Andrea Rosso: creatività, qualità e contaminazione

Il lavoro di Andrea Rosso, direttore creativo delle licenze Diesel, è guidato da passione, creatività e forte personalità. Partendo da questi valori e con un approccio al design ironico e audace, la collezione Diesel Living riflette ogni aspetto della filosofia del brand. Materiali grezzi, forme contrastanti e particolari trattamenti sui materiali sono gli elementi che caratterizzano la linea. Ma a fare la differenza sono soprattutto la creatività, la qualità dei materiali e della lavorazione e la contaminazione tra le fonti di ispirazione.

Andrea, la realtà delle licenze di Diesel copre una gamma estremamente vasta a livello merceologico, dagli occhiali agli orologi, dall’arredamento ai profumi, per citarne solo alcuni. Come fai ad avere il controllo dell’aspetto creativo di un gruppo così eterogeneo di prodotti?

La bellezza di tutto ciò sta proprio nella varietà. Trovare una connessione tra i vari mondi, lavorare a una cucina o a un passeggino, sperimentare nuove texture negli occhiali o in un orologio, applicare il DNA Diesel al packaging di un profumo sono tutti stimoli creativi molto interessanti per me. Sembra un caos, ma non appena impari ad orientarti, diventa una grande fonte d’ispirazione. Il rock, il militare e il denim sono i capisaldi del brand ed è bello poterli applicare a una gamma così vasta di prodotti. È una sperimentazione continua con forme, materiali e volumi.

Da dove prendi l’ispirazione per la creazione dei prodotti?
Da moltissime cose. Prima di tutto dall’usato: l’aspetto vissuto, rotto, per certi versi classico di questi prodotti ti racconta una storia. L’amore per il vintage passa dal comprendere l’essenza di un prodotto all’attualizzarla, trasformandola da passato a futuro. Il prodotto Diesel Living non è mai saturo, finito, ma porta i segni di una storia che inizia lontano. L’idea è proprio quella di dar vita ad un ambiente vissuto, che mixa un’anima vintage a dettagli di ispirazione industriale. Parallelamente ci piace anche guardare al nuovo, lasciarci ispirare dall’arte, dalla musica e da quello che la strada ti offre.

Si dice che la creatività si impari, come ha insegnato un grande maestro del design come Bruno Munari. Qual è il tuo metodo e come l’hai imparato?

Penso che la creatività si impari molto ascoltando gli altri e osservando, osservando curiosamente. Come quando arrivi in un posto nuovo e assorbi in modo visivo tutto quello che puoi. L’immagazzinamento delle cose che vediamo e quello che impariamo dalla strada sono alla base del nostro processo creativo, che ci porta poi a rivederle in chiave futura, creando qualcosa di nuovo. L’importante è non essere mai stanchi di guardare, assorbire, curiosare.

A tuo giudizio è la strada che detta le linee alla moda o viceversa?

Sicuramente la strada. Come dicevo prima, gli incontri che fai, le cose che vedi e le esperienze personali sono la più grande fonte d’ispirazione. Si va per strada, si assorbe e si crea. Le mode cambiano, ma il loro cambiamento dipende prima di tutto dal cambiamento delle persone, della società, degli stili di vita.

A volte le rivoluzioni stilistiche nascono in maniera spontanea e travolgono quelli che fino a quel momento sono stati i codici estetici dominanti. Esiste ancora questa spontaneità o tutto passa attraverso i brand?

Quando parli di rivoluzioni, penso a quelle delle decadi 60/70/80/90, dalla pop art all’alternative punk rock: ecco, queste hanno davvero creato ideologie e movimenti. A quel tempo il modo di vestire era un modo d’essere, era un modo per gridare al mondo la tua appartenenza. Se ci pensiamo, ancora oggi molti – se non tutti – i brand si ispirano a quelle epoche. Il vero movimento di oggi invece è il mix, il caos totale.

Sei nostalgico di qualche epoca?

Sono nato nel ‘77 e quindi sono cresciuto con le influenze anni ‘80 e ‘90, ma sono gli anni ‘70 quelli che più ammiro.

Quali sono le icone che hanno ispirato la tua sensibilità estetica?

Bertone, Carlo Scarpa, Gio Ponti, che sono stati e sono tutt’ora simbolo dell’italianità e della forza del design italiano nel mondo. Mi sono molto ispirato alla musica “organica” di Tommy Guerrero, Ray Barbee e The Mattson Two, come anche al beat dei The Meters e di Donald Byrd.

Quanto conta lo stile italiano, inteso come immaginario nel suo complesso, per un brand come il vostro basato sul concetto di denim?

Lo stile italiano è sinonimo di un buon prodotto, del “made in”. La conoscenza dei materiali è sempre stata centrale sia nella creazione di un capo di abbigliamento che oggi nelle nostre collaborazioni Diesel Living, dove c’è una grande attenzione a forme, costruzioni, materia, tecnicità e volumi. Per noi è una soddisfazione pensare di aver creato un lifestyle Diesel al 100%, legandoci a partner che sono tra i big player non sono in Italia, ma a livello globale.

Da direttore creativo di uno dei brand italiani più competitivi, come giudichi lo stato di salute del made in Italy oggi? Possiamo ancora considerarci i maestri dell’eleganza?

Sicuramente sì, ma più che di eleganza parlerei di know how, che ancora oggi è invidiato in tutto il mondo. Esiste un’idea talmente folle che non hai avuto il coraggio di realizzarla? Si, e prima o poi ne sentirete parlare!