ANIA, missione sicurezza stradale

Dal 2004 la Fondazione si occupa dei temi legati ai pericoli al volante ed alla sensibilizzazione degli automibilisti.
Il dottor Guidoni, Segretario Generale di ANIA, ci ha spiegato la mission di questa associazione nei confronti degli automobilisti d’Italia.

Dottor Guidoni, lei è SegretarioGenerale della Fondazione ANIA per la Sicurezza Stradale e Responsabile del Servizio Auto di ANIA. Dalla sua esperienza, come giudica il livello di educazione stradale degli italiani?
La mia è un’esperienza ormai decennale come Segretario Generale della Fondazione. In questo lasso di tempo mi sono avvicinato molto sia al mondo assicurativo che a quello delle tematiche sociali connesse alla sicurezza sociale. Ho preso conoscenza di una problematica che molti, vedendola dall’esterno, sottovalutano ma che consiste in realtà in un grande dramma di questo paese. Venendo a contatto con i familiari delle vittime così come dei numeri
i quali portano con sé delle storie così forti, si viene coinvolti con
una intensità davvero difficile da gestire a livello manageriale. Alcuni progetti che abbiamo realizzato, tra i quali tra l’altro quelli di maggior successo per la Fondazione, sono stati appunto frutto di questo coinvolgimento emotivo. Per quanto riguarda l’educazione stradale degli italiani purtroppo non siamo un paese modello, anzi. Siamo un Paese in cui gli elementi deboli della strada come pedoni, ciclisti e motociclisti rappresentano circa il 50% dei morti complessivi, con pedoni e ciclisti investiti sulle strisce pedonali o sulle ciclabili, con dei numeri in continuo aumento in controtendenza con la diminuzione complessiva delle morti su strada. Tutti coloro che godono della protezione dell’abitacolo di un veicolo assumono dei comportamenti che noi definiamo incivili in quanto da un lato non tengono conto delle regole e dall’altro decidono di non considerare i rischi ai quali chi non gode di queste garanzie va incontro stando sulla strada. Tutto ciò costituisce un alert di una forte sottovalutazione delle regole del codice italiano così come dimostrano il frequente supera- mento dei limiti di velocità e la guida in condizioni psico-fisiche alterate.

ANIA produce degli spot molto impressionanti ed efficaci sugli incidenti stradali. Come nascono le idee e fino a che punto pensa sia necessario spingersi nell’impatto dello spot?

Gli spot nascono da un lavoro molto duro da parte della Fondazione che parte da un briefing con il quale si identificano le tematiche che intendiamo affrontare. Da questo punto in poi subentrano i creativi ed i professionisti della comunicazione con i quali andiamo a costruire il messaggio che intendiamo lanciare. Lo spot, che ricordiamo avere unicamente uno scopo di sensibilizzazione, viene quindi sottoposto ad una serie di aggiustamenti che riguardano in particolare il tono che vogliamo offrire alla cittadinanza. Questo può essere soft, con immagini e suoni che indirettamente ricordano i rischi legati ai cattivi comportamenti stradali, oppure hard, con dei riferimenti diretti. Noi siamo partiti dal primo, anche per via di una specifica conformazione culturale del nostro Paese, per poi approdare al secondo con delle immagini di forte impatto che portino i cittadini a sentirsi coinvolti da ciò che vedono. Il punto non è tanto scioccare ma piuttosto far sentire partecipi da un punto di vista emozionale gli spettatori, facendoli dunque riflettere sul peso delle proprie azioni al volante.

Gli incidenti stradali oltre ad arrecare danni fisici a chi li subisce lasciano un’impronta nella psiche. Ci parli del progetto di supporto per elaborare il trauma degli incidenti stradali appena annunciato dalla vostra fondazione.
Il progetto AniaCares è nato per via del confronto che abbiamo avuto con i familiari delle vittime, i quali ci hanno trasmesso un fortissimo senso di disagio e di abbandono che seguono questi eventi. Il malessere va via via assumendo i contorni di un fenomeno che viene definito come “vittimizzazione secondaria”. Si è vittime una prima volta per via delle lesioni fisiche subite ed una seconda volta se si è familiari delle vittime, sottoposti all’incidente come soggetti costretti a convivere con questi lutti. Solitamente queste persone si sentono completamente abbandonate dalle istituzioni, dalle assicurazioni e da tutti coloro che dovrebbero far fronte comune per alleviare queste ferite. Abbiamo quindi cercato di intervenire con il tentativo di trovare un sistema di supporto psicologico alle vittime attraverso le assicurazioni che offrono quindi un aiuto ai grandi invalidi derivanti dagli incidenti così come ai parenti. A livello nazionale stiamo poi lavorando, in collaborazione con i grandi ospedali italiani, per mettere a disposizione degli psicologi del trauma specializzati in incidenti stradali. Il progetto si divide dunque in due grandi parti: la prima è quella di formazione di tutti i soggetti che entrano in contatto con le vittime. Partendo come abbiamo detto dagli psicologi si arriva fino ai liquidatori assicurativi ed infine ai poliziotti, la vera prima linea nei confronti dei parenti che chiedono notizie dei propri cari. La seconda fase è quella dell’intervento vero e proprio con l’individuazione dei soggetti che dovranno sottoporsi a questi trattamenti che seguiranno delle linee guida elaborate dai principali esperti a livello mondiale nella psicologia del trauma come il dott. Solomon (consulente della Casa Bianca che seguì tutte le vittime dell’attentato dell’11 settembre) e l’Università La Sapienza di Roma con la dott.ssa Giannini ed il professor Ammaniti. L’ultimo step del nostro progetto sarà infine l’intervento vero e proprio che mirerà quindi ad assistere i soggetti a rielaborare un trauma seguito ad un incidente stradale.

