiali e naturali è sempre più sfuocata.

Design e arredamento, progettazione: due componenti fondamentali della tua attività. Qual è la tua idea di casa?
La casa nella nostra cultura contemporanea è il luogo dove si svolge una grande parte della nostra vita, dove ci ripariamo dal mondo e dove, allo stesso tempo, costruiamo il nostro mondo: un luogo in cui materializziamo i nostri sogni più intimi. Ci contorniamo di oggetti che ci rendono felici, di foto che ci emozionano, di colori che riscaldano la nostra quotidianità e di oggetti che ci ricordano i nostri valori, la nostra storia, la nostra cultura e che creano l’idea del nostro status sociale.

Ogni progetto ha sempre un’ispirazione: questo assunto vale per tanto per l’arte figurativa quanto per l’architettura e il design. Cosa influenza il tuo processo creativo? Da dove trai spunto per le tue opere?
Non li vedo come due mondi separati. Li vedo come due mondi in relazione costante. Gli oggetti e le architetture nascono sempre con un valore d’uso specifico e con una funzione e poi si evolvono attraverso la nostra immaginazione e creatività.

Vivi da anni stabilmente a New York, ma anche dall’Italia continuano ad arrivare grandi riconoscimenti, come tra gli altri il grande monumento che stai realizzando nella tua città natale, San Marco in Lamis, in Puglia. Quali sono le sensazioni di chi si vede arrivare a questo punto dopo tanto duro lavoro?
Mi emoziono sapendo di poter emozionare e ispirare tanta gente con il mio lavoro e di poter condividere il mio mondo con loro.

Ormai vivi da dieci anni a New York, ma per lavoro giri il mondo in continuazione. Ti sei mai trovato a combattere con lo stereotipo dell’italiano, quello di “pizza, spaghetti e mandolino” (tanto per capirci)?
Continuamente! Ma fa parte del gioco perché, stando a New York, si ha la possibilità di entrare in contatto con tantissime culture diverse.

Un turista a New York: cosa gli consigli di vedere per scoprire la “tua” Grande Mela?
L’High Line, un nuovo parco sopraelevato intorno al quale si stanno progettando e costruendo nuove architetture. È una delle nuove aree di Manhattan in grande cambiamento ed è il quartiere dove vivo. E poi sicuramente i Guardians a Three Bryant Park!

Credits Foto: Rodolfo Martinez