Antonio Pio Saracino: impara l’arte e mettila da parte

Siamo tra i “prototipi” e le “sedie in edizione limitata” di Antonio Pio Saracino. Gli spazi della galleria LipanjePuntin sono ancora in fase di allestimento e si stanno ultimando gli ultimi preparativi per il vernissage di UNITAS MULTIPLEX- A New World, il solo show che rimarrà negli spazi di via Diaz 4 a Trieste fino al 1 ottobre. Antonio Pio Saracino, architetto e designer, artista e pensatore, si siede vicino a me sul tavolo di vetro al centro della galleria. E inizia una piacevole chiacchierata che mi dimostrerà come effettivamente sotto la scorza del globetrotter, Antonio nasconda una profonda consapevolezza e cultura nei suoi oggetti di design.

Antonio, le mie interviste di “Impara l’arte e mettila da parte” cominciano sempre con la stessa domanda, che cos’è l’arte contemporanea?

La definizione di ciò che è arte contemporanea, o arte moderna o arte antica, è sempre legata allo sguardo attuale: il passato non esiste, noi conosciamo solo il presente, la prospettiva storica è solo una costruzione che parte dalla sensibilità contemporanea, e che di volta in volta risignifica anche ciò che è lontano nel tempo.  Anche la cosiddetta arte storica, quella moderna, è arte contemporanea perché viene  continuamente vista e reinterpretata secondo la logica del presente.

Da architetto e designer, allora, in che cosa è caratterizzato il tuo sguardo all’arte, presente e passata?
Il mio sguardo è rivolto alla gente. Come architetto ho sempre riservato una particolare attenzione all’idea di come costruiamo una civiltà. Da designer ho sempre avuto la consapevolezza che il passato e i grandi passaggi della storia della civiltà umana si ritrovano, non tanto nell’astrattezza degli avvenimenti, quanto nei manufatti, sedimenti di civiltà che si nascondono nelle opere umane ed esprimono, meglio di tante altre cose, la vera Storia di come le civiltà siano divenute grandi. I manufatti permettono di recuperare quella realtà storica invisibile ed esprimono allo stesso tempo l’arte e l’idea di come era vissuta la quotidianità. L’architettura e il design sono la parte concreta che ci permette quasi di toccare la storia di una civiltà. Quando si conosce, per turismo, qualcosa di nuovo la prima cosa che si va a vedere sono proprio i monumenti.

Nella tua opera, la natura ha un ruolo fondamentale. In qualche modo rielabori la natura per trasformarla in oggetto artificiale di design. C’è una dialettica molto interessante tra la natura e l’artificio nelle tue creazioni. Parte da una riflessione?
Sì, tutto ciò deriva dalla coscienza che noi umani siamo una specie molto interessante: veniamo dalla natura, come qualsiasi altra entità biologica. Ma a differenza di tutte le altre specie animali, come diceva Nietzsche nel saggio Al di là del bene e del male, l’essere umano è l’unico che ha bisogno di contornarsi di oggetti, come fossero una seconda pelle, per sopravvivere in questo mondo che sentiamo ostile. Questo esprime la contraddizione di noi uomini che ci troviamo sempre al confine: pur essendo entità biologiche a tutti gli effetti abbiamo la necessità di reinterpretare la natura, e trarne da essa i materiali, per crearci e riconfigurarci un mondo tutto nostro che esprima i nostri sogni e i nostri bisogni.

Ho letto in una tua recente intervista che ciò che ti interessa è creare quella sensazione che la natura crea dentro di te.
Il rapporto che le mie creazioni hanno con la natura non è di mimesi o fedele riproduzione dei meccanismi e delle capacità naturali, ma una sorta sensibilità su come la natura entra dentro di me e come riesco a reinterpretarla. Da una parte riflette la mia (e nostra) visione della natura dall’esterno, dall’altra è un processo poetico di astrazione che procede sia attraverso logiche di bellezza strutturale della natura, sia di analisi dei suoi meccanismi di protezione. La natura è, in questo senso, funzionale. Attraverso la mia ricerca artistica cerco di applicare questo principio per creare una forma che si addica all’oggetto di design. Nella Ray Chair, per esempio, ho lavorato sulla bellezza matematica di un modulo, un algoritmo che viene dallo studio della forma secondo la quale si creano i cristalli. Ma allo stesso tempo la Ray Chair riflette anche su come si formano in ambiente digitale e virtuale i pixel e la loro profondità crea la complessità della seduta.

Nel tuo solo show UNITAS MULTIPLEX- A New World alla galleria LipanjePuntin artecontemporanea presenti in anteprima mondiale la Leaf Chair che rappresenta benissimo proprio ciò di cui stai parlando.
E’ una sedia che prende ispirazione dalle strutture della foglia e risponde a una questione antica della storia del design, ovvero la tensione tra decorazione e non decorazione, che ha fatto oscillare l’idea del design tra due poli opposti: quello della funzionalità e quello della decorazione. Queste riflessioni hanno accompagnato momenti diversi della concezione filosofica ed economica, che vedevano nella decorazione e nell’ornamento il fattore della bellezza e della funzionalità. Nella mia ricerca la decorazione diventa semplicemente un paradigma organico e la struttura che regola la forma dell’oggetto diventa ornamento stesso. Le “vene” della Leaf Chair, ispirate alle vene della struttura autoportante della foglia, diventano la struttura della sedia ed esprimono le sue linee di forza. L’ornamento diventa funzione e viceversa.

Eri nel team di Massimiliano Fuksas per il progetto del Palazzo Congressi dell’EUR, la Nuvola. Sei stato tra i primi a credere nella realizzazione del progetto, nonostante fosse molto discusso. Cosa conservi dell’esperienza nello studio di Fuksas?
Lui è un uomo molto pratico, mi ha insegnato a non perdere tempo se devi fare qualcosa, fallo velocemente, e arrangiati con quello che hai. Fuksas è una persona pragmatica, come dovrebbero essere i veri artisti: lui mi ha insegnato che bisogna realizzare ciò che si vuole fare con ciò che si ha a disposizione. Alla fine la grande sfida di noi architetti è proprio questa: ci scontriamo spesso con la praticità della realizzazione dei nostri progetti. La genialità sta nel creare opere, anche di un certo livello, in condizioni non sempre favorevoli, prescindendo quindi dal valore del punto di partenza. Tra l’altro Fuksas ha anticipato i tempi cogliendo un movimento di ritorno al barocco, nel suo libro che tratta proprio del ritorno del Sublime: la tecnologia ha infatti creato un ritorno della sensorialità nel mondo artificiale che abbiamo creato. La pelle di cui parlava Nietzsche ha di volta in volta un’interpretazione che diventa più o meno razionale e riflette il nostro rapporto con la natura. Nella storia recente questo corrisponde ai periodi del Modernismo e del Postmoderno. Oggi viviamo un momento di grande razionalità: la tecnologia è il filtro tra la nostra sensorialità e la percezione della realtà stessa. Questa situazione ci porta a un momento di smarrimento con il conseguente recupero della sensorialità e la ricerca di nuove forme ed esperienze.

Pur essendo italiano, tu vivi a New York da otto anni, hai scelto di trasferirti all’estero?
No, non è stata una scelta, ma un’opportunità che ho colto al volo. Mi si è prospettata la possibilità di un internship e non ho potuto rifiutare. Ma mantengo un rapporto costante con l’Italia, in cui torno spesso, pur sentendomi ormai cittadino del mondo, visto che la vita che faccio mi porta a viaggiare molto.

C’è qualcosa che ti manca dell’Italia?
Sì, il modo un cui si costruiscono i rapporti umani tra le persone. Io credo che noi italiani, tra tutte le culture latine, siamo quelli che creano i legami umani più forti. New York comunque è una città molto aperta a tutte le culture, dove si ha la possibilità di scambiare punti di vista con persone provenienti da tutto il mondo e di contaminarsi.

Cosa consiglieresti a un giovane artista?
Oggi il mondo è diventato più piccolo, grazie al progresso delle tecnologie. Io consiglierei a un giovane creativo di fare esperienza di altre culture e viverle profondamente sulla propria pelle. In uno scambio continuo tra la propria e le altre culture, l’identità non può che uscirne arricchita.

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