Lei pensa che il reato di omicidio stradale sarà un deterrente efficace all’uso di sostanze alcoliche e stupefacenti alla guida? È una buona legge quella che uscirà dal Parlamento italiano?

Noi siamo stati tra i principali fautori dell’introduzione del reato di omicidio stradale in alcune fattispecie, in particolare quando si causa la morte o lesioni molto gravi dopo che ci si è messi alla guida in condizioni psico-fisiche alterate, in particolare con un tasso alcolemico superiore a 1,5gr per litro di sangue (il massimo previsto dalle attuali norme del codice della strada) o la presenza nel corpo di sostanze stupefacenti. In tutti questi casi, così come per quanto riguarda il reato di pirateria stradale, riteniamo che l’inasprimento delle pene possa rappresentare un deterrente. Le sentenze in applicazione del diritto vigente portano spesso, anche nel caso di omicidi plurimi, gli imputati non solo ad evitare completamente la misura detentiva, ma anche a vedersi restituire la patente dopo questi fatti. La natura del provvedimento all’esame del nostro Parlamento secondo noi è andato un po’ oltre. Vi sono infatti diverse fattispecie ulteriori oltre a quelle che abbiamo già elencato, con il rischio di andare ad irrogare una sanzione sproporzionata rispetto al comportamento posto in essere, che sarebbe dunque più difficile da applicare. La ratio della norma sostenuta dall’ANIA sta nel colpire tutte quelle situazioni nelle quali vi sia la consapevolezza del soggetto di poter provocare danni se sottoposto a determinate condizioni e che, nonostante tutto, decida ugualmente di mettersi al volante.

Lei crede che i marchi automobilistici abbiano una responsabilità nel modo in cui presentano le loro auto veloci negli spot televisivi?

Non credo. I marchi automobilistici seguono delle operazioni di marketing; se la velocità rappresenta un elemento di attrazione nei confronti dell’utenza non ne si può dare colpa a loro. Sta al compratore sapere che questa caratteristica non va sfruttata sulle strade ma sui circuiti appositamente creati.

Molte distrazioni alla guida sono rappresentate oggi dagli smartphone. Per le telefonate il problema si è gestito con l’uso degli auricolari. Come si può combattere invece la tendenza a messaggiare al volante?

Purtroppo non è vero che per quanto riguarda le telefonate il problema
sia stato completamente risolto, così come non è dimostrato che l’uso dell’auricolare azzeri i fattori di distrazione. Ad ogni modo, per quanto riguarda i messaggini, questi sono ugualmente sanzionabili con sanzioni piuttosto pesanti che portano alla perdita di punti della patente. Il concetto che deve passare è che la guida è un’attività che richiede attenzione, qualsiasi elemento di distrazione rappresenta un fattore di rischio non trascurabile.

Pensa che scuole e genitori facciano abbastanza per educare i futuri guidatori?
La formazione potrebbe fare senz’altro di più. Le scuole potrebbero inserire l’educazione stradale nei programmi di educazione civica, questo cambiamento potrebbe essere favorito tra l’altro da un intervento diretto del legislatore con una legge ad hoc. Molte scuole hanno già implementato questo provvedimento su base volontaria in quanto ritengono che possa essere utile all’educazione dei cittadini di domani. Per esperienza personale sappiamo che la formazione che riguarda le fasce più giovani della popolazione porta ad osservare una frequenza di incidenti minore. Le famiglie dal loro canto potrebbero fare di più. È innanzitutto importantissimo dare il buon esempio, con i genitori che devono mostrare ai loro figli di essere i primi a rispettare il codice della strada. La prima causa di morte nella fascia d’età tra gli 0 ed i 14 anni è l’incidente stradale; dal momento che non sono i bambini a guidare è evidente che sono stati trasportati male dal guidatore. Si potrebbe poi fare più informazione a livello familiare, prendendo il coraggio di affrontare argomenti difficili ma dalla grande importanza per i soggetti che la ricevono